Argentina, una Marina Militare in forte difficoltà che porta avanti solo poche attività operative

Di Andrea Gaspardo

Buenos AiresL’annuncio é arrivato improvviso, anche se non completamente inaspettato agli addetti ai lavori. Il 30 novembre la Marina Argentina ha dichiarato, tramite un comunicato stampa, l’intenzione di procedere all’interruzione di tutte le operazioni di salvataggio per la ricerca del sottomarino ARA San Juan (S-42) e del suo equipaggio di 44 tra ufficiali, sottufficiali e marinai dati per dispersi sin dal 15 novembre.

Un sottomarino ARA San Juan (S-42)

L’ARA San Juan (S-42) aveva lasciato, ai primi di novembre, la base del Comando della Forza dei sottomarini situato nell’area del Mar del Plata per partecipare ad un ciclo di esercitazioni nell’area della base di Ushuaia, situata nell’estremo sud dell’Argentina. Al termine della breve permanenza nel gelido Sud ed una volta calibrati i nuovi sistemi d’arma imbarcati, il sottomarino aveva poi fatto nuovamente rotta verso Nord, perdendo poi i contatti con il Comando generale il 15 di novembre.

Due giorni dopo, con un certo ritardo rispetto alle procedure di sicurezza standard, la Marina Argentina ha annunciato all’opinione pubblica nazionale ed al mondo intero che l’ARA San Juan (S-42) era ufficialmente disperso dopo aver completamente cessato qualsiasi comunicato con la base madre. Da questo momento in poi cessa ogni certezza ed inizia quella che nel gergo militare viene definita “nebbia di guerra”.

Per giorni infatti, si sono rincorsi diversi comunicati dal contenuto contraddittorio che non hanno aiutato l’opinione pubblica a comprendere la gravità e la portata dell’evento, alimentando al contempo le speranze di famigliari ed amici dei sommergibilisti di poter rivedere i loro cari ancora in vita.

Sebbene i casi di incidenti gravi riguardanti unità subacquee presentino un’altissima probabilità di perdita del battello e dell’intero equipaggio, le autorità sia militari che politiche hanno nicchiato, parlando invece di come le ricerche stessero procedendo spedite e che l’equipaggio a bordo del sottomarino avesse a a disposizione viveri per 90 giorni, omettendo invece di affermare che un sottomarino in avaria in fondo all’Oceano abbia ossigeno solamente per 7-10 giorni (sotto la rigorosa ipotesi che lo scafo esterno sia integro ed escludendo che vi siano fuoriuscite d’aria causate da danni strutturali interni).

Ad alimentare le flebili speranze hanno contribuito anche la mobilitazione di uomini e mezzi provenienti da almeno 13 Paesi, nonché l’ondata emozionale suscitata dalle parole di Papa Francesco che, proprio perché argentino, ha dedicato ai marinai dell’ARA San Juan (S-42) una speciale citazione nel corso del consueto angelus domenicale in Piazza San Pietro.

Solamente il 23 di novembre la Marina ha dovuto ammettere che, nel corso dell’ultimo contatto radio, l’equipaggio aveva riportato di stare imbarcando acqua nel battello attraverso la barra dello snorkel (il dispositivo estensibile per il ricambio dell’aria) e che l’acqua di mare aveva raggiunto il comparto batterie.

Come ciò sia potuto accadere resta materia di speculazione dato che, quando elevato, lo snorkel si trova ben al di sopra del livello dell’acqua, perciò l’evenienza di una massiccia infiltrazione di essa attraverso la barra suggerirebbe o una azzardatissima manovra dell’equipaggio oppure un difetto tecnico dovuto ad imperizia del corso delle operazioni di manutenzione ordinaria.

Nello stesso giorno, i rilevatori sismici avevano registrato un’anomalia al largo delle coste argentine e ad una profondità di 70 metri seguita da un schianto di origine probabilmente metallica. Sebbene tale profondità sia ben all’interno della tangenza operativa di un battello “classe TR-1700” per cui si possa assolutamente escludere a priori l’implosione dovuta alla pressione esterna, non di meno l’anomalia sismica potrebbe essere compatibile con un’esplosione causata dall’inondazione del comparto motore (in particolare delle delicatissime 8 batterie a 120 celle ciascuna che garantiscono al propulsore MTU di funzionare) mentre il rumore metallico successivo segnalerebbe lo schianto dello scafo sul fondo dell’oceano.

Da escludere categoricamente é invece che la perdita dell’unità sia da imputare ad un incidente ai siluri. I Mark 37 in dotazione ai sottomarini argentini sono siluri di fabbricazione americana dal disegno collaudato, con una testata bellica pari a 150 kg e caratterizzati da una propulsione elettrica tra le più affidabili al mondo. Ogni sottomarino “classe TR-1700” ne porta una dotazione completa di 22, per un carico bellico pari a 3300 chili di esplosivo. Date le caratteristiche altamente performanti della testata HBX-3 installata sul Mark 37, l’esplosione di una singola testata in uno spazio così ristretto avrebbe sicuramente causato l’innesco di tutte le altre per un semplice processo di “simpatia” provocando infine un’esplosione più simile ad una piccola detonazione nucleare che non ad una semplice anomalia sismica.

Sebbene l’esatta dinamica dell’incidente diventerà palese solamente quando il relitto verrà trovato e recuperato, alcune considerazioni di massima possono già essere tratte, non solo a beneficio dell’opinione pubblica argentina ma anche di tutti gli addetti ai lavori e agli appassionati di questioni navali che seguono con attenzione le vicissitudini dello sviluppo del potere navale in tutti gli angoli del globo. Come già accennato in un precedente articolo sul tema, la Marina Argentina, così come le Forze Armate del paese in generale, sta vivendo un periodo di marcata, e forse irreversibile, decadenza.

Ufficialmente, essa allinea 41 unità navali tra “di linea” e “ausiliarie” con la componente da guerra principale costituita da 4 cacciatorpediniere “classe Almirante Brown” (in realtà fregate leggermente allungate), 9 corvette “classe Espora” e “classe Drummond”, 2 navi di supporto anfibio e 2 sottomarini (erano 3 fino ai recentissimi eventi). Già sulla carta, la Marina Argentina é surclassata numericamente dalla maggior parte delle marine dell’America latina, costituendo solamente un’ombra della marina che fu all’epoca del conflitto delle Falklands/Malvinas o, prima ancora, all’epoca del grande riarmo navale globale dei primi del Novecento. Ma persino i numeri risultano ingannatori se si vanno a considerare altri fattori quali manutenzione, addestramento degli equipaggi, dotazione elettronica, disponibilità di armamento, supporto aereo e tutti gli altri elementi che rendono una “marina” una vera “arma operativa” e non una semplice accozzaglia di bagnarole degne di una regata. L’impietoso stato di abbandono della forza sottomarina argentina é già stato descritto anzitempo con dovizia di particolari nel precedente articolo. Qui basterà ricordare che, per essere considerato pienamente funzionante ed operativo, un battello subacqueo deve trascorrere almeno 190 giorni all’anno in immersione; tanto é necessario per addestrare l’equipaggio ad ogni evenienza e per testare i macchinari e la dotazione elettronica in situazioni di “stress operativo”.

Nel 2012, i 3 sottomarini argentini presi insieme hanno totalizzato solamente 19 ore in immersione. Alla luce di questi fatti, possiamo comodamente affermare che, anche prima che si compisse la tragedia dell’ARA San Juan (S-42), il Comando della Forza dei Sottomarini aveva già cessato virtualmente di esistere.

Costruiti in Germania ed entrati in servizio tra il 1983 ed il 1984, i 4 cacciatorpediniere “classe Almirante Brown” avrebbero dovuto costituire il nucleo di una nuova forza da combattimento oceanica in grado di essere pienamente compatibile con i più moderni standard NATO.

L’Almirante Brown

Al giorno d’oggi, tutte e 4 soffrono di problemi agli apparati propulsivi, dovuti alla scarsa manutenzione, e alla mancanza di parti di ricambio. Non solo; pare che i sistemi elettronici sia dei missili anti-nave Exocet che dei missili anti-aerei Aspide su di esse imbarcati abbiano ormai superato la scadenza di vita operativa, così come siano terminate le scorte di proiettili per le mitragliatrici, i cannoncini anti-aerei ed il cannone OTO Melara da 127/54 COMPATTO a doppio uso.

Le 9 corvette della Forza di superficie della Marina Argentina sono ripartite in 3 appartenenti alla “classe Drummond” e 6 appartenenti alla “classe Espora”.

Una nave della classe Espora

Originariamente costruite dalla Francia per il Sudafrica, le “classe Drummond” sono entrate in servizio tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 e, sebbene ancora potenzialmente valide, vengono raramente fatte uscire in mare aperto per la mancanza di parti di ricambio, assenza di manutenzione e costi vari non sostenibili alla luce degli attuali tagli di bilancio.

Classe Drummond

Non va meglio per le “classe Espora”, prodotte in Argentina su inedito disegno tedesco-portoghese, ed entrate in servizio tra il 1985 ed il 2002. Solo 3 di esse possono essere considerate parzialmente operative mentre le altre 3 sono inattive per mancanza di manutenzione o addirittura danneggiate in incidenti operativi dovuti ad imperizia degli equipaggi. Comica poi é la situazione della componente di supporto anfibio dato che le due navi assegnate a questo delicato compito di sostegno delle forze da sbarco, l’ARA Bahía San Blas e l’ARA Hércules sono in realtà rispettivamente una ex-nave da cargo convertita ed un ex-cacciatorpediniere a cui é stato rimosso l’armamento navale per far spazio alla Fanteria di Marina.

ARA Hercules

In sostanza, la Marina Argentina si sta trasformando in una gigantesca flotta di “yacht” dotati di armamenti ormai scaduti e capace di portare a termine solamente limitate operazioni di pattugliamento costiero e “ricerca oceanografica” per usare un eufemismo; davvero niente a che vedere con la temibile forza che, nei primi anni ’80 del XX secolo, sognava di rivaleggiare con la Royal Navy britannica per il dominio dell’Atlantico meridionale.

Se mai sarà possibile trovare un aspetto positivo nella tragedia del sottomarino ARA San Juan (S-42), ciò dipenderà dalla capacità degli argentini di prendere coscienza che lo stato di deterioramento del loro strumento navale ha ormai raggiunto livelli assolutamente insostenibili e che urgono sia nuovi finanziamenti per dare lustro ad un’antica tradizione marinara sia un cambio di mentalità da parte di una classe politica troppo spesso prigioniera di logiche e fantasmi che vengono dal passato. Dal fondo dell’oceano, i rintocchi della campana di bordo dell’ARA San Juan (S-42) per il momento suonano il requiem sia per l’equipaggio che per le sorti di un’intera arma navale.

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