LIBIA, DIFENDERE GLI INTERESSI ITALIANI O I CONFINI EUROPEI?

Di Alexandre Berthier

Roma. La coda delle vacanze estive, il fantasma dello spread evocato da tutti, il primo Consiglio dei Ministri di lunedì scorso che prometteva nomine importanti ma orfano del premier Giuseppe Conte e risoltosi in un niente, non possono seriamente far sperare che questo Paese possa veramente impegnarsi per avere un ruolo da protagonista in una vicenda foriera di gravi conseguenze, come la crisi libica in atto in questi giorni!

L’Italia, moderna e contemporanea, a memoria d’uomo, non ha mai saputo concepire e perseguire serie strategie di politica estera e, molto spesso, neppure di politica interna, unica eccezione le modeste e pressoché inconcludenti avventure coloniali che ci hanno lasciato solo guai.

Ci era stata affidata dal ’50 al ’60 l’amministrazione fiduciaria della Somalia ma l’abbandonammo dopo che era stata modernizzata e civilizzata nelle braccia dell’Unione Sovietica. Niente da fare; non avevamo né abbiamo speranze di alcun genere.

Una cosa è certa: per fare ciò che serve in Italia occorrono risorse che non abbiamo. Per fare qualcosa al di fuori del nostro Paese, occorrono risorse che mai questo Governo e questo Parlamento saranno disposti ad autorizzare, vuoi per mancanza di consenso politico, vuoi perché le operazioni militari fuori area hanno costi elevatissimi da sostenere subito.

Questa premessa, per concludere che ciò che l’Italia e le sue Forze Armate dovrebbero fare ora, subito, in Libia per stabilizzare il Governo libico di accordo nazionale guidato dal primo ministro Fayez Al Serraj, appoggiato dall’ONU e sostenuto dall’Italia, non si farà né ora né mai.

Fayez Al Serraj, l’Italia dovrebbe sostenerlo militarmente?

Gli scontri tra milizie rivali che da oltre una settimana si svolgono attorno a Tripoli possono avere risvolti gravissimi per la stabilizzazione del Paese, per la tutela delle attività economiche dell’ENI e delle imprese italiane, per le missioni militari italiane di formazione e di affiancamento della Guardia Costiera e per il supporto fornito al Governo di Al Serrai dalla Sanità militare italiana.

Oltre una settimana di conflitti a fuoco a Tripoli

Ma la cosa che più deve preoccupare è che una caduta del Governo di Tripoli potrebbe provocare partenze massive ed incontrollabili di migranti ora nella disponibilità di milizie che operano al di fuori di ogni controllo ufficiale. E’ pacifico che questa ultima eventualità non suscita però alcun concreto interesse da parte dei Paesi membri dell’Unione Europea, né dei suoi organi direttivi né tanto meno dell’Alto rappresentante per gli affari Esteri e la Politica di sicurezza dell’Unione, l’italiana Federica Mogherini, che continua a ripetersi con sterili, inutili e monotoni soliloqui inneggianti alla fatua ricerca di soluzioni politiche che nessuno cerca e che molti non vogliono, tutti alla ricerca invece di un qualche interesse da conseguire.

Tutto questo esigerebbe che l’Italia si preparasse con urgenza assoluta a fronteggiare almeno l’evento di una possibile recrudescenza di sbarchi di immigrati clandestini, da arrestare alle partenze, con un blocco navale che – come misura minima – andrebbe predisposto immediatamente.

Ma soprattutto il nostro Paese dovrebbe intervenire militarmente in Libia a supporto del Governo di Al Serraj, per scongiurare una destabilizzazione peggiore di quella creatasi con l’intervento francese ed inglese del 2011. Un’azione militare sostenuta allora anche dagli Stati Uniti, con un un apporto militare italiano completamente rivelatosi contrario agli interessi nazionali.

E’ incredibile come questo nostro Paese ritenga ancora di potersi nascondere dietro pretestuose scuse per non tutelare i suoi interessi vitali. Peraltro, intervenire per stabilizzare il Governo di accordo nazionale di Tripoli significherebbe difendere le frontiere europee da un’invasione massiva e di proporzioni apocalittiche.

Una situazione che renderebbe legittimo ed appropriato un intervento della NATO, ma che a quanto pare né l’Italia né l’Unione Europea si sognano minimamente di invocare. La stessa Francia, sempre pronta a stigmatizzare tutto ciò che non le piace, assiste silente a questa manovra destabilizzante di un Paese nei cui confronti ha mostrato avido interesse, assumendo iniziative diplomatiche arroganti ed offensive per l’Italia anche quando al Governo vi era il PD con Paolo Gentiloni.

Non si potrà mai capire a cosa possa servire un Esercito di militari di professione se non li impieghiamo per difendere i nostri confini e quelli dell’Unione europea. Ma come, siamo da oltre 40 anni, dalla prima missione in Libano, pronti ad operare in tutto il mondo – e spesso, siamo onesti, non sappiamo neppure perché – e non siamo disposti, non ci rendiamo conto che se esiste un posto dove attestarci a difesa è la Libia?

In conclusione, non possiamo attendere l’esito della conferenza progettata dal nostro Ministero degli Esteri per il prossimo novembre né lasciare che nel frattempo il Presidente francese Emmanuel Macron persegua una sua politica tesa ad affermare un diverso Governo libico sostenuto dal Generale Khalifa Haftar, che necessariamente troverà come futuro alleato la Francia la quale potrà così diventare egemone su tutto il Nord Africa, dall’Egitto al Marocco.

Macron tra Haftar e Al Serraj in un incontro a Parigi

E’ una corsa contro il tempo che abbiamo già perso, anzi non l’abbiamo mai cominciata e neppure concepita. More solito, accetteremo supinamente tutto ciò che accadrà, continuando a disquisire stupidamente sul sesso degli angeli, ovvero sul niente assoluto. Però se le Forze armate devono servire solo per l’Operazione “Strade sicure” o per traghettare i migranti clandestini, potremo forse rivederne in chiave riduttiva organici e compiti e magari tornare all’Esercito di leva, forse più in linea col dettato costituzionale.

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