Afghanistan, il grande impegno statunitense verso la fine? Sarà vittoria?

Di Francesco Ippoliti*

Kabul. L’intervento in Afghanistan è stato forse il più oneroso impegno USA dal dopoguerra. E’ stata definita la guerra più lunga, una guerra che ancora non è finita.

Spesso esperti parlano di una sconfitta di Washington in quella terra martoriata, ma potrebbe essere invece una delle più significative vittorie, ad un prezzo salato, ma dai risvolti positivi.

Non si può paragonare l’intervento sovietico del 1979 con quello del 2001 di USA e della Coalizione, erano tempi di un bipolarismo che si confrontava in ogni parte del globo.

Carri armati sovietici risalenti ai tempi della guerra con l’Afghanistan

USA e URSS si sfidavano ovunque, dall’Asia all’Africa, passando per il Sud America. L’intervento sovietico in Afghanistan è stato fronteggiato da ingenti risorse della CIA e dell’ISI ( il servizio segreto pakistano) nonché da numerosi Paesi arabi che fornivano smisurati aiuti monetari. Quello USA è stato supportato dalle organizzazioni internazionali.

Se il 1979 è stato un anno particolarmente “felice” per l’URSS, anche per caduta dell’IRAN filo americano e spina nel fianco Sud del “Grande Orso”, il 1988 è stato l’anno della svolta per Mosca, lasciando parte del destino mondiale agli americani.

Ma, dalle macerie lasciate dai sovietici in Afghanistan, non emerse una guida unica per coordinare i gruppi armati. Questi erano nati con le più disparate ideologie più o meno religiose e sicuramente legati dagli interessi dati dagli aiuti economici e dall’ingente disponibilità di armi che facevano di ogni uomo un combattente per la libertà.

Il potere finì in mano ai Talebani, o meglio, al Mullah Omar che guidò il Paese con l’ideologia e la forza della religione, non disprezzando la nascita di al Qaeda di Bin Laden.

Osama Bin Laden

Anni bui, di vera guerra civile ove il Paese fu lacerato da violenze e soprusi da parte di bande criminali che dicevano di appartenere ai Talebani.

Non fu mai assicurato il diritto alla vita e praticamente si era tornati al pieno Medio Evo. Per onore si deve ricordare l’episodio nel 1998 del Colonnello dell’Esercito Italiano Carmine Calò, osservatore disarmato della Forza di pace per conto dell’ONU che venne ucciso a sangue freddo da alcuni Talebani mentre era in servizio a Kabul. Giusto per avere un quadro del termine sicurezza che si viveva allora.

Con l’intervento USA nel 2001 e con il supporto della Coalizione, l’Afghanistan ebbe l’opportunità di ripartire; vennero gettate le basi per assicurare una parvenza di vita normale con un futuro tangibile e con reali prospettive di rinascita.

Soldati americani in Afghanistan

Gli USA, dal 2002 al 2018, hanno investito nella ricostruzione del Paese ben 132 miliardi di dollari di cui solo 83 miliardi nel campo della sicurezza. La Coalizione, invece, ha investito circa 50 miliardi di dollari.

Con questo incessante fiume di denaro, sono rinate le principali strutture, le colonne su cui poggiano ora i valori della nazione. E’ stato investito moltissimo in organismi idonei a sorreggere il peso delle responsabilità della guida del Paese.

Gli USA hanno investito molto nei consiglieri militari e civili, persone capaci di aiutare e formare le personalità politiche e militari afghane, plasmare le persone e renderle atte a guidare una nazione. Il compito era, è stato e sarà ancora arduo; dopo anni di profondo Medio Evo riformare una coscienza paese è quasi una impresa. La gente dovrebbe comprendere il significato di nazione, di popolo e di credo, dovrebbe sentirsi unita, invece è ancora un insieme di singoli diversi con le reminiscenze del passato che si augurano possano non tornare. Sono sospettosi del futuro e cercano di evitare manifestazioni che possano sfociare in un lampo in violenze.

Uno dei compiti più problematici è stato la ricostruzione di una forza di polizia credibile e affidabile. Partendo dal nulla si è dovuto mettere insieme una struttura idonea a raccogliere persone di diverse etnie, farle parlare la stessa lingua e convincerle di un credo nazionale ben diverso dal credo monetario della paga. La motivazione del servizio da compiere è stata la base della sfida e la fiducia di dotarli di armi leggere e pesanti fu il rischio più grande per i consiglieri del Ministero della Difesa e dell’Interno.

Molti sono stati gli episodi di green on blu, cioè un elemento delle forze di sicurezza afghane che ha aperto il fuoco contro un elemento USA o della Coalizione.

Esposta a questo rischio era, ed è continuamente, tutta la forza schierata in Afghanistan. Da ricordare che nel 2014 il Brigadiere Generale USA, Green fu ucciso durante la visita all’Accademia Militare afghana da una guardia locale.

L’AFGHANISTAN OGGI

Il Paese oggi è dotato di una credibile struttura politica ed economica, basi per creare lavoro e sfruttare le risorse. Spesso queste compagini sono rette da persone discutibili che gestiscono il profitto come un tornaconto personale, ma il sistema è funzionante e credibile. Il lavoro speso dai consiglieri è stato utile ed incessante e gli obiettivi più o meno raggiunti. Certo che la macchina della ricostruzione continua aggiornandosi alle nuove sfide per essere maggiormente credibile ed affidabile.

Uno degli esempi è ,infatti, la forza di polizia che è stata ristrutturata, smembrando una parte di essa (oltre 30 mila uomini) che dal Ministero degli Interni è passata alle dipendenze della Difesa.

In particolare, da una forza di 157 mila uomini del 2017 la polizia è passata a oltre 124 mila. Con le unità in esubero il MOD ha potuto costituire così l’ANCOP (una sorta di polizia civile) e ABP, la polizia delle frontiere.

Da rilevare, nel processo di sviluppo del Paese, la relazione di SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction) del 2018 al Congresso USA, ove vengono analizzati gli errori individuati e si indirizzano le nuove politiche per affrontare le nuove sfide del Paese.

Tra i punti in evidenza vi sono le lezioni apprese. In esse si sottolineano le responsabilità USA e della Coalizione per assistenza nel settore sicurezza (fondamentale), il supporto alle elezioni (che daranno credibilità al paese), il controllo capillare sui contratti di ricostruzione in atto ed i progetti (per evitare il dilagare della corruzione) e una particolare attenzione alla reintegrazione degli ex combattenti (tema affrontato con particolare attenzione per evitare che possa essere strumentalizzato dai gruppi armati ribelli).

Il dilagare di gruppi ribelli al Governo centrale sono il principale problema odierno dell’Afghanistan.

Spesso questi gruppi si identificano sotto un unico credo legati al movimento dei Talebani, di al Qaeda, retaggi di ISIS ed altri.

Talebani

Molti di questi gruppi hanno dichiarato di aver il controllo di intere province e di contendersene altre con gli apparati governativi, ma il senso è che stanno avanzando in aree dove è palese il vuoto del potere centrale. Il numero delle forze di sicurezza è troppo carente per mantenere il controllo del paese, il dispendio di forze sarebbe esagerato, quindi, anche con il significativo supporto degli USA e della Coalizione, la politica attuale è quella di mantenere il controllo dei punti chiave dell’Afghanistan.

Certo una grossa fetta del Paese è considerata persa, ma, come evidenziato dal rapporto del 29 gennaio scorso dell’Ufficio del Direttore Nazionale dell’Intelligence USA al Senato, né il Governo di Kabul né i Talebani sono in grado di acquisire strategici vantaggi militari nell’anno corrente e nei prossimi, se il supporto USA e della Coalizione rimane agli attuali livelli.

Le forze governative afghane gestiscono la sicurezza delle maggiori città e di altri siti governativi, ma i Talebani hanno incrementato le operazioni su vasta scala, portando ad evidenziare i timori già descritti, cioè l’esiguo numero delle forze di sicurezza bloccati in operazioni principalmente difensive, la carenza di sufficienti forze credibili e l’incapacità di riprendere il territorio perso.

I COLLOQUI DI PACE CON I TALEBANI

I colloqui di pace con i Talebani sono la vera arma in mano agli USA. Questi sono la via per la vittoria finale, se ben gestiti.

In Doha si è tenuto un incontro, il quinto della serie avviati dagli USA, tra le due fazioni con ancora l’esclusione del Governo di Kabul, non riconosciuto dai Talebani.

I rappresentanti che si sono seduti al tavolo del negoziato erano retti dall’inviato statunitense Zalmay Khalilzad e il mullah Baradar, rappresentante politico investito di pieni poteri decisionali dal mawlawi Hibatullah Akhundzada.

Avrebbe dovuto partecipare anche il mullah Anas Haqqani, figlio del defunto Jalaluddin leader della rete Haqqani, ma è ancora detenuto nelle carceri di Kabul.

La fotosegnaletica del mullah Anas Haqqani

Mentre è chiara la posizione della delegazione USA, non è chiaro cosa rappresentino i Talebani, quali gruppi presenti in Afghanistan e Pakistan e se sono in grado di gestire la massa degli uomini armati che infestano il paese.

Questo è un fattore importante per capire a quale road map spingono gli USA e quali sono i punti che i Talebani possono assicurare o meno. Di sicuro gli USA spingono per un percorso ove vengono salvaguardati gli interessi di Washington, la sicurezza nazionale USA e un alleato governativo in Kabul.

I punti sui quali necessitano accordi sono: le garanzie di contro terrorismo, cioè che i Talebani non avranno alcun rapporto politico e militare con altri gruppi di matrice islamica con finalità transnazionali; il ritiro delle truppe straniere, che i Talebani vorrebbero in sei mesi mentre gli USA spingono per un ritiro graduale in un tempo che va da tre ai cinque anni; il dialogo con il legittimato Governo afghano, ampiamente rigettato dai Talebani, e il cessate il fuoco immediato, non ancora accettato dai Talebani in quanto vorrebbero guadagnare maggior terreno per avere una posizione dominante vero i prossimi colloqui.

Le due delegazioni si sono ritirate con la promessa di rivedere la bozza dell’accordo.

Gli USA possono ancora sedersi al tavolo dei negoziati con una posizione ancora di superiorità. Con i colloqui legalizzano la struttura politica ed il ruolo internazionale dei Talebani, posizione fortemente voluta da questi ultimi.

Vi è il problema di al Qaeda, alleati dei Talebani ma dotati di struttura terroristica transnazionale. E’ il gruppo terroristico che gli USA non vogliono al tavolo dei negoziati, nella politica di dividere e combattere il nemico uno alla volta.

Disunire i Talebani ed allontanare al Qaeda sarebbe la mossa vincente per questi colloqui, metterebbero i gruppi terroristici in difficoltà ed gli USA in posizione dominante, capace di dettare le condizioni per la stabilità. Per arrivare a questo punto della partita ci vuole una mediazione vincente e credibile, gli USA devono smembrare le forze opposte per condurli ad accettare un piano favorevole alla strategia di Washington.

I colloqui che questi gruppi tengono anche con altri Paesi come Russia e Cina, devono essere riportati sotto una visione unica, che, invece di indebolire il fronte internazionale, devono ricondurre al monopolio agli USA unico in grado di poter gestire una situazione altamente complicata.

In sintesi, la partita in Afghanistan rimane ancora aperta e lunga dall’essere chiusa nell’immediato. Gli USA e la Coalizione vorrebbero chiudere questo conflitto aperto da troppi anni passando così le responsabilità al governo riconosciuto. I colloqui con i gruppi terroristici sono fondamentali per la stabilizzazione del paese, ma devono essere ricondotti sotto la strategia USA che deve tutelare gli interessi economici e gli investimenti finora effettuati. IL paese non deve ricadere nel buio del jihadismo e del terrorismo, ma deve avviare un consenso tra le parti con finalità simili.

Solo con una mediazione forte si possono ottenere i risultati sperati, il tempo è il fattore determinante da ambo le parti, non si deve avere fretta di chiudere ma di deve far chiudere in fretta per non perdere le opportunità concesse.

E gli USA in questo sono maestri esperti.

*Generale di Brigata. (Aus)

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