Crisi Stati Uniti-Iran, scende in campo la diplomazia. Svizzera, Giappone e Oman cercano di trovare una soluzione

Di Pierpaolo Piras

Washington. L’area di conflittualità relativa ai rapporti USA-IRAN diventa sempre più un inutile tormentone della politica internazionale. Ultimamente, le tensioni sono salite allorché Teheran ha dichiarato che, nel giro di pochi giorni, avrebbe violato alcuni passaggi qualificanti dell’Accordo sul Nucleare Nucleare (Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA) negoziato con Barak Obama nel 2015, come quelli relativi alla limitata quantità producibile di uranio arricchito, materiale indispensabile per la produzione di armi nucleari. Washington risponde inviando altri mille militari in quell’area medio orientale, diffidando ancora una volta, Teheran sulla sua pervicace intenzione di sviluppare un arsenale nucleare ad uso militare. Lo stesso accordo stabilisce che l’Iran possa detenere non più di 300 chili di uranio a basso arricchimento.

L’impianto di Arricchimento Natanz

La settimana scorsa, Il nervosismo internazionale si è arricchito con l’incursione armata, effettuata contro due petroliere in transito nello stretto di Hormuz, sulla quale non si sa ancora ciò che sia realmente accaduto, da parte di chi, e poi con quali armi sia stata compiuta tale azione armata. Gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran, che nega qualsiasi coinvolgimento.  Se gli americani sono stati responsabili di tale attacco nell’intenzione di rendere l’Iran più arrendevole verso un accordo, questo non potrà avvenire, almeno sino a quando non emergeranno prove più concrete sulla responsabilità iraniana.Sullo sfondo di tali, gravi e inconcludenti, ricadute politiche e diplomatiche, sta la pressione punitiva esercitata (fin dal suo ritiro dal JCPOA nel 2018) dagli USA sull’Iran per il permanente sostegno dato, agli Hezbollah in Siria ed alla guerra civile in Yemen. A latere di tanto clamore, continuano i negoziati con i firmatari europei del JCPOA, Cina Francia, Russia, Germania e Regno Unito.

Il Segretario di Stato Americano Pompeo

 

Teheran chiede loro di mantenere inalterato il commercio dei prodotti petroliferi e la libera apertura dei canali finanziari e bancari con i quali vengono effettuati gli enormi pagamenti dell’oro nero, potendo così aggirare le severe sanzioni americane. Fra tutti, Russia e Cina hanno risposto diplomaticamente, ma solo a parole.  Nei fatti sono stati riluttanti ad avversare la pressione politico-economica degli USA. L’Iran non può attendere: le sanzioni americane stanno provocando una stagnazione della sua economia. Si tratta di una sorta di stallo che ha determinato danni insopportabili al già scarso benessere sociale.  Saranno poi deluse le attese aspirazioni dei numerosi giovani, almeno quelli più aperti e compiacenti verso la cultura e le libertà delle democrazie occidentali.  Nel lungo periodo, avverrà l’esclusione dell’Iran dal consesso mondiale che conta. L’augurio aureo rimane quello di tornare ad un sereno e proficuo tavolo di trattative.

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, ha già ripetutamente dichiarato la propria convinta contrarietà ad ogni degenerazione conflittuale, ancor più se armate. In questo senso sono già attive tre missioni diplomatiche, esercitate da funzionari svizzeri, giapponesi e dell’Oman.  Solo allora potranno iniziare una fase negoziale, salvando l’orgoglio iraniano da una sorta di “resa incondizionata”. Nonostante il trascorrere dei secoli, nella cultura iraniana sopravvive il ruolo egemone esercitato dal “Trono del Pavone” in quella vasta area geografica, fin dai tempi andati degli imperatori Achemenidi. USA ed IRAN dovranno rinunciare sia ad ogni estremizzazione sciovinistica che a soluzioni all’insegna dell’unilateralismo. La diplomazia rimane l’unico strumento sul quale vale davvero la pena investire le migliori energie. Ne saranno capaci?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Autore