Afghanistan: la strage degli innocenti di Kabul e la fragilità degli accordi di pace

Di Daniela Lombardi

Kabul. Una strage degli innocenti che rompe gli schemi tradizionali ai quali si attengono i movimenti terroristici presenti in Afghanistan e pone nuovi interrogativi inquietanti.

L’attacco, mirato e organizzato nei dettagli, al reparto di maternità dell’ospedale di Dasht-e-Barchi a Kabul, gestito da Medici senza frontiere, colpisce per la sua capacità di superare tutti i confini dell’orrore ma anche per lo sgretolarsi della “strategia del consenso” che i gruppi terroristici devono almeno in parte seguire per assicurarsi la sopravvivenza.

Un’immagine di uno dei bimbi colpiti

I talebani e, seppur in maniera minore, l’Isis (o meglio il Wilayat Khorasan che ne costituisce la branca afghana), si muovono infatti sempre in bilico tra l’azione violenta e la necessità di “gettare fumo negli occhi” della popolazione, al fine di evitare ribellioni di massa che potrebbero interferire con i piani dell’organizzazione.

In pratica, da sempre Talebani e Isis cercano il consenso o quanto meno la passività dei villaggi e delle città in cui sono presenti e non li cercano solo con le armi ma con mezzi quali distribuzione di cibo e beni di prima necessità o comunque ponendosi come “difensori dell’Afghanistan”.

Questo è valido soprattutto per i Talebani che, mirando tra l’altro al ritorno al potere e dunque ad una dimensione più “politica” tentano sempre di avere, agli occhi dell’opinione pubblica, una giustificazione per le loro azioni e dunque non sorprende che esista una sorta di “codice d’onore”, come nella mafia, dal quale non bisogna distaccarsi per non incorrere in fastidi. I bambini, le donne, sono indicati come vittime “collaterali” ed inevitabili di attentati ed esplosioni che però hanno come obiettivo reale, di volta in volta, secondo la propaganda: l’occupante straniero, il militare afghano che collabora con le forze della coalizione, il politico che non fa il bene dell’Afghanistan.

Milizie Talebane

L’attacco di Dasht-e-Barchi, pur compiuto ai danni della minoranza sciita Hazara, da sempre perseguitata e oggetto di violenze, non rientra in questo schema e suscita la riprovazione anche dei simpatizzanti degli “insurgents”. Per questo, al momento, nessuna rivendicazione ufficiale è ancora arrivata.

L’unica certezza è che il colpo è mirato, visto che i terroristi non si sono affidati ad un generico ordigno esplosivo piazzato davanti all’ospedale ma si sono presi la briga di travestirsi da operatori sanitari e militari afghani per compiere uno dei blitz più vergognosi nella già vergognosa storia del terrorismo nel Paese.

Certamente, chiunque abbia compiuto il vile gesto non ha a cuore i già fragili accordi di pace tra Usa e Talebani firmati a Doha lo scorso febbraio. Che questi patti non piacciano a tanti attori del teatro afghano e per vari motivi è del resto chiaro. Il presidente Ghani li ha da sempre ritenuti troppo morbidi e si è rammaricato per essere stato escluso dalle trattative per inserirvi le sue condizioni più “dure”.

Le varie shure afghane sono in disaccordo sui termini delle pattuizioni. Gli Usa stessi sono in parte pentiti di aver firmato, dopo aver assistito alla ripresa delle violenze a seguito di rassicurazioni e raccomandazioni, e proseguono sulla strada diplomatica senza eccessiva convinzione ma con la consapevolezza che non convenga a nessuno sconfessare quanto siglato in Qatar proprio nell’imminenza delle elezioni negli Stati Uniti.

L’Isis non ha alcuna intenzione di lasciare campo libero ai Talebani. Insomma, nessuno è soddisfatto dei patti siglati e dunque l’interesse a seminare il terrore appartiene a troppe parti.

Lo dimostra anche il fatto che, prima e dopo la strage di mamme e bambini, altri due attentati si sono verificati: uno nella provincia di Nangharar in occasione di un funerale e un altro in una caserma militare a Gardez. Episodi che hanno fatto dichiarare al Presidente afghano che “ogni mezzo verrà utilizzato contro i movimenti terroristici (gli altri attentati sono stati rivendicati dall’Isis) e contro i talebani, i quali non hanno mai messo davvero da parte la violenza (Ghani ritiene responsabili i talebani degli ultimi attacchi, rivendicati e non)”.

Il martirio di Kabul potrebbe avere anche un ulteriore messaggio rivolto alla comunità Hazara, a prevalenza sciita, che abita il distretto in cui si trova l’ospedale.

Gli Hazara, infatti, chiedono che gli accordi di pace implichino anche una loro maggiore tutela rispetto alle persecuzioni da sempre subite per ragioni etniche, storiche, religiose e culturali dai talebani.

In pratica, chiedono che la pace, se deve esserci, riguardi anche loro. In un attacco così mirato, l’inquietante e aggiuntivo messaggio potrebbe essere: “Non c’è spazio, in Afghanistan, per rivendicazioni da parte degli Hazara e dei loro figli”.

Certo, se si voleva interrompere decisamente il processo di pace, l’attentato di Kabul ha fornito l’occasione giusta, a tutti, per farlo.

Una strage degli innocenti che rompe gli schemi tradizionali ai quali si attengono i movimenti terroristici presenti in Afghanistan e pone nuovi interrogativi inquietanti.

L’attacco, mirato e organizzato nei dettagli, al reparto di maternità dell’ospedale di Dasht-e-Barchi a Kabul, gestito da Medici senza frontiere, colpisce per la sua capacità di superare tutti i confini dell’orrore ma anche per lo sgretolarsi della “strategia del consenso” che i gruppi terroristici devono almeno in parte seguire per assicurarsi la sopravvivenza.

I talebani e, seppur in maniera minore, l’Isis (o meglio il Wilayat Khorasan che ne costituisce la branca afghana), si muovono infatti sempre in bilico tra l’azione violenta e la necessità di “gettare fumo negli occhi” della popolazione, al fine di evitare ribellioni di massa che potrebbero interferire con i piani dell’organizzazione.

In pratica, da sempre Talebani e Isis cercano il consenso o quanto meno la passività dei villaggi e delle città in cui sono presenti e non li cercano solo con le armi ma con mezzi quali distribuzione di cibo e beni di prima necessità o comunque ponendosi come “difensori dell’Afghanistan”.

Questo è valido soprattutto per i Talebani che, mirando tra l’altro al ritorno al potere e dunque ad una dimensione più “politica” tentano sempre di avere, agli occhi dell’opinione pubblica, una giustificazione per le loro azioni e dunque non sorprende che esista una sorta di “codice d’onore”, come nella mafia, dal quale non bisogna distaccarsi per non incorrere in fastidi.

I bambini, le donne, sono indicati come vittime “collaterali” ed inevitabili di attentati ed esplosioni che però hanno come obiettivo reale, di volta in volta, secondo la propaganda: l’occupante straniero, il militare afghano che collabora con le forze della coalizione, il politico che non fa il bene dell’Afghanistan.

L’attacco di Dasht-e-Barchi, pur compiuto ai danni della minoranza sciita Hazara, da sempre perseguitata e oggetto di violenze, non rientra in questo schema e suscita la riprovazione anche dei simpatizzanti degli “insurgents”. Per questo, al momento, nessuna rivendicazione ufficiale è ancora arrivata.

L’unica certezza è che il colpo è mirato, visto che i terroristi non si sono affidati ad un generico ordigno esplosivo piazzato davanti all’ospedale ma si sono presi la briga di travestirsi da operatori sanitari e militari afghani per compiere uno dei blitz più vergognosi nella già vergognosa storia del terrorismo nel Paese.

Certamente, chiunque abbia compiuto il vile gesto non ha a cuore i già fragili accordi di pace tra Usa e Talebani firmati a Doha lo scorso febbraio. Che questi patti non piacciano a tanti attori del teatro afghano e per vari motivi è del resto chiaro.

Poliziotti afgani

Il Presidente Ghani li ha da sempre ritenuti troppo morbidi e si è rammaricato per essere stato escluso dalle trattative per inserirvi le sue condizioni più “dure”. Le varie shure afghane sono in disaccordo sui termini delle pattuizioni.

Gli Usa stessi sono in parte pentiti di aver firmato, dopo aver assistito alla ripresa delle violenze a seguito di rassicurazioni e raccomandazioni, e proseguono sulla strada diplomatica senza eccessiva convinzione ma con la consapevolezza che non convenga a nessuno sconfessare quanto siglato in Qatar proprio nell’imminenza delle elezioni negli Stati Uniti. L’Isis non ha alcuna intenzione di lasciare campo libero ai Talebani.

Insomma, nessuno è soddisfatto dei patti siglati e dunque l’interesse a seminare il terrore appartiene a troppe parti. Lo dimostra anche il fatto che, prima e dopo la strage di mamme e bambini, altri due attentati si sono verificati: uno nella provincia di Nangharar in occasione di un funerale e un altro in una caserma militare a Gardez.

Episodi che hanno fatto dichiarare al Presidente afghano che “ogni mezzo verrà utilizzato contro i movimenti terroristici (gli altri attentati sono stati rivendicati dall’Isis) e contro i talebani, i quali non hanno mai messo davvero da parte la violenza (Ghani ritiene responsabili i talebani degli ultimi attacchi, rivendicati e non)”.

Il martirio di Kabul potrebbe avere anche un ulteriore messaggio rivolto alla comunità Hazara, a prevalenza sciita, che abita il distretto in cui si trova l’ospedale.

Gli Hazara, infatti, chiedono che gli accordi di pace implichino anche una loro maggiore tutela rispetto alle persecuzioni da sempre subite per ragioni etniche, storiche, religiose e culturali dai talebani.

In pratica, chiedono che la pace, se deve esserci, riguardi anche loro. In un attacco così mirato, l’inquietante e aggiuntivo messaggio potrebbe essere: “Non c’è spazio, in Afghanistan, per rivendicazioni da parte degli Hazara e dei loro figli”.

Certo, se si voleva interrompere decisamente il processo di pace, l’attentato di Kabul ha fornito l’occasione giusta, a tutti, per farlo.

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