Afrin (Siria), l’Operazione “Ramoscello d’olivo” è la pulizia etnica dei turchi contro i curdi. L’assenza delle Nazioni Unite

Di Francesco Ippoliti*

Afrin. Il 20 gennaio scorso è iniziata l’Operazione “Ramoscello d’olivo” (Olive Branch”), un nome che è tutto un programma) da parte delle Forze turche con il supporto delle milizie anti Assad per la liberazione di Afrin dalla presenza curda.

Situazione di combattimenti alla data del 25 febbraio, slide ufficiale

L’Operazione ha lo scopo di “neutralizzare ed eliminare i curdi del Democratic Union Party – PYD” da Afrin. Inoltre lo Stato Maggiore turco, oltre a considerare il PDY ed il PKK come un’unica entità, ha dichiarato che le Forze militari di Ankara dovranno garantire la sicurezza e la stabilità lungo i confini della Turchia e della regione, così come proteggere i siriani dalle crudeltà e dalle aggressioni dei terroristi.

La provincia di Afrin faceva parte, prima della guerra civile siriana, della regione di Aleppo. Successivamente, a seguito anche degli accordi con il Governo di Damasco del 2011, i curdi presenti nella Provincia avrebbero ottenuto il riconoscimento del loro status e di residenti, appunto nella Provincia di Afrin.

Con il successivo protrarsi del conflitto i curdi nel 2017 hanno dichiarato la regione del Nord della Siria come regione curda, la DFNS Democratic Federation of Northern Syria. La dichiarazione, ovviamente, non è stata accettata dalla Turchia che ha considerato il rafforzamento della presenza curda come una minaccia diretta.

Al fine di “neutralizzare” la presenza del PYD alle proprie porte, il Governo turco ha deciso di avviare una operazione militare costosa e complessa perché Afrin è solo una parte di un piano più ampio che potrebbe prevedere come scenario l’intero nord della Siria .

L’Esercito turco ha schierato ingenti forze, gruppi tattici meccanizzati e corazzati, a supporto di alcune milizie salafite jihadiste che da tempo operano in Siria. In particolare, le Forze del Syrian National Army, Ahrar al-Sham e Nour al-Din al-Zenki. Queste ultime due milizie si sarebbero unite formando Jabhat Tahrir Suryah, il Syrian Liberation Front.

In particolare, l’Esercito turco ha messo in campo, tra l’altro, carri armati del tipo M60 modificati e migliorati dalle industrie locali con evidenti limiti nel combattimento in centri abitati e contro altre Forze corazzate. Inoltre, sta impiegando carri armati del tipo Leopard 2A4 per i quali ha richiesto un ammodernamento alla Germania ricevendo un netto rifiuto (presumibilmente per la politica ambigua interna ed estera).

Tali mezzi hanno sofferto significative perdite dagli ATGM curdi, del tipo russo AT-4 Spigot, con video postati sui social. Inoltre, sono stati impiegate numerose unità di artiglieria, con pezzi pesanti M110A2 in calibro 203 e granate da oltre 90 chili truppe speciali e sniper per l’osservazione delle unità nemiche e la loro neutralizzazione. Da rilevare l’impiego dei droni Bayraktar sia in versione da ricognizione e targeting che nella versione armata con due missili UMTAS.

Colonna mezzi turchi

Le Syrian National Army sono la riorganizzazione del Free Syrian Army, composto principalmente dal personale militare dell’ex Esercito siriano che ha abbandonato le forze regolari e raggruppato in diverse unità jihadiste salafite.

Inoltre, sono presenti militanti di etnia araba e turkmeni, per i quali sono state create apposite strutture militari.

Anche questa organizzazione militare, oltre a voler rovesciare il regime di Assad, vuole un proprio ruolo e ben definito in questa guerra civile, compreso un territorio da governare ed imporre la propria leadership. Diverse unità della Free Syrian Army sono state accusate di genocidio e di efferati crimini di guerra.

Ahrar al-Sham non è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite come gruppo terroristico, nonostante le pressioni della Russia e da alcuni documenti ufficiali USA che sottolineano i rapporti di questa milizia salafita con Tahrir al-Sham, già al-Nusra cioè al-Qaeda in Siria. Rapporti che si sarebbero interrotti nei recenti scontri in Idlib, dove al-Sham è stato sconfitto ed il controllo della provincia rimane tuttora sotto le forze della compagine di al-Qaeda. Quindi Ahrar al-Sham è una milizia salafita jihadista che si è macchiata di numerosi crimini ma che può liberamente combattere in Siria.

Al-Din al-Zenki è anch’essa una milizia salafita jihadista. E’ stato un gruppo indipendente formatosi in Aleppo con il supporto iniziale di USA e dell’Arabia Saudita. Ha operato, sempre in Aleppo, con Fatah al-Sham affiliato ad al-Qaeda coprendosi di una serie di crimini e di violenze. La scorsa estate i due gruppi sarebbero staccati dopo alcuni scontri.

L’operazione “Ramoscello d’olivo”, quindi, ha dei risvolti alquanto discutibili.

In particolare, le operazioni contro le Forze militari curde del PDY sono iniziate direttamente dal territorio della Turchia con l’Esercito turco e con le milizie jihadiste affiancate. In tal modo, queste ultime hanno avuto legittimata la loro presenza nello stato sovrano di Ankara nonché rimarcata l’alleanza con le forze armate turche. Questa condizione risulta alquanto discutibile per una nazione che aspira ad entrare nell’Unione Europea e che ha minacciato direttamente Bruxelles per i dubbi emersi. Indirettamente Ankara ha anche riconosciuto il suo rapporto con al Qaeda o, per lo meno, non ha condannato l’operato fin ora tenuto in Siria.

L’Operazione si articola in due direttrici, una da nord ed una da ovest della provincia di Afrin e non è un’azione lampo, da blietzkieg, altrimenti i trenta chilometri che separano il territorio turco dal capoluogo siriano sarebbero stati coperti in pochi giorni. Le Forze turche e jihadiste stanno conquistando il terreno metro per metro e lo stanno ripulendo completamente dalla presenza curda. Così facendo stanno lasciando aperto solo un corridoio verso Aleppo, dando la possibilità ai curdi di abbandonare l’area: che sembrerebbe la vera missione dell’operazione.

Dalle informazioni ufficiali turche, le operazioni si stanno svolgendo secondo le TTP della dottrina NATO, cioè impiego intenso di artiglierie, droni da ricognizione ed armati e CAS (Close Air Support) a supporto della forze di terra.

Dalle slide diramate dal Comando delle Operazioni Turche tale dottrina è evidente. Inoltre, alle milizie jihadiste, inglobate in questa dottrina, è lasciato il compito di intervenire per garantire il controllo completo delle aree, e forse la pulizia etnica. I curdi, per questi ultimi motivi, si starebbero lamentando di efferati crimini ai danni della popolazione locale che cerca rifugio in aree più sicure, al momento in Afrin.

Al 25 febbraio lo Stato Maggiore turco ha ufficialmente dichiarato la “neutralizzazione” di 2021 terroristi del YPG, il braccio armato del PYD, e del YPJ, le unità curde formate da donne. Impossibile discernere le perdite tra i combattenti ed i civili inermi.

Le Forze turche, inoltre, si sarebbero anche spinte nel territorio di Idlib, attualmente sotto il controllo delle milizie di Tahrir al-Sham, già al-Nusra e quindi al-Qaeda. In questo territorio, le Forze di Ankara avrebbero creato delle basi di fuoco e di osservazione per garantire la sicurezza dell’area da possibili azioni delle forze filo governative di Assad. Ed ovviamente assicurarsi la sicurezza del proprio confine. In particolare le basi turche sarebbero state create in: Salwa, Simeon mountain, Jabal Aqil, Al-Eis, Tell Tuqan e Surman.

I curdi avrebbero chiesto aiuto proprio alle Forze governative siriane per evitare che Afrin possa cadere in mano di Ankara e delle sue milizie. Convogli di aiuti sarebbero giunti, nei giorni scorsi, provenienti da Aleppo, ma sarebbero stati fermati nella località di Shatal az Ziyarah dalle Forze turche intervenute con droni e fuoco di artiglieria per sbarrare la strada verso Afrin. Tali aiuti sarebbero quindi ripiegati su Mayir, sotto il controllo governativo siriano.

Quindi il quadro che si starebbe delineando sarebbe alquanto preoccupante. Sembrerebbe proprio la peggior minaccia per un popolo, la pulizia etnica. A ricordo, questa operazione potrebbe essere riconducibile a Srebrenica, quando il Generale Mladic con le truppe governative, appoggiate dalle Tigri di Arkan e dalle milizie serbe calò da Potociari facendo a pezzi i musulmani che cercarono rifugio verso Tuzla.

D’altronde il piano rispecchia la “mission”, cioè garantire la sicurezza del confine turco. Ed in questo modo verrebbe creato un cuscinetto di sicurezza profondo decine di chilometri tra le truppe governative, il popolo curdo ed il confine turco.

Però, quando si parla di sicurezza della popolazione siriana sorge qualche dubbio, di quale popolazione si tratta, di quale etnia o gruppo jihadista.

I curdi di Afrin, a meno di cambiamenti strategici internazionali, sono destinati a sparire dalla provincia e dovranno cercare rifugio verso le aree curde ad est della Siria, se non direttamente in Iraq. Potrebbero essere rimpiazzati dai gruppi jihadisti di Jabhat Tahrir Suryah, il Syrian Liberation Front e dal Syrian National Army che avrebbero così un loro territorio legittimato e dovrebbero garantire la sicurezza del confine turco.

La Turchia, comunque, al termine della Operazione “Olive Branch” non dovrebbe fermare le proprie azioni. Una volta ripulito Afrin le operazioni si potrebbero concentrare su Manbij e Kobane proprio per incrementare il cuscinetto di sicurezza del confine turco.

In questo scenario, le grandi potenze sono ufficialmente assenti e solo la Russia si è espressa in merito ad un dialogo politico per la risoluzione del problema Afrin, senza troppa enfasi. Prima delle operazioni Mosca aveva chiesto ai curdi di lasciare il controllo della Provincia alle forze governative siriane, ma Shahoz Hassan, il leader del PYD, rifiutò l’opzione. Hassan fu favorevole però in un accordo in cui i siriani garantissero la sicurezza della provincia ma l’amministrazione sarebbe rimasta in mano curda. Proposta non accettata dalle parti.

Anche in questa area, le Nazioni Unite sono le grandi assenti. Sotto la spinta delle dichiarazioni e delle immagini pietose delle ONG (presumibilmente schierate e di parte), l’ONU hanno preso a cuore l’assedio di Ghouta, ove circa 500 persone sono morte nell’ultima settimana, ma non di Afrin, ove gli oltre 2.000 curdi deceduti sembrerebbero invece mera statistica.

La risoluzione UN 2401 detta un cessate il fuoco per la città di Ghouta e per tutti gli assedi, ma sono escluse le operazioni contro al-Qaeda e contro l’ISIS, opzione fortemente voluta da Mosca, forse con qualche suggerimento giunto da Ankara. Le operazioni contro Afrin non sono un assedio e quindi possono e dovranno continuare.

In sintesi, la Turchia nella provincia di Afrin sta facendo un’operazione militare per “neutralizzare” la minaccia curda dai propri confini, sta supportando ufficialmente le milizie jihadiste che potrebbero garantire un cuscinetto di sicurezza al confine siriano ed il popolo curdo è destinato, al momento, a soccombere e migrare per non venir travolto dai fatti.

L’operazione Olive Branch non ha una “mission” chiara ma lascia aperte varie interpretazioni e valutazioni. L’appoggio alle milizie jihadiste potrebbe cambiare il quadro strategico internazionale e portare la Siria in una ulteriore destabilizzazione interna, forse al punto tale di arrivare ad uno smembramento territoriale etnico e quindi a nuove entità locali. 

*Generale di Brigata (aus)

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