Dalla profondità strategica di Davutoglu all’erdoganismo tattico, la politica estera turca alla ricerca di nuovi paradigmi

Di Alberto Gasparetto*

Ankara. Quando nel 2001 il professore di Relazioni internazionali turco Ahmet Davutoğlu pubblicò il suo maggiore successo editoriale, “Stratejik derinlik” (Profondità strategica), la Turchia stava attraversando una delle più drammatiche crisi economico-politiche della sua storia moderna.

Ahmet Davutoğlu

Il terremoto che sconquassò il sistema politico e si abbatté sui “vecchi” partiti di Governo dischiuse le porte al successo dell’AK Parti alle elezioni del novembre 2002. Il Paese si apprestava ad entrare in una nuova fase che avrebbe determinato cambiamenti anche in politica estera, in parallelo con i nuovi scenari scaturiti dopo gli attentati dell’11 settembre.

Di fatto, fu Davutoğlu, prima investito della funzione di consigliere per la politica estera di Erdoğan (2003-2009) e, successivamente, nominato ministro degli Esteri (2009-2014) e primo ministro (2014-2016), a disegnare la mappa sulla quale la Turchia si sarebbe orientata per tentare di sopravvivere alle sfide globali del nuovo secolo.
Marcando una svolta netta rispetto all’epoca precedente, Davutoğlu immaginava che la Turchia dovesse innanzitutto scrollarsi di dosso quella rappresentazione di soggetto inerte che, specialmente durante la Guerra fredda aveva subito passivamente le dinamiche globali, aspramente dettate dai rigidi schemi bipolari. Al contrario, avrebbe dovuto assumere piena consapevolezza delle proprie potenzialità per esercitare la propria influenza nella politica internazionale.

A questo scopo il Paese avrebbe operato un’evoluzione da mero “ponte” fra civiltà e continenti a vero e proprio “perno”, cioè soggetto attivo e capace di muoversi a 360 gradi. Avrebbe dovuto, in sostanza, acquisire piena consapevolezza della propria posizione geografica, situata all’incrocio fra diverse e contigue regioni geopolitiche – l’Europa occidentale, i Balcani, il Caucaso, l’Asia centrale, il Medio Oriente – con le cui popolazioni la Turchia, nel suo passato imperiale, aveva sviluppato intensi rapporti, sia di carattere storico-culturale sia economico sia militare.
Centrale, nella strategia di politica estera della Turchia a guida AK Parti, sarebbe divenuto il concetto di soft-power, o potere di persuasione, con cui perseguire una linea ribattezzata di “zero problemi coi vicini” ed assurgere al ruolo di mediatore delle principali dispute, specialmente in Medio Oriente, riconoscendo pari dignità ed importanza a ciascuna questione: dal conflitto israelo-palestinese al riavvicinamento fra Siria e Israele, dalla cooperazione con i Paesi occidentali nella lotta al terrorismo jihadista alla soluzione diplomatica della questione del nucleare iraniano.

Insomma, una politica estera multidimensionale, orientata all’intensificazione dei rapporti con nuovi soggetti dal punto di vista politico, economico, culturale, senza sacrificarli sull’altare delle consolidate alleanze; relazioni complementari e non competitive.

E va aggiunto che, soprattutto nei primi anni, la Turchia era riuscita a conseguire buoni risultati, sotto tutti i profili sopra elencati, grazie anche al concomitante fattore rappresentato dalla scommessa di entrare nell’Unione europea, opzione sfruttata abilmente da Erdoğan per promuovere l’apertura politica all’interno del Paese, funzionale a ridurre sensibilmente il potere delle principali istituzioni che promanavano dall’establishment kemalista, magistratura e forze armate.
Tuttavia, alcune incoerenze nella gestione della stessa politica estera, percepita in svariati ambienti occidentali come troppo “islamista” e sempre più slegata dall’Occidente e dalla NATO, combinate con la crisi nei rapporti con Israele nel 2010 e le rivolte in alcuni Paesi arabi l’anno successivo hanno, di fatto, determinato l’insuccesso della linea dettata da Davutoğlu.

L’involuzione democratica del Paese si è accompagnata all’esasperazione di una pratica sempre più personalistica di gestione del potere da parte del suo leader che si è sempre di più ingerito negli ambiti più svariati del potere esecutivo, compresa la conduzione in prima persona della politica estera.

La marginalizzazione di figure chiave dell’AK Parti, quali in primis l’ex Presidente Abdullah Gül e lo stesso Davutoğlu, si somma alle conseguenze del fallito golpe militare del luglio 2016 ai danni del sistema di potere di Erdoğan. Questo ha evidenti riverberi sui posizionamenti geopolitici del Paese.

L’ex Presidente turco Abdullah Gül

Malgrado la crescente polarizzazione politica interna, l’ex sindaco di Istanbul viene sempre più percepito quale unico uomo in grado di risolvere le emergenze, in particolare in seguito all’inasprimento della situazione economica e l’apertura di una stagione di attentati terroristici di matrice jihadista e curda nel 2015.
Oggi, la politica estera della Turchia è figlia di questi eventi, i quali a loro volta si legano all’evoluzione della guerra in Siria, sulle cui sorti la Turchia ha ormai cominciato ad esercitare un ruolo, grazie alla speciale concessione ottenuta dalla potenza rivale degli Stati Uniti, la Russia. L’intesa con Mosca e con Tehran, verbalizzata ad Astana all’inizio del 2017, pur essendo fondata su un equilibrio fragilissimo (il mantenimento di Assad al potere in cambio della libertà di manovra contro i curdi) si alimenta grazie anche alla sempre più intensa interdipendenza economica con cui la Turchia ha scelto di legarsi agli altri due Paesi, e non soltanto.
La politica estera di Ankara finisce per seguire nuove direttrici, senza la formalizzazione di una vera e propria dottrina strategica alternativa o complementare rispetto a quella elaborata da Davutoğlu.

Si tratta, in realtà, dell’effetto combinato fra il carattere sempre più fluido delle relazioni internazionali e delle sempre più profonde divergenze con Washington a livello di interessi strategici, su questioni che spaziano dalle sanzioni alla Russia, all’acquisizione del sistema missilistico di difesa S-400 sempre da Mosca, allo stracciamento dell’intesa sul nucleare iraniano, allo stesso sostegno americano alle milizie curde in funzione anti-jihadista.

Tutto ciò ha inasprito i rapporti già critici con lo storico alleato americano, spingendo Erdoğan a guardare con ancora maggiore decisone ad altri teatri per tessere più fitti rapporti con altri potenziali partner come Qatar e Cina.

Il Presidente turco Erdogan

In definitiva, negli ultimi anni si è assistito al definitivo rimpiazzo della dottrina della profondità strategica, in cui l’idea di mantenere buoni rapporti con tutti, a partire dagli storici alleati americano ed europeo, era funzionale al raggiungimento dello status di grande potenza regionale che doveva ambire a ricreare un ordine regionale fondato su una sorta di novella pax ottomana.

Parimenti, si sperimenta il trionfo di un esasperato e scaltro erdoganismo tattico, tale per cui la Turchia non teme di farsi beffa delle alleanze storiche, anzi punta a sfidarle, perseguendo la costruzione di legami alternativi e competitivi con altri soggetti che meglio soddisfano il perseguimento dei propri interessi economici, energetici e militari.

*Cultore di Scienza Politica all’Università di Padova- Autore della monografia “La Turchia di Erdoğan e le sfide del Medio Oriente. Iran, Iraq, Israele e Siria” (Carocci-Roma 2017)

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