Conflitto India-Pakistan, gli errori degli inglesi si pagano ancora oggi. Intanto è guerra dei nervi sul Kashmir

Di Pierpaolo Piras

New Delhi. Il conflitto tra India, a maggioranza indù, e Pakistan, a maggioranza mussulmana, nasce nell’agosto 1947, quando venne sancita la loro indipendenza, dallo stato di colonie, dall’Impero Britannico.

Soldati indiani nel 1947

Il Bangladesh, inizialmente parte del Pakistan, ottenne l’indipendenza nel 1971.

La separazione non fu pacifica per l’immediato conflitto, civile ed militare, sorto tra le due popolazioni, costrette ad emigrare a milioni tra diffuse violenze religiose e l’uccisione di centinaia di migliaia di persone.

Il primo accordo di separazione tra i due Paesi non prevedeva alcuna soluzione politica in relazione ad alcune importanti criticità, come per lo “Stato Principesco” himalayano (una delle centinaia di vestigia semi-indipendenti medioevali di quella grande area geografica, che gli inglesi rispettarono durante tutti gli anni della loro dominazione) del Kashmir, l’unico ad avere un “maraja” di religione induista ma con una popolazione a prevalenza mussulmana.

Sotto il piano di partizione fornito dall’Independent Act indiano, il Kashmir era libero di aderire all’India o al Pakistan.

Poliziotti indiani in Kashmir

Il maharaja (sovrano locale) Hari Singh, scelse l’India e scoppiò una guerra durata due anni nel 1947.

Il maharaja (sovrano locale) Hari Singh

Allo scoppio delle prime ostilità, il Pakistan inviò migliaia di “volontari” mentre il Principe chiese l’intervento a suo favore dell’India. Seguì un conflitto armato di breve durata per la rapida e risolutiva mediazione dell’ONU, che però richiese una successiva consultazione referendaria affinché la decisione venisse affidata al voto popolare.

Tale consultazione non ha mai avuto luogo e la presenza dei caschi blu delle Nazioni Unite non ha impedito continue sparatorie tra i militari dei due Paesi, ognuno dei quali aspira all’annessione a sé di tutto il Kashmir.

Attualmente, il conflitto è riesploso in seguito all’attentato suicida del 14 febbraio scorso, con la morte di 40 militari indiani, da parte di un giovane radicale islamico.

In risposta, l’India ha lanciato attacchi aerei di bombardamento di alcune basi di “militanti” islamici in territorio pakistano. Uno dei jet dell’Aviazione indiana è stato abbattuto con recente rilascio del pilota, fatto prigioniero.

Pezzi dell’aereo indiano abbattuto

A prescindere da questo atto terroristico, ci sono altre componenti politiche attive nel conflitto. Nerendra Modi, primo Ministro indiano, è in piena campagna elettorale per le prossime elezioni politiche che si terranno nel prossimo maggio.

D’altro canto, Imran Khan, primo ministro pakistano, eletto l’anno scorso con il fondamentale sostegno della potente, e perciò determinante, classe dei militari, intende dimostrare, alla propria popolazione ed alla opinione pubblica internazionale, di volere e poter rivaleggiare alla pari con l’India, nonostante la ben nota crisi economica che impoverisce il Pakistan da alcuni anni.

La diplomazia Usa si è resa immediatamente presente. Mike Pompeo, segretario di Stato americano, ha caldamente invitato i leader dei due Paesi alla moderazione, evitando qualsiasi aggravamento della conflittualità, e di intraprendere azioni significative contro ogni gruppo terroristico.

Il Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo

Sotto la presidenza americana di Donald Trump, la politica estera americana, da lungo tempo economicamente a favore del Pakistan, si è spostata verso l’India, ritenuta un valido baluardo alla invadenza cinese in Asia.

Come negli altri conflitti tra indiani e pakistani, la tensione sembra destinata a placarsi, anche se solo parzialmente.

I principali esponenti politici, pakistani ed indiani, sono invitati a non fare errori di calcolo, tanto meno a dar seguito, troppo fedelmente, alla rivalità tuttora accesa tra le reciproche opinioni pubbliche.

Le diplomazie di India e Pakistan dovranno tenere, in alta considerazione, di essere entrambi potenze nucleari.

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