COVID-19, si ipotizza la somministrazione di un vaccino entro la fine dell’anno

Di Pierpaolo Piras*

Roma. Quando finirà l’epidemia? Quando torneremo alla consueta normalità!

Centinaia di milioni di persone sono “imbalsamate” in quarantena domestica. Tutto il mondo, chi più chi meno, lo è, tra mille costrizioni.

Le attività industriali sono bloccate, il turismo è fermo, gran parte degli aerei sono a terra. Non si può (perché non si deve, sia chiaro) neanche fare un agape con gli amici.

Tutti gli Stati sono stati colti impreparati, talvolta colpevolmente. Gli ospedali italiani scoppiano, ma dopo aver depauperato (in Italia) per anni i letti per gli infettivi ed i Reparti di rianimazione.

Quale sarà il futuro del mondo dopo il COVID-19?

Già, ma la domanda rimane. Si può rispondere secondo due modelli, uno clinico-epidemiologico e l’altro matematico.

Nel primo caso è chiaro che nessuno ha una strategia d’uscita efficace quando il COVID 19 è ancora in diffusa circolazione: i casi clinici riprenderebbero immediatamente a salire nella forma peggiore, come abbiamo sperimentato e constatiamo tuttora.

Si possono, però, assumere aperture parziali delle attività sociali (specie per il settore del commercio) facendo entrare la clientela in negozio uno o più alla volta in funzione della dimensione dell’esercizio.

Con un bancone che, in ogni caso, deve essere provvisto di schermo trasparente per la protezione degli esercenti con mascherina obbligatoria per tutti.

Nel frattempo, cresce l’immunità di coloro (si valutano oltre 5 milioni di cittadini) venuti a contatto col virus senza, però, contrarre la malattia. Sono i cosiddetti portatori sani o asintomatici.

Questa sempre più elevata immunità, acquisita naturalmente e spontaneamente, ma in tempi lunghi, è la cosiddetta “immunità collettiva” (non “di gregge”, che non è un termine medico) e fa sì che queste persone non si ammalino se esposte al virus. Si è valutato che essa inizia ad esercitare una sufficiente protezione quando supera il 60% dell’intera popolazione.

L’immunità collettiva si realizza compiutamente in circa18-24 mesi.

Ricercatori al lavoro

La completezza valutativa sarebbe totale e rapida se venisse allestito un efficace vaccino da praticare a tutto il mondo.

Solo in questo modo si andrebbe alla radice della risposta biologica ottimale contro il COVID-19 : quella del nostro sistema immunitario, il solo capace di elaborare una risposta difensiva del tutto precisa e perfetta a riconoscere immediatamente il virus al primo contatto e distruggerlo/ disattivarlo in breve tempo.

Quanto ci vorrà per avere a disposizione il primo vaccino?

Il processo di studio e produzione di un vaccino (o di qualsiasi principio farmacologico) è difficile e complesso. Tutti gli stadi implicano una serie di fasi di ricerca che a volte durano diversi anni

In tempi normali ci vorrebbe da un anno in su, dalla positività dei primi studi clinici alle numerose valutazioni di efficacia ed infine alla commercializzazione.

All’epoca attuale, si è reso necessario l’urgente intervento di tutti gli Stati più ricchi ed avanzati, pesantemente colpiti dalla pandemia, con la piena operatività di una trentina di soggetti tra grandi aziende farmacologiche e laboratori specializzati, impegnati a pieno regime per ridurre i tempi di produzione a livello e dimensioni industriali.

Si può ragionevolmente supporre che un vaccino efficace sarà concretamente disponibile entro la fine di quest’anno.

Il secondo modello per affrontare la pandemia riguarda il crollo della economia sociale nazionale fino a quella individuale con riflessi del tutto negativi sulle borse finanziarie di tutto il mondo. La disoccupazione dilagante è stata l’ovvia conseguenza.

Come uscire da questi effetti indotti? Sarà sicuramente più lungo.

Dovremo cambiare molte cose, modi di agire e di consumare.

Cambierà il sistema commerciale della “mondializzazione”, laddove in pochi guadagnano cifre colossali impoverendo i moltissimi che rimangono.

La mondializzazione ha fatto si che in una fase sanitaria pandemica virale, critica come quella attuale, materiali in sé banali ma indispensabili (come una mascherina) per evitare di ammalarsi gravemente siano incredibilmente prodotti solo all’estero.

C’è chi ipotizza anche il ruolo decisionale del neomodello psicologico di chi ha vissuto questa terribile esperienza, che rimane provato profondamente da essa al punto da mutare la propria visione futura e fiducia verso l’economia.

*Specialista in Otorinolaringoiatria e Patologia Cervico-Facciale

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Autore