Accordo commerciale Cina e USA, le tensioni politico-economiche restano comunque alte

Di Pierpaolo Piras

Washington. L’ultimo accordo commerciale tra Cina e USA risolve qualche problema lasciandone altri di difficile soluzione.

I firmatari dell’accordo con i testi

Mercoledì scorso, Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti e il vice premier e caponegoziatore cinese Liu Xe, hanno deposto la propria firma nella sala di ricevimenti della Casa Bianca (East Room).

Il testo si compone di 86 pagine, scritto in inglese. La versione in lingua cinese sarà pubblicata successivamente.

Va subito precisato che vige ancora un’elevata diffidenza reciproca: le tensioni politico-economiche non si placheranno facilmente anche se quest’ultimo accordo assume, comunque, un significato positivo.

Uno dei maggiori contrasti riguarda le diverse logiche politiche, liberale negli USA e comunista in Cina, che finora hanno condizionato negativamente il relativo confronto ed intesa tra i due sistemi commerciali e finanziari.

Robert Lighthinger, capo negoziatore di Trump, ha anticipato che in questa fase 1 dell’accordo, non sono affrontate le grandi questioni sistemiche, da sempre espresse da Washinton, come lo spionaggio industriale ed i cospicui aiuti finanziari cinesi alle proprie aziende, che alterano la libera concorrenza nel mercato globale.

A tale riguardo, il pericolo sarebbe quello di vedere una Cina in una posizione internazionale di maggiore isolamento, con un minore e difficoltoso accesso della propria economia sia al commercio che alle alte tecnologie straniere, specie occidentali.

Le parti promettono di doversi incontrare spesso, quanto basta per evitare che i due giganti economici non si irrigidiscano, radicalizzando le proprie posizioni verso una nuova guerra fredda che non gioverebbe a nessuno.

Non solo: tale rischio finirebbe per contagiare negativamente il sistema produttivo europeo verso il quale sarà rivolta l’attenzione della prossima politica economica americana.

Questo pericolo non è privo di fondamento.

Non appena l’accordo verrà pubblicato in lingua cinese, sarà possibile far collimare i due testi secondo significati e formule condivisi.

Secondo il testo inglese, la Cina suggella l’impegno di aumentare le importazioni di beni e servizi USA di 200 miliardi di dollari in due anni, confrontato con il livello del 2017, assunto come parametro di riferimento, prima dell’inizio della guerra commerciale.

Un impianto industriale in Cina

Intanto, nello stesso biennio, Washington ridurrà i dazi sulle importazioni in Cina dagli USA per un totale di 120 miliardi di dollari con variazioni comprese tra il 15% e il 7,5%.

Sono valide e fondate le inquietudini degli analisti della Casa Bianca, i quali ritengono che il sistema economico cinese sia capace di sostenere acquisti per 200 miliardi di dollari dagli USA senza dover ridurre le importazioni da altri Paesi, in primo luogo dalle nazioni dell’Unione Europea, Messico, Vietnam, Brasile e il Giappone.

Quando si addiverrà alla fase 2, bisognerà dare spazio alla spinosa questione dei contributi finanziari alle aziende cinesi, che solleva parte dell’incertezza che ha offuscato le decisioni delle aziende di investire in Cina.

Il primo vincitore alla Casa Bianca è stato Donald Trump, il quale ha strappato una firma a Pechino ottenendo una pace commerciale, prontamente rivendicabile durante tutta la campagna elettorale per le elezioni presidenziali di novembre prossimo.

Inoltre, l’accordo si inserisce perfettamente in uno degli obiettivi chiave di Pechino: diversificare la sua economia, renderla più trasparente e infine librarsi dall’incertezza che, finora, ha offuscato le decisioni delle aziende di investire in Cina.

Realisticamente, significhiamo che tra USA e Cina è stato compiuto un atto di fiducia traendone una parziale tregua commerciale, ma non la pace.

O, peggio ancora, che l’accordo appena firmato vada in pezzi entro la fine dell’anno.

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