Covid-19, Gorelick: importante collaborazione internazionale tra intelligence

di Maria Enrica Rubino

ROMA. L’attuale situazione di emergenza da Covid-19 fa riflettere sull’importanza della cooperazione tra Paesi, soprattutto al livello di intelligence.

E’ quanto emerge dall’analisi di Robert Gorelick, già Capocentro della Central Intelligence Agency (CIA) in Italia, e docente al Master di Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.

Robert Gorelick, già Capocentro della Central Intelligence Agency (CIA) in Italia, e docente al Master di Intelligence dell’Università della Calabria

Il Covid-19 richiede una collaborazione internazionale tra le intelligence” spiega Gorelick, che in passato è stato anche responsabile della controproliferazione della CIA a Langley. In questo ruolo ha cercato di integrare il lavoro degli operativi con quello degli analisti, mettendo in atto una serie di innovazioni operative.

Tra le iniziative assunte, aveva nominato come vicedirettore per la prima volta un analista e soppresso la direzione degli analisti, inserendoli all’interno delle varie sezioni operative. In tale quadro è maturata l’istituzione del Targeting Officers. Questa impostazione è stata poi adottata anche dalle altre sezioni della CIA.

Sul discorso della collaborazione tra intelligence in questo momento di emergenza epidemiologica, Gorelick ha specificato: “In Italia non era prevedibile e si è operato in ritardo, ma lo stesso vale per tutti gli altri Stati”.Certo, le intelligence e gli analisti di Stati diversi non è detto che operino con le stesse modalità. Ma, ad esempio, non esistono differenze sostanziali tra gli analisti italiani e gli analisti americani, secondo l’ex numero uno della CIA in Italia. “Però negli Stati Uniti ci sono molte più risorse economiche, tecnologiche e umane. In Italia l’analisi è importante, ma i risultati ottenuti non vengono di regola condivisi, a differenza degli USA dove le 18 agenzie preposte cooperano non solo tra di loro ma con tutta la società. Non a caso, un Capo di divisione della CIA ha relazioni politiche al massimo livello istituzionale”.

Per quanto riguarda i rapporti tra gli Stati, i paesi occidentali collaborano con gli USA, ma spesso gli interessi necessariamente divergono.

Oggi le operazioni di intelligence – ha evidenziato – sono molto differenti rispetto al passato, perché le tecnologie hanno modificato quasi tutto. Per esempio, per pedinare una persona prima c’era bisogno di almeno 18 operatori mentre adesso molto probabilmente l’intercettazione può avvenire soltanto tramite le tecnologie”.

Gorelick ha poi detto che “l’autorità e la credibilità dell’intelligence dipende dal prestigio di chi la guida e di come interpreta la funzione. Questo vale sopratutto negli USA, dove il Direttore Nazionale dell’Intelligence coordina le 18 agenzie. Però quando si opera all’estero tutti gli operatori dell’intelligence fanno riferimento al capo centro della CIA di quel paese”.

Non meno rilevante in questi giorni è il tema della disinformazione che è imperante nelle fonti aperte e in cui il ruolo dell’analista diventa determinante, perché è colui che analizza le informazioni della Rete. La figura dell’analista, per Gorelick “deve avere un atteggiamento aperto verso la raccolta delle informazioni. Infatti, negli anni passati c’era una separazione netta fra ufficiale operativo, che reclutava la fonte, e l’analista, che elaborava le informazioni. Ora, invece questi “muri” non sono più esistenti. La fonte – ha proseguito – deve avere le caratteristiche della qualità e dell’attendibilità e quelle raccolte direttamente sul terreno hanno un maggiore valore”. Attività, queste, che si intersecano con quella del controspionaggio, molto importante e nel mondo finanziario viene svolto dagli analisti.

Ma l’attività di spionaggio all’estero è sempre illegale e comporta conseguenze per chi lo svolge, ad esempio un diplomatico può essere espulso mentre gli altri operatori vengono arrestati o uccisi.

L’intelligence si pone i problemi del futuro” afferma il docente, ricordando la sua esperienza con Al Gore, il Vicepresidente degli Stati Uniti d’America sotto la presidenza Clinton, che era “molto attento alle conseguenze che l’ambiente e il clima avrebbe potuto comportare per l’ordine mondiale”.

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