Celebrazioni 8 settembre, da Roma grazie ai militari che combatterono contro il nazifascismo nacque la nuova Italia

Di Alessandro Gentili*

Roma. Sabato scorso si è svolta, a Roma, l’annuale cerimonia celebrativa del 75° anniversario della Difesa della Capitale dalle truppe naziste occupanti, dopo la diffusione della notizia dell’Armistizio firmato l’8 settembre del 1943.

Stele dell’ANCFARGL nel Parco della Resistenza ricorda i militari caduti

Il 9 e 10 settembre di quell’anno,  i soldati del Regio Esercito presenti in città, insieme a valorosi cittadini, tentarono un’eroica difesa nei confronti della ferocia nazista, scatenatasi appena dopo aver appreso del tradimento subito dall’alleato italiano. Perché – va detto – quello fu innanzi tutto un tradimento e poi, anche, un ravvedimento attuoso di una politica del Regno d’Italia rivelatasi suicida. Da quei tragici fatti d’arme svoltisi nella zona di Porta San Paolo che videro molti morti, iniziò un’orribile guerra civile con lungo e sanguinoso percorso che trovò fine solo nella primavera del 1945.

La singolare cerimonia dell’8 settembre si è svolta stranamente, e per quanto mi riguarda pure incomprensibilmente, in due tempi ed in due luoghi diversi, che hanno visto in entrambe le fasi una fugace e silente presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella accompagnato dal Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta.

Il capo dello Stato. preceduto da due corazzieri, ha deposto una corona di fiori prima a fianco della Piramide Cestia, dove una colonna ed alcune lapidi ricordano i fatti del 9 e 10 settembre del ’43, quindi del vicino Parco della Resistenza ove una austera stele ricorda : ”AGLI 87.000 MILITARI ITALIANI CADUTI NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE: 8.9.1943 – 8.5.1945”.

La seconda fase della cerimonia è stata affidata all’Associazione Nazionale Combattenti delle Forze Armate Regolari nella Guerra di Liberazione (ANCFARGL) ed è la sede ove, dopo la deposizione della corona, alla presenza dei vertici delle Forze Armate, dei comandanti Generali dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, vengono svolti gli interventi celebrativi, aperti dall’importante e significativo discorso della Presidenza ANCFARGL, seguito dal discorso del sindaco di Roma, Virginia Raggi ed infine da quello del ministro della Difesa.

Per la Presidenza nazionale ha preso la parola, delegato dal presidente nazionale Ambasciatore Alessandro Cortese De Bosis il Generale di Corpo d’Armata (ris) dell’Esercito e vice presidente ANCFARGL. Antonio Li Gobbi.

Il Generale Li Gobbi è figlio del Generale Medaglia d’Oro al Valor Militare Alberto, già presidente dell’Associazione, e nipote di Aldo Li Gobbi anch’egli decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria, caduto nelle mani della polizia fascista il 31 marzo del 1944 e morto di torture indicibili l’indomani. Tanto appare importante e denso di concetti inediti il discorso del Generale Li Gobbi che se ne riporta integralmente il testo:

“”Onorevole Ministro!
Comandanti!
Saluto le autorità politiche nazionali, regionali e cittadine intervenute
Rivolgo un saluto particolarmente grato a cittadini e associazioni d’arma che sono venuti oggi qui a ricordare gli eventi che hanno dato inizio alla Guerra di Liberazione.
Dell’8 settembre di 75 anni fa gli italiani sanno purtroppo ben poco. L’immaginario popolare è quello di una nazione sconfitta che cadeva a pezzi, con una classe dirigente in fuga e con un Esercito allo sbando che si è dileguato di fronte alla marzialità teutonica. Immagine trasmessaci anche dalla cinematografia nazionale (si pensi a “Tutti a casa” con Alberto Sordi o “Mediterraneo” con Diego Abatantuono).
L’8 settembre ha indubbiamente segnato la fine di uno Stato (inteso come organizzazione statuale) e la drammatica perdita di credibilità della sua intera classe dirigente (e non mi riferisco solo a quella fascista!) . Ma l’8 settembre non ha assolutamente rappresentato la scomparsa della Nazione e della Patria.
Anzi, l’8 settembre è iniziata, proprio qui a Roma, la riscossa del popolo italiano. Riscossa in cui gli uomini con le stellette hanno avuto un ruolo trainante, anche se troppo spesso volutamente sottostimato.
L’8 settembre è iniziata la guerra di liberazione nazionale, contro l’invasore tedesco.
Guerra che ha assunto aspetti multiformi: la resistenza armata dei reparti italiani che erano stati abbandonati alla mercé dei tedeschi (come le briciole di Pollicino) in territori precedentemente occupati, la reazione pronta della popolazione a Roma e successivamente a Napoli (di cui ricordiamo le gloriose 4 giornate), la resistenza armata delle formazioni di patrioti e partigiani che operavano al nord, la resistenza passiva dei nostri internati militari in campo di concentramento e il ruolo fondamentale della popolazione civile che supportava tali resistenti.
Un ruolo particolare e spesso dimenticato fu quello delle formazioni regolari delle nostre F.A. che combatterono da subito a fianco degli alleati anglo-americani, dovendo anche prima lottare e faticare non poco per guadagnarsi la fiducia dell’ex-nemico. Ma non voglio oggi parlare solo dei combattenti con le “stellette”: mi parrebbe riduttivo!.
Dall’8 settembre ’43 all’8 maggio ’45 gli italiani combatterono, contro quello che era percepito come il nemico storico, la loro 5^ guerra d’indipendenza nazionale!
Concorsero in maniera determinante a liberare il territorio nazionale e a ristabilire la dignità della nazione. Anche senza il contributo di soldati e partigiani italiani gli anglo-americani avrebbero vinto la guerra lo stesso?
Certamente! Ma non è questo il punto!

Il contributo italiano ha fatto sì che noi ci fossimo liberati e non che venissimo liberati solo in virtù dell’aiuto esterno. Concetto che De Gasperi sottolineerà giustamente il 10 agosto 1946, durante la conferenza di pace di Parigi di fronte ai rappresentanti dei 21 Paesi qualificati come “vincitori” del conflitto.
In merito al contributo italiano alla cobelligeranza, De Gasperi disse testualmente:
“Delle Forze? Ma si tratta di tutta la Marina da guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, del “Corpo Italiano di Liberazione”, trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e “last but not least” dei partigiani, autori sopratutto dell’insurrezione del nord. Le perdite nella resistenza contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre 100 mila uomini tra morti e dispersi, senza contare i militari e civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento ed i 50 mila patrioti caduti nella lotta partigiana.
Diciotto mesi durò questa seconda guerra, durante i quali i tedeschi indietreggiarono lentamente verso nord spogliando, devastando, distruggendo quello che gli aerei non avevano abbattuto”.
Sin qui De Gasperi.
Ho parlato di 5^ guerra d’indipendenza? Ultima tappa del risorgimento?
Ma allora perché mentre le prime tre guerre d’indipendenza e la Grande Guerra, di cui quest’anno celebriamo con enfasi il centenario, sono oggi patrimonio dell’intera nazione, la guerra di liberazione e il 25 aprile non sono considerati (a tre quarti di secolo di distanza) patrimonio comune di tutti gli italiani?
Mi si conceda una breve digressione.
Nell’Italia disillusa,  frastornata, bombardata del ‘43, che usciva da una lunga serie di sanguinosi insuccessi bellici, chi fece la scelta di non buttare l’uniforme alle ortiche e di non nascondersi in casa in attesa di vedere come sarebbero andate le cose, ma di rischiare in prima persona e di prendere ancora le armi per combattere per un’idea (qualunque questa idea fosse) è degno di considerazione e, se ha combattuto per tale idea con onore, di ammirazione.
Questo, però, è un giudizio morale individuale.
Su un diverso piano deve collocarsi il giudizio storico.

Allora, bisogna finalmente essere chiari nel dire che coloro che in quei giorni bui della nostra storia fecero la scelta di combattere (e tra questi vi sono anche i 600 mila internati militari) lo fecero con tre ben diversi obiettivi geo-politici, tra loro totalmente divergenti. E cioè:
Un’Italia fascista ormai asservita al folle disegno totalitario nazista, disegno all’epoca già condannato dalla storia.
Un’Italia comunista asservita al disegno totalitario sovietico, che verrà anch’esso condannato dalla storia come dittatoriale e fallimentare.
Un’Italia libera, democratica, come quella che poi ha trovato la sua giusta collocazione tra le democrazie europee, anche in virtù del sacrificio dei combattenti in divisa o in borghese della Guerra di Liberazione.
Tre progetti politici che non possono essere messi sullo stesso piano sotto il profilo storico.
Come dicevo, una cosa è il giudizio morale su chi individualmente in quel momento di crisi fece una scelta difficile (purché non si sia poi macchiato di crimini), ben altra cosa è la valutazione storica in merito tre diverse Italie che quei combattenti sognavano.
Senza mai mettere in secondo piano le profonde differenze tra i tre modelli socio politici per cui gli italiani hanno combattuto, condanniamo individualmente e severamente chi ha commesso in quella guerra dei crimini (di cui se ne contano vari da parte di appartenenti a formazioni sia fasciste sia comuniste) ma al contempo, dopo 75 anni, ricordiamo coloro che da tutte tre le parti hanno combattuto con coraggio e onore.
Forse in questi 75 anni noi italiani non siamo stati capaci o non abbiamo voluto fare queste distinzioni.
E oggi, se il 25 aprile non è una festa che unisce ma è una data che ancora divide è anche colpa nostra. Nostra di chi crede nel valore fondante della Guerra di Liberazione e della Resistenza. Colpa nostra e vostra che siete qui oggi! Perché?
Perché si è consentito ad un’unica forza politica di appropriarsi (nell’immaginario collettivo) di un’eredità, quella della guerra di liberazione, che invece appartiene all’intero popolo italiano.
Forza politica che sicuramente ha avuto un ruolo importante nella resistenza armata nel nord Italia, ma un ruolo assolutamente non dominante. Anche lì c’erano nelle formazioni partigiane tantissimi azionisti, socialisti, cattolici, sacerdoti, liberali e molti moltissimi militari di carriera o meno.
Occorre, pertanto, rivedere e rielaborare gli eventi del biennio 43-45 per ridare agli italiani e alle italiane la consapevolezza che la guerra di liberazione è stata la 5^ guerra d’indipendenza del nostro lungo e travagliato risorgimento e che è un’eredità collettiva che non può essere “sequestrata” da un’unica forza politica, i cui obiettivi all’epoca tra l’altro non erano quelli di fare dell’Italia un paese libero e una grande democrazia europea.
E per riappropriarsi di questa memoria collettiva è bene partire proprio da qui, da Roma, da Porta San Paolo, dove i soldati e gli ufficiali di un esercito sconfitto sul campo, ma non nello spirito, hanno rappresentato il fulcro di una resistenza senza speranza, ma per questo ancora più eroica, cui si sono uniti uomini e donne di ogni ceto e di ogni credo politico per dimostrare la voglia di riscossa del popolo italiano.
Viva la guerra di liberazione nella tradizione del nostro risorgimento, viva i soldati e i civili che per l’Italia libera e per la sua dignità si sono immolati.”

Nel testo che precede, mi ripeto, sono enunciati principi assolutamente inediti e che meritano sicuramente di essere divulgati, oltre che meditati.

*Generale di Brigata Carabinieri (aus.) – vice presidente Nazionale ANCFARGL per l’Arma dei Carabinieri

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