Sud Africa, le elezioni politiche evidenziano la crisi dell’ANC

Di Pierpaolo Piras

Città del Capo. Le elezioni politiche generali, avvenute venerdì scorso in Sudafrica, per la designazione dei 400 deputati parlamentari, hanno segnato un momento di svolta nella politica nazionale.
L’African National Congress (ANC, che ha governato ininterrottamente dalla conclusione dell’apartheid nel 1994, registra il suo peggiore risultato, passando dal 62 al 58% dei voti, perdendo 19 seggi, mantenendo, però, la maggioranza relativa a Città del Capo.
L’ ANC paga pesantemente le forti divisioni interne, l’effetto corrosivo della corruzione, dilagante nella pubblica amministrazione sino ai più alti livelli ministeriali, una classe politica sempre più accusata di inettitudine
ed incompetenza.

Il voto in Sud Africa ha evidenziato la crisi dell’ANC

Ciryl Ramaphosa, ex-esponente sindacale e magnate industriale, eletto alla sua direzione nel 2017, è apparso sorridente per aver raggiunto tale quota di voti in opposizione ai pronostici che lo davano al 40%.
Questa tornata elettorale resta comunque un severo ammonimento da parte della società sudafricana, con particolare riguardo ai giovani, ovvero i più delusi e rancorosi per quel 50% di loro ancora disoccupati, con percentuali costantemente in crescita. Oltre sei milioni di loro non si sono registrati per il voto.
Il secondo partito (21% di voti) è il “Democratic Alliance”, da alcuni definito “liberal”, con posizioni di centro ed elettorato prevalentemente adulto, pressoché equamente suddiviso tra bianchi e di colore e tradizionale oppositore dell’ANC. Attualmente guidato da Mmuse Maimane, mantiene le posizioni precedenti. Esso ambiva ad obbiettivi
più ambiziosi, ma, probabilmente, ha fatto scarsa breccia nell’elettorato, specie fra la popolazione coloured, che sempre più lo ha accusato di favorire i bianchi.

L’Economic Freedom Fighters (EFF) sfiora il raddoppio dei consessi salendo dal 6% al 10%. E’ una forza politica con un programma incentrato su temi economici, come la confisca delle terre in possesso alla popolazione bianca senza la doverosa corresponsione di un proporzionato compenso. Segue, tra i temi principali, la nazionalizzazione di tutta l’industri mineraria.
Julius Malema, suo maggiore rappresentante, ha uno stile schietto, spesso retorico e populista, ma con un progressivo gradimento da parte degli strati più poveri della società sudafricana, ovvero coloro che, negli
​ultimi dieci anni, hanno sofferto maggiormente le crescenti disuguaglianze umane, economiche e sociali rispetto ai ceti benestanti.
Viene poi il “Partito della Libertà Inkata” (Inkatha Freedom Party, IFP), già noto come Movimento di Liberazione Culturale Nazionale Inkata, scissosi dall’ANC nel 1975, affermatosi fra le popolazioni indigene “Zulu”e Swazi”, storicamente eredi di un vasto e potente impero e ben note peril loro elevato spirito orgoglioso e fortemente identitario.
Una delle maggiori sorprese è stata la crescita del Freedom Front Plus (FFP) : un partito nazionalista, principalmente afrikaner, che lotta per il diritto dei gruppi minoritari. Esso ha raddoppiato il suo sostegno, raggiungendo il 2% e divenendo il quinto partito più grande a livello nazionale.

Forse, l’acceso scontro politico relativo all’esproprio delle terre coltivabili senza compensazione economica, ha spinto molti elettori a scegliere questo partito, più intransigente e risoluto a tutelare maggiormente i loro interessi.
Sullo sfondo di questa campagna elettorale, hanno costantemente aleggiato la penuria di case abitative e l’aumento della delinquenza per bande nei centri urbani.
Il 35% degli aventi diritto si è astenuto dal voto, significando, ancora una volta, la sfiducia verso una classe politica che ha deluso le aspettative comuni, specie dei giovani, nonostante il loro contributo storico nella lotta contro l’apartheid.

 

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