Afghanistan, fondamentalismo ed integrazione. Un convegno a Montecitorio tra storia e racconti di chi ha vissuto sotto i Talebani

Di Giusy Criscuolo

Roma. L’area geografica di interesse è l’Afghanistan. “Gli interessi politici, economici, geostrategici su questa terra sono molti e si intrecciano tra di loro finendo per fondersi con le varie ideologie. Ideologie molto spesso violente e che discendono da una in particolare. Quella dell’Islamismo Politico”. Così l’analista dell’ISPI, Claudio Bertolotti, ci introduce in un Paese che, da secoli, è stato al centro di “appetiti” economici di molte potenze.

Un momento del convegno alla Camera

La jihad è elemento forte sul piano ideologico e motivazionale che evidenzia conflittualità prevalentemente politiche, economiche e strategiche.

Nel corso di un convegno, tenutosi nella sala del Mappamondo di Palazzo Montecitorio, a Roma, nei giorni scorsi, non viene lasciato scampo alle ipotesi. La jihad si allarga sempre di più. E’ usata su tutti i fronti per giustificare azioni politiche aberranti e che diversamente non sarebbero accettate dall’opinione pubblica locale.

Grazie all’esaustivo intervento di Bertolotti, scopriamo che esiste una retorica Talebana o Islamista che esalta la necessità di dover aderire alla jihad per la difesa della propria patria e della propria religione e una retorica sulla quale si basa l’approccio occidentale che utilizza il termine “Guerra del Terrore”.

Cioè quell’impegno a contrastare il terrorismo jihadista che ha caratterizzato gli ultimi decenni e che ancora oggi riesce a smuovere gli animi delle masse per giustificare le scelte politiche, volte al contrasto di questo terrorismo.

Al centro dell’esame di questi temi, la presentazione di un volume dal titolo: “L’ultimo lenzuolo bianco”. Si tratta di una denuncia autobiografica di Farhad Bitani, ex-fondamentalista islamico ed oggi educatore, nonché socio fondatore del Global Afghan Forum. Un uomo che ha deciso di abbandonare la carriera militare e ha chiesto asilo politico in Italia.

Alla tavola rotonda hanno partecipato: Valentina Corneli, deputata del Movimento Cinque Stelle e componente della Commissione Affari Costituzionali della Camera che ha moderato l’incontro, Claudio Bertolotti, analista ISPI, Direttore Start Insight, Farhad Bitani, protagonista del libro e scrittore ed Alex Ruzzi, autore, regista cinematografico e teatrale,che ha il progetto ambizioso di creare una pellicola cinematografica su questa storia.

“Circa 10 anni fa – ha spiegato Bertolotti – in occasione di un mio approfondimento sulla cultura dell’Afghanistan, ho avuto il piacere di incontrare questo giovane (Bitani Ndr) che all’epoca era un Sottotenente dell’Esercito afgano. Mi ha accompagnato a conoscere questa cultura che stentavo un po’ a comprendere. Cercando di capirla nelle sue manifestazioni e nel suo interfacciarsi con una cultura diversa, come lo era la mia. Questa conoscenza iniziata 10 anni fa, ha portato alla realizzazione di uno strumento di grande utilità per i militari che si sono avvicendati in questa terra. Parlo dei centinaia, migliaia di militari italiani che si sono alternati in lunghi periodi di permanenza in quella fantastica terra che è l’Afghanistan”.

Soldati americani di pattuglia in un villaggio afgano

“Una situazione conflittuale e di guerra che va avanti da oltre 40 anni – ha aggiunto Bertolotti -. Anche se noi ci siamo concentrati sugli ultimi 18 che sono gli anni che hanno visto l’impegno della comunità internazionale nell’ultima fase della guerra afghana”.

“Era il febbraio 1989 quando l’Unione Sovietica varcava il confine in direzione opposta – ha ricordato l’analista ISPI nel suo excursus storico sul Paese -. Questo è il periodo in cui in Afghanistan si consolida un fenomeno sociale ed economico di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. Quello dell’imposizione e del consolidamento dei signori della guerra. Quello dei grandi capi Mujahideen che spesso sono a contatto essi stessi con i signori della droga. Soggetti che sono riusciti grazie ad un’economia di guerra a creare un’economia parallela che è causa della guerra stessa”.

L’Afghanistan produce circa il 92-93% degli oppiacei che vengono consumati nel mondo. E questa economia parallela viene garantita da una situazione di instabilità, che crea incapacità di controllo, specialmente nella aree periferiche della regione. “Instabilità che ha portato molte aree del Paese stesso ad essere fuori dal controllo del potere governativo”, ha evidenziato Bertolotti.

Talebani

Per l’analista “l’ideologia dell’Islam politico violento, usa la religione come giustificazione alle violenze dettate dalle scelte politiche. Le quali sono portate avanti in nome di una religione che è reinterpretata. Tra queste: il jihadismo”.

Ideologia che si impone in maniera drammatica in Afghanistan anche grazie alle centinaia, migliaia di volontari jihadisti che arrivano da tutto l’emisfero mediorientale ed africano. “Con il crollo dell’Unione Sovietica – ha ancora ricordato Bertolotti -, dopo aver acquisito tecniche di combattimento, iniziano a viaggiare per tutto il mondo, esportando la visione dell’ideologia jihadista ed il nuovo jihadismo in tutto il Medio Oriente ed in Nord Africa ma anche nell’Europa e nei Balcani. Gli stessi jihadisti, li ritroveremo a combattere in Bosnia, sempre sotto la bandiera di una religione che giustifica una serie di violenze che altrimenti non sarebbero accettabili. Ed oggi come un boomerang, le generazioni di quei jihadisti stanno tornando in Afghanistan, dopo aver acquisito un’esperienza di combattimento e di forte ideologizzazione religiosa jihadista dalla Siria e dall’Iran”.

Lo Stato Islamico, ha proseguito l’analista, che fu di Abu Backr Al-Baghdadi in Siria e in Iraq “ha aperto la sua succursale, forte di alcune migliaia di persone che non sono moltissimi, ma che fanno parlare molto di sè e che hanno creato una sorta di frantumazione dello stesso fronte insurrezionale”.

Abu Backr Al-Baghdadi

Noi siamo abituati a pensare ai gruppi Talebani come una realtà monolitica, in realtà i gruppi di opposizione armata sono decine. “Molti di questi combattono – ha sottolineato Bertolotti – sotto la bandiera bianca dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, ma non tutti si riconoscono nella leadership del movimento talebano che fu del Mullah Omar”.

I numeri e le percentuali ci mostrano un quadro del Paese per nulla rasserenante ed i dati che riguardano le percentuali di comando sotto il dominio talebano, variano da un 35% riportato da studiosi americani ad un quasi 50% stimato da analisti che vivono sul territorio e che sottolineano come il Paese stia rischiando di cadere ancora una volta sotto controllo talebano…

Si tratta per Bertolotti di “cifre inquietanti, considerando il grande sforzo che è stato fatto dalla comunità internazionale e dalla NATO nel corso degli ultimi 18 anni. Oggi si presenta difronte a noi una via d’uscita che pare irreversibile: quella del negoziato con i talebani”.

Stiamo parlando di chi abbiamo combattuto per 18 anni. Ma oggi, come ha sostenuto l’analista, si presentano “come gli unici interlocutori con i quali poter raggiungere un accordo che possa portare, se non ad una stabilità, ad una conflittualità di basso livello che garantisca un certo grado di manovra per il Governo afghano e per le forze della Coalizione. I Talebani hanno capito molto bene la necessità della comunità internazionale di riuscire a raggiungere un accordo”.

Hanno studiato come interfacciarsi, non direttamente con la comunità internazionale ed i rappresentanti delle Nazioni Unite, ma “con più interlocutori su diversi tavoli di negoziali”.

In primis, con  la Cina con la quale l’Afghanistan ha grandissimi interessi. Pechino ha acquistato la maggior parte dei diritti estrattivi in  territorio afghano, dai minerali preziosi, al petrolio, agli idrocarburi. Anche la Russia è un attore che tornerebbe volentieri. I talebani hanno capito che devono essere capaci di muoversi su diversi fronti”.

L’analista ha indicato una sua ipotesi su una possibile soluzione futura: “E’ ipotizzabile, in un accordo tra le parti, una soluzione che possa portare al sostanziale riconoscimento dei Talebani come legittimi interlocutori, riconoscendo allo stesso tempo a loro sul piano del diritto, quello che già detengono sul piano reale. Quindi riconoscimento di una forte forma di potere, quindi accesso a quelle che sono le risorse economiche del Paese”.

Il tutto si tradurrebbe in royalties, in guadagni. e questa potrebbe essere anche una situazione di comodo per gli Stati Uniti che vedrebbero, a fronte di un accordo con la controparte talebana, ridurre la pressione militari. “Senza dimenticare – ha concluso Bertolotti – che gli americani hanno un accordo collaterale con il Governo afgano per rimanere all’interno di basi ad uso esclusivo fino a tutto il 2024. Ovviamente l’accordo è rinnovabile”.

Partendo da quadro abbiamo di fronte un Paese molto diverso da quello che ci saremmo aspettati nel 2001, all’indomani dell’occupazione da parte degli Stati Uniti, come intervento legittimato dalle Nazioni Unite. Un Afghanistan in cui i mujahideen, a cui Farhad fa esplicito riferimento nel suo libro, continuano a giocare un ruolo di primo piano. Un Paese sempre più in bilico ma che non si è mai piegato a nessuna presenza straniera.

Il gesto rivoluzionario di Farhad spiega il resto, che non appartiene ad un’analisi o ad uno studio, ma bensì ad un’estrema esperienza personale, vissuta fino al limite della comprensione: “Io, i ragazzi della mia generazione e di quella precedente, siamo nati e cresciuti in questo odio – ha raccontato -. Purtroppo quando qualcuno nasce nella violenza, la violenza diventa parte della tua vita. Continui a vivere quella realtà e pensi che quel contesto sia la verità, sia normale. Per il popolo afghano è normale! Diventa normale girare per le strade e vedere cadaveri”.

Un bambino soldato in Afghanistan

“E una cosa normale vedere donne violentate per strada – ha aggiunto Farhad con voce decisa . Se si continua a vedere questa violenza non cambierà nulla ma se si hai la fortuna di vedere la bellezza del mondo, la bellezza del diverso, di ricevere piccolissimi gesti umani, allora si può combattere tutta la violenza che si è vissuta nel passato. Questo è quello che è successo a me.”.

Non è semplice ascoltare le realtà di quest’uomo coraggioso su cui pende dal giorno del suo cambiamento la fatwa (dichiarazione legale islamica, emessa da un esperto di diritto religioso cioè il mufti, ma che negli ultimi anni indica anche una condanna a morte).

Non è facile comprendere ma è talmente grande la spinta emotiva che decidi di mantenere le orecchie aperte e l’attenzione massima. Ha spiegato ancora Farhad: “Prima del 2008 ero un fondamentalista convinto, estremo, nessuno mi ha fatto un lavaggio del cervello per cambiare o mutare il mio punto di vista. Piccolissimi gesti umani mi hanno cambiato. Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia ricca. Ero figlio di un Generale ma la violenza non mi ha risparmiato. Quando ero piccolo ed i mujahideen hanno preso il potere, per il potere si sono divisi in 24 gruppi. Prima di allora, non esisteva il fondamentalismo islamico. Il fondamentalismo nasce in Afghanistan. Bin Laden crea Al-Qaeda, Mullah Omar crea i gruppi dei Talebani e tanti altri gruppi islamici prendono forma e così inizia la guerra civile nella mia terra”.

Totalmente nata sotto la stella della guerra, la generazione di Farhad non poteva che essere violenta. “Il mio primo giocattolo – ha proseguito nel suo racconto – è stato un kalashnikov. A 6 anni ero già capace di smontarlo, ripulirlo ed armarlo, a 9 anni sapevo già sparare. Quando altri gruppi armati attaccavano, noi lo prendevamo e difendevamo la nostra casa. Per settimane non potevamo uscire, perché vivevamo a Kabul. Ci nascondevamo nei bunker e solo per radio ci davano l’ok per uscire. Dopo giorni vedevamo la luce ma assieme a quella c’erano montagne di cadaveri per strada, donne violentate negli angoli della stessa”.

Lo scrittore ha ancora ricordato: “Dal 1995 al 1996 il rapporto tra americani e mujahideen si rompe e dal 1996 l’America perde il controllo sull’Afghanistan. L’America cerca così appoggio nell’Arabia Saudita e nel Pakistan chiedendo loro il controllo dell’Afghanistan. I due Paesi cominciano così a formare i famosi Talebani, gli studenti coranici. Mettono a capo dei talebani il Mullah Omar, e cominciano a costruire centinaia di scuole coraniche. Iniziano a prendere tutti i giovani che trovano con conseguente lavaggio del cervello. Danno così vita alla generazione talebana”.

“Nel 1997 i Talebani – ha proseguito Farhad – attaccano l’Afghanistan e prendono il potere sui mujahideen che non erano più in grado di difendersi, poiché divisi i molti gruppi. Così i Talebani, presero il potere in Afghanistan”. Ed ai tempi dei Talebani cambia tutto. Quando entrano in Afghanistan, come tutti i gruppi di fondamentalisti, lottano per eliminare due cose: l’educazione e la libertà delle donne.

“La prima cosa che hanno fatto entrati in terra afgana – ha evidenziato lo scrittore – hanno chiuso tutte le scuole e le donne non potevano più uscire di casa, senza essere accompagnate dal marito, dal padre o dal fratello…”.

Perché i fondamentalisti vanno contro la libertà delle donne ce lo spiega con molta semplicità: “Perché la libertà dell’uomo viene dalla madre. Immaginate una mamma, di qualsiasi nazionalità essa sia. Non vi indicherà mai una strada sbagliata da percorrere.

“Quando sottometti una donna, prendi quella libertà educativa che la mamma ha verso il figlio – ha continuato -. Non avendo più delle scuole, per noi bambini, era dunque diventato obbligatorio andare in quelle coraniche. Dalle 5 di mattina fino al tardo pomeriggio, non potevamo esimerci. La prima cosa che facevano, era farci memorizzare il Corano con delle cantilene. La nostra lingua è dari e pashto. Non conosciamo l’arabo e di conseguenza non conoscevamo il Corano, del quale imparavamo a memoria i versi. L’interpretazione e la traduzione del Corano erano e sono state vietate dai Talebani. Noi dovevamo solo ascoltare il mullah che ci insegnava il Corano. La prima cosa su cui ci indottrinavano i mullah si basava sulla verità che il Corano è scritto e se tu uccidi il sapere vai in paradiso. Se partecipi alla lapidazione, Dio ti diminuisce il peccato e via discorrendo.”.

I temi non certo edulcorati del racconto, ti costringono ad un’introspezione veloce, che prova a ridimensionare alcune priorità quotidiane.

“Ai tempi dei talebani, negli stadi dove tutti gli altri Paesi del mondo giocano delle partite di calcio, in quelli afgani si giocavano le partite con la morte. Lapidazioni, mutilazioni, tagli di teste. Ogni giovedì e ogni venerdì lo stadio aveva i suoi appuntamenti fissi. Se rubavi ti tagliavano la mano, se una persona beveva alcol, la prima volta veniva punito con 120 frustate e la seconda volta gli tagliavano la testa. Se una donna andava a letto con l’uomo prima del matrimonio veniva pubblicamente lapidata allo stadio. Tutto faceva parte del governo dei Talebani. Un governo che comandava il 95% del popolo afgano. Tutto dietro la figura del Mullah Omar, che nessuno aveva mai visto. Alla fine dello studio nelle scuole coraniche, noi bambini andavamo allo stadio a vedere queste atrocità.  Contravvenivo agli ordini di mia madre e andavo di nascosto”.

Nel 1999 il 5% del territorio era in mano dei mujahideen alleati con la Russia e con l’Iran. Il 95% in quelle dei Talebani, appoggiati da Qatar, Arabia Saudita, America, Pakistan.

“Mio padre fu arrestato dai Talebani – ha ancora ricordato lo scrittore – ma attraverso i Servizi segreti dell’Iran e dei mujahideen riuscì a fuggire dal carcere ed a rifugiarsi in Iran. Lo raggiungemmo con tutta la famiglia. Per la seconda volta la nostra vita era cambiata totalmente. In quei 3 anni frequentai tutti i capi ed i leader mujahideen. Dove gli afgani come me non avevano diritti, noi figli di mujahideen avevamo tutto: auto, ricchezza, case, soldi”.

“Vicino casa nostra – ci ha raccontato – viveva il leader più importante dei mujahideen, attualmente uno degli uomini politici afgani più influenti. Una sera mi trovavo a casa loro a giocare con i figli. Bussano alla porta i Servizi segreti ed il segretario generale dei mujahideen dice che il figlio maggiore, di 16 anni era stato arrestato perché trovato in compagnia di prostitute ed in possesso di droghe e alcool. Senza metterlo in carcere, lo avevano portato a casa del leader. Si chiusero in una stanza per circa mezz’ora. Andati via i Servizi, il capo dei muijahudeen, portò suo figlio davanti a noi dandogli uno schiaffo sonoro. Gli disse: Ti ho messo un milione di dollari in banca, hai il passaporto politico in tasca, vai a Dubai, vai in Francia, vai in Germania. Fai tutto ciò che vuoi fare, ma fallo lontano da qui!”.

“Questa è la vera faccia del fondamentalismo – ha aggiunto – Farhad -. Io sono nato e cresciuto dentro al fondamentalismo e nessuno meglio di me può darne testimonianza. Nessuno può insegnarmi cosa sia il fondamentalismo. Ho vissuto tutte le guerre, tutti i regimi, quindi, con molta sicurezza dico che nessun leader fondamentalista nel modo, segue un Dio. Sono tutti i più grandi esponenti aziendali e commercianti del mondo. Datemi un solo nome di qualche leader fondamentalista o di qualche familiare di fondamentalista che sta facendo la ‘guerra santa’ in prima linea o che si è fatto saltare in aria. Io posso farvi una lista. Le aziende più grandi e la maggior parte dell’economia del Medio Oriente è in mano loro. Il fondamentalismo sfrutta l’ignoranza della gente, sottomette le donne e usa la religione come scusa per commettere atrocità”.

Farhad ha concluso con una piccola riflessione: “Piccolissimi gesti umani possono portare al cambiamento, aiutano la spinta emotiva personale. Ma il cambiamento di un uomo avviene solo nel momento in cui l’uomo cambia con se stesso.  Il gesto umano e l’identità italiana della mamma di un mio amico, mi ha dato la spinta per attuarlo. Trattandomi come suo figlio, misurandomi la febbre con le sue mani e accogliendomi come una mamma. Non conosceva nulla di me, era soltanto la sua splendida identità italiana e la sua generosità che mi hanno spinto a modificare ciò che ero stato. Avevo capito. Perché devo portare odio verso un popolo che non conosco. Quei piccolissimi gesti umani mi hanno permesso di conoscere la realtà del diverso. Quel vuoto che la mia mia vita mi aveva creato, lo riempivo quando trovavo il dialogo con il diverso. Sono un musulmano, ma questo non mi impedisce di apprezzare, convivere e condividere con il diverso”.

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