Libia e Mediterraneo: i nostri soldati sarebbero anche pronti, se solo riuscissimo a capire quello che vogliamo e che ci serve

Di Vincenzo Santo*

Berlino. A Berlino, domenica prossima, dovrebbero esserci tutti. Forse.

Mi chiedo quale sarà il risultato, ma non mi è difficile comprendere quali siano le speranze. Quelle nascoste si identificano nello stoppare il conflitto e poi sperare nel dopo.

Nell’immaginario non detto collettivo, il tempo farà la sua parte. Del resto, sono anni che in qualsiasi conflitto la comunità internazionale si sia infilata la situazione è rimasta sotto ghiaccio, senza mai essere giunti a quelli che erano all’inizio gli scopi prefissati.

Siamo in mezzo al guado in Bosnia-Erzegovina, dove solo la facciata ci appare pulita, non abbiamo concluso nulla in Kosovo, l’utilità di UNIFIL per il riarmo e il consolidamento di Hezbollah mi pare evidente, tralascio l’Iraq e l’Afghanistan che sono sottese da una logica strategica tutta a stelle e strisce che, con l’obiettivo di non lasciare ad altri l’osso, preferisce marcare un contesto di instabilità, anche questo con l’assunto che poi si vedrà.

Milizie hezbollah

Cosa accadrà dopo Berlino?

Intanto, è mia convinzione che l’Italia ormai è fuori dalla Libia e che l’unica paradossale condizione utile per noi sarebbe la continuazione del conflitto e la chiusura drammatica a favore dell’uomo forte della Cirenaica, opportunamente sovvenzionato da Roma in armi, mezzi e fondi, abbandonando l’inutile Serraj al suo destino. Ma, al contempo, schierando forze sul terreno e in “acqua”. Nudo e crudo!

Fayez Al Serraj

Purtroppo, io temo che qualsiasi decisione presa non potrà non tenere conto delle advance “militari”, quindi con la minaccia della forza, fatte dalla Turchia e attuate dalla Russia se pure per entrambi ricorrendo, al momento, a mercenari ben pagati.

Con la Turchia, soprattutto, i nostri obiettivi non sono conciliabili. L’ultima spiaggia per Ankara è Tripoli per tentare di rientrare con forza nella competizione per la conquista dei cuori arabi del cosmo sunnita e, per assurdo, per avere conferma, chiunque sia il governo di Tripoli, di aver riconosciuti i limiti marittimi, concordati con Serraj contro tutte le norme del diritto internazionale, relativi all’estensione della sua Zona Economica Esclusiva, per scopi “energetici”.

Un qualsiasi governo che non veda tacitamente in lui il nuovo califfo non va bene a lui; ma non andrebbe bene a noi un pupazzo pronto a dare ascolto ad Ankara.

Sarraj Erdogan

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan E il Presidente libico Fayez Al-Sarraj

Sarebbe bastato questo passo inopportuno del Governo di Accordo Nazionale per mollarlo al suo destino. Ma noi siamo buontemponi e brava gente. Non so se sia stupidità o presunzione di superiorità. Siamo bravissimi nel parlare e dire tante cose inutili un bizantinismo che farebbe impallidire coloro i quali secoli fa disputavano sul sesso degli angeli, senza considerare che, soprattutto, in politica e affari esteri, l’eloquenza separata dalla saggezza può distruggere un paese.

Lo stiamo facendo! E lo stiamo già facendo già affidando a giovani senza arte né parte la nostra politica in generale, non solo estera.

Ma torniamo a Berlino.

Ammettiamo, ripeto ammettiamo, e facciamolo senza entrare nell’esaminare le possibili, e pur probabili, contrapposizioni da parte di chiunque, che la riunione di Berlino abbia successo e che tutte le parti in causa, inclusi i due contendenti, si accordino sullo stoppare le operazioni belliche e di procedere poi per gradi con il solito meccanismo “pacificatore”, si fa per dire, internazionale. Sotto egida dell’ONU, magari anche sotto comando ONU. Il che escluderebbe per costruzione gli americani. Inevitabile, pertanto, il coinvolgimento della NATO. E la Turchia approverebbe?

Assumiamo di sì. Quindi, primo passo, intervento di una forza di contrapposizione che ponga da subito termine al confronto militare e mantenga tra le parti la necessaria la distanza giusta per scongiurare il riaprirsi del conflitto (peace-keeping). Successivamente, per fasi, il ritiro delle forze contrapposte, dalle posizioni più avanzate e poi via via sino al completo disarmo delle milizie.

Quindi, altro passo (peace-building), reintegro nella società degli ex combattenti; ricostituzione e addestramento delle forze di sicurezza; gestione dei campi profughi e registrazione degli stessi profughi per valutarne o meno l’accoglienza o il trasferimento ai paesi di provenienza; avvio di un processo democratico volto a formare una costituente per la riscrittura della carta costituzionale; ricostituzione del corpo legislativo e di quello giudiziario; ricostruzione del processo elettorale; ripresa del comparto economico. E via dicendo.

Questo in sintesi. Il tutto volto a “ricostituire” l’unità della Libia e la sua sovranità, secondo quanto ci ha insegnato Max Weber, anche attraverso l’accettazione di un robusto blocco navale e il controllo dello spazio aereo. È inevitabile!

Ne ho fatta una sintesi spero chiara. Ma è la solita solfa, niente di nuovo rispetto al passato e al rinnovato rischio di farsi prendere la mano dalla consueta presunzione occidentale di ricreare uno stato secondo modelli, direi, delocalizzati, cioè che non appartengono a quella cultura. Tutto qui!

Ma diciamoci che è la strada giusta e che è nell’interesse nazionale percorrerla.

In tale contesto, l’Italia spererà di riprendersi un ruolo sul terreno, magari di leadership, ammettendo che Erdogan glielo consentirà. Ne dubito. Comunque, ammettiamo che venga accettata una struttura che si basi su di un’architettura diplomatica, informativa, economica e ovviamente militare messa in campo da noi. Una struttura alla quale gli altri Paesi possano ancorarsi per contribuire sulla base di un comune intento.

Vediamo l’ambito militare. Diciamo subito che l’Italia ha la capacità di intervento. La nostra Difesa possiede comandi già validati e già “multinazionalizzati”, a partire da quello di Solbiate Olona, il NATO Rapid Deployable Corps (NRDC), insieme a Comandi di livello inferiore terrestri, quale il Comando Divisione Acqui per esempio, l’ho comandata e mi permetto di esserne il primo tifoso, ma anche navali e aerei, addestrati e pronti a un rapido intervento.

A significare l’inevitabilità, anzi l’obbligatorietà, di un impegno interforze. Del resto, per che cosa abbiamo pagato tanti costosi assetti navali e aerei? Con tutto ciò che dovrebbe servire per la protezione e il sostegno delle forze, nonché la capacità di “imporre” e “far rispettare” le regole del gioco. Creare dissuasione quindi.

Ciò per significare che esiste sempre il rischio di dover “trascendere” in un confronto armato, anche solo occasionalmente. Tanto per sgomberare il campo dalle facili deduzioni giornalistiche che comunque si possa trattare solo di una missione di pace. Iniziamo pertanto a cancellare dalla mente questa definizione missione “di pace”, tramandataci dal semplicismo che ne è stato tratto dell’onusiano “peacekeeping”.

Preferiamo, esortativo, quella di missione “per la pace” e forse ci capiamo di più. Questa non esclude l’uso della forza, quando è necessario farlo.

Un po’ di numeri? Be’, secondo quanto abbiamo imparato, insegnatoci da un grande generale americano, inascoltato, Shinseki, nella considerazione del numero di abitanti libici, poco sopra i 6 milioni circa, e del fatto che inizialmente è opportuno tenere presente un rapporto di 1 a 50, ecco che l’intero contingente dovrebbe aggirarsi sui 120 mila soldati, sul terreno, tutto compreso.

Chiaro è che se volessimo riferirci all’attuale situazione operativa sul terreno, cioè alle posizioni raggiunte e tenute dalle due fazioni, potremo limitarci a un’area che inglobi la metà di quella popolazione, cioè quella racchiusa tra Tripoli, Misurata, Al Qaryah e il confine tunisino, ne basterebbero la metà.

Va da sé l’obbligo operativo di disporre di una riserva di pronto intervento, una buona aliquota della quale almeno inizialmente imbarcata al largo delle coste tripolitane.

Una forza diciamo del livello brigata, che non solo sia messa in uno stato di prontezza molto ridotto, ma che disponga anche dei mezzi per poter intervenire, per un’efficace sintesi, una volta tanto, tra prontezza e capacità di risposta, un binomio che nella narrativa NATO viene ormai trascurato, a mio parere volutamente, a causa dell’indisponibilità di quei mezzi.

L’Italia, io credo, potrebbe garantire, almeno inizialmente, sulle 8 mila unità di terra, tanto al chilo. Da qui discende l’inevitabilità che un tale intervento richieda un impegno internazionale. Va da sé, che molti assetti aerei, data la vicinanza dal continente e a esclusione di quanto si può imbarcare, possono essere rischierati sulle basi nell’Italia meridionale.

Tuttavia, deve essere chiaro che i numeri soggiacciono alla logica del “che cosa fare” nel dettaglio (il “troops-to-tasks analysis”), al di là delle belle parole che possono scaturire dal processo politico.

Proponimenti questi che hanno la necessità di essere trasformati in un obiettivo strategico-militare e, quindi, questo, in un sistema articolato di linee operative che prevedono dei momenti di controllo per misurare, di volta in volta, se quello che si sta facendo è riconosciuto come essere la cosa giusta e, quindi, se quella cosa la si sta facendo nel modo corretto, efficace.

Cosa molto complessa quando subentrano profili di ordine economico e sociale di cui occorre tener conto, pur rientrando nella sfera di competenza propria di ambiti che esulano prettamente da quello squisitamente militare. Infatti, che sia chiaro, il militare non può occuparsi di tutto.

Ecco perché, già dal 1995, con il suo “supplemento a un’agenda per la pace”, l’allora Segretario Generale dell’ONU, Boutros Boutros-Ghali, enfatizzò il concetto di peace-building (con il documento del 1992, aveva invece strutturato il concetto di peace-making).

In sintesi, ove lo scenario che si aprisse da domenica fosse quello tipo “Dayton”, l’Italia sarebbe in grado, ne sono convinto, di assumere il comando di una tale operazione e di schierare proprie forze.

Ma non sono al momento tanto certo che ce lo consentiranno di fare. Non sono infatti sicuro che lo schieramento di una forza di “interposizione” farebbe il gioco dei turchi e non farebbe il gioco dei turchi il fatto che a comandarlo possano essere gli italiani.

Sia russi che turchi temerebbero che una tale forza, magari sotto comando NATO, potrebbe poi prendere le parti di una o dell’altra fazione. E poi c’è la ricostruzione.

Intanto ci sono quasi 70 miliardi, congelati dalla commissione per gli investimenti di Tripoli. E la Turchia, che vorrebbe indietro i suoi circa 15 miliardi di credito dalla Libia, non mi sento di escludere che al di là della sua affezione al mondo arabo-sunnita, non sia sensibile a quei soldi. Sono quasi sicuro che richiamerebbero in causa persino i peccati del nostro passato coloniale, passato appunto attraverso la sconfitta dell’allora impero ottomano. Messi a fattor comune gli interessi russi e turchi per le riserve energetiche libiche di cui l’Italia, con l’Eni, è parte importante con i suoi siti onshore e offshore.

Tanto per ricordare che l’Eni in qualche modo ha venduto mesi fa il 30% della sua partecipazione nell’egiziano Zohr, da lei scoperto, a Rosneft. Chi impedisce di pensare che Mosca non voglia allargarsi verso ovest?

Pertanto, sotto l’aspetto militare, l’Italia ha le forze e le competenze per concorrere e persino condurre un’operazione del genere. Basterebbe che il politico avesse le idee chiare e basterebbe che altri ce lo consentano. Io, oggi, al momento in cui scrivo queste righe, ne dubito fortemente.

Semplicemente perché, parafrasando Caracciolo, quando tutti si armano e sono pronti a impiegare la forza militare per difendere i propri interessi, noi non possiamo aspettare gli eventi e pendere dalle labbra di altri, l’ONU, la Nato, l’Europa e chissà chi altri, ciondolandosi con concetti consumati e fuori dalla realtà dei fatti del tipo la soluzione non può che essere politica (cioè diplomatica e non militare) o idealizzare un processo di stabilizzazione inclusivo, inter-libico e così via.

Per questo semplice motivo ritengo che, laddove si giunga a un’auspicabile tregua su cui lavorare per riportare la Libia a dove l’abbiamo fermata noi stessi 9 anni fa, noi Italia non avremo la forza per imporre la nostra leadership e avremo perso la possibilità di esercitare la nostra storica influenza su quella parte del nord Africa con una pericolosa ricaduta negativa in campo economico in genere, a partire da quello energetico.

Ben altra cosa sarebbe stata, come ho detto in una mia recente intervista su LaVerità dello scorso 6 gennaio, avessimo posto da tempo le basi di una presenza militare robusta e ben determinata, tanto al largo delle coste tripolitane, dove si concentrano i flussi dell’immigrazione africana e i traffici illegali di ogni cosa, quanto a difesa delle installazioni dell’ENI sulla terraferma e in mare. Abbiamo impiegato per tanto tempo un intero reggimento per difendere una diga in Iraq, su cui lavorava una nostra ditta, non potevamo farlo anche per l’ENI? Che diamine!

Saremmo stati già lì, di certo senza parteggiare né per l’uno né per l’altro, ma determinati sia a difendere un nostro interesse, investito nella fornitura energetica sia a dissuadere chiunque altro a prendere posto nello scacchiere. Ma temo ormai sia maledettamente tardi.

Lo scenario sopra descritto non mi convince. Una sceneggiata cinematografica, temo, forse solo per pulirsi la coscienza. Nel Mediterraneo noi siamo soli, e Erdogan lo sa. Ma noi non lo capiamo.

Approfittando di questo imbarazzante momento di “silenzio” il novello sultano invierà più truppe in Libia per essere già pronto a qualsiasi evenienza, prevedere è potere, e già inizierà a perforare nella sua “nuova” Zona Economica Esclusiva, sicuro che nessun altro mai invierà navi militari a scacciare le sue imbarcazioni impegnate a perforare e succhiare riserve che non gli appartengono.

Naturalmente spero di sbagliarmi e, contrariamente a come troppo spesso mi capita, di non aver avuto ragione troppo presto.

*Generale di Corpo d’Armata (Ris) dell’Esercito

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