Curdi, tra necessità di autonomia e velleità di indipendenza

Di Andrea Gaspardo

Baghdad. Una delle principali conseguenze dello scoppio della Guerra civile siriana, poi tramutatasi in Grande Guerra mediorientale dopo l’espansione delle operazioni dell’ISIS anche in terra irachena nel 2014, é stata quella di riportare alla ribalta una questione ormai da almeno un centinaio d’anni latente nella geopolitica internazionale; il destino dei curdi.

Milizie curde

I curdi sono un popolo iranico stanziato in una vasta area a cavallo tra Turchia, Siria, Iraq e Iran e che da loro prende il nome di “Kurdistan”. Non é chiaro quanti siano, dato che stime fornite da fonti diverse danno un intervallo che va dai 30 ai 50 milioni.

Ciò che é certo, é che abbiano sviluppato un’identità comune, per quanto incompleta (almeno nel senso occidentale del termine) e che le varie comunità curde sparse su tutto il loro vasto territorio si siano spesso trovate in una situazione di scontro aperto nei confronti delle autorità centrali dei paesi tra i quali il Kurdistan é diviso.

L’indipendenza dei curdi su tutto il territorio di loro insediamento (o almeno su parte di esso) è un mantra che é stato più volte evocato nel corso dei decenni a seconda delle situazioni. Il più delle volte però, tali iniziative si sono rivelate essere niente meno che delle operazioni di pubbliche relazioni volte ad utilizzare i curdi come leva politica nel contesto di disegni strategici più grandi. L’esperienza ha dimostrato che, quando una o più potenze si fanno avanti promettendo “mari e monti” ai curdi, anziché dare loro ascolto, essi dovrebbero prendere le dovute distanze di sicurezza. Un altro pericoloso mito da sfatare è che questo popolo sia secolarizzati e portatore di idee progressiste e di sinistra; falsissimo! Non esiste una società curda unificata, piuttosto esiste una pluralità di società curde con caratteristiche diversissime a seconda del luogo di stanziamento e del grado di sviluppo, e ciò influisce prevedibilmente anche sull’orientamento politico.

Tuttavia, studiando nel complesso la demografia e le caratteristiche sociali del “Grande Kurdistan” si evince che, nel complesso, i curdi siano conservatori in campo politico e tradizionalisti in quello sociale. Benché le guerrigliere del PKK e dell’YPG abbiano catturato l’immaginario collettivo di molti, soprattutto in Europa, esse sono solo una minoranza, così come minoritaria è l’adesione della collettività curda ai progetti politici dei partiti politici per i quali queste donne combattono.

Miliziane curde di YPG

Questo per tacere la situazione specifica del Kurdistan iracheno, caratterizzata da un feudalesimo totalizzante e saldamente in mano alle famiglie dei Barzani e dei Talabani.

Altra pericolosa mistificazione é che i curdi siano più tolleranti rispetto alle popolazioni finitime; falsissimo! Quando in buoni rapporti con le potenze che si sono succedute nella regione (Califfato di Baghdad, Impero Safavide, Impero Ottomano, ecc…) i curdi hanno fornito agguerritissime milizie che hanno spesso e volentieri fatto il “lavoro sporco” in vece dei loro padroni. Ben pochi ricordano il ruolo apicale da loro svolto nel corso del genocidio armeno, così come le dure persecuzioni che ancora oggi essi infliggono agli assiri o agli yezidi (questi ultimi addirittura etnicamente e linguisticamente curdi, ma evitati come la peste dai loro “consanguinei” perché ancora praticanti l’antica religione politeista “pre-islamica”, quindi islamicamente parlando pagani ed infedeli a tutti gli effetti e senza sconti).

Anche se nessuno ne parla, i soprusi inflitti dal Governo regionale del Kurdistan in Iraq e dalle milizie YPG nei loro rispettivi territori contro le altre minoranze etno-religiose indigene non si contano.

Prima che la comunità internazionale, o le singole grandi potenze, decidano di spostare il loro appoggio verso la creazione di un ipotetico stato curdo, esse dovrebbero chiedersi quante possibilità avrebbe tale stato di sopravvivere svilupparsi. La risposta a tale domanda é in realtà molto semplice: nessuna. Considerando che é assai difficile che un ipotetico Kurdistan indipendente possa ambire a controllare tutti i territori nei quali i curdi vivono e allo stesso modo é assai difficile che i curdi riescano a superare il particolarismo tribale al fine di unirsi in un unica causa nazionale, anche se infine si giungesse alla tanto sospirata indipendenza, questo grande o piccolo Kurdistan attirerebbe l’ostilità immediata di tutti i paesi confinanti i quali vedono l’indipendenza curda come il fumo negli occhi e farebbero di tutto per soffocarla.

La Turchia, in particolar modo, é il più pericoloso tra questi stati visto il poco invidiabile record storico di come i turchi hanno sempre trattato i movimenti secessionisti e le minoranze religiose ed etniche. Se il genocidio armeno, quello greco ed assiro possono servire da esempio e se si è coscienti del fatto che l’ideologia dei nazionalisti turchi ricorda in maniera inquietante il nazifascismo della peggiore specie, allora ci si può rendere conto che, una eventuale dichiarazione d’indipendenza da parte dei curdi di Turchia (sulla scia di quella dei Curdi iracheni e siriani) finirà certamente in un terrificante ed insensato bagno di sangue.

Infine, anche se tale entità politica curda dovesse sopravvivere, essa sarebbe condannata al perenne sottosviluppo perché l’assenza di uno sbocco al mare renderebbe impossibile qualunque tipo di commercio con i mercati esteri (persino il commercio del petrolio e delle altre risorse strategiche). Molto meglio quindi cercare di accompagnare i curdi verso un processo di trattativa al fine di utilizzare le leve politiche e militari da essi guadagnate nel corso della lotta contro l’ISIS per permettergli di ottenere le migliori garanzie di autonomia e cooperazione paritetica pur nel mantenimento dell’integrità territoriale dei quattro paesi tra cui é diviso il Kurdistan. Tutto il resto é pura utopia e irresponsabilità geopolitica.

 

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