Difesa, quali sono i poteri forti che la minacciano?

Di Vincenzo Santo*

Roma. Ho appena letto su una testata on-line che il ministro della Difesa è “sotto attacco da parte dei poteri forti perché cerca di eliminare sprechi e privilegi”. Intanto, mi risulta difficile individuare privilegi e sprechi. Se ne parla tanto, ma mai avere il piacere di leggerne un elenco.

Soldati italiani  impegnati in un’esercitazione

Io ritengo che lo spreco consista nell’utilizzo di strumenti in modo difforme da quello per cui quegli strumenti siano stati realizzati. O il non utilizzarli affatto quando sarebbe necessario per i nostri interessi. Bisogna avere il coraggio e la serietà, di convincersi che si tratta solo di affermazioni vuote, chiacchiere volte a demolire l’animo di un’istituzione che meriterebbe maggiore attenzione nell’evitare il pericolo più grande per essa, cioè la deresponsabilizzazione. Ed in questo senso, passi sbagliati io credo ne siano già stati fatti tanti, soprattutto quando si è ripetutamente minata la tenuta dello spirito di corpo, colpendolo nel suo più prezioso collante, cioè il cameratismo, sentimento trasversale e verticale, non di categoria. A partire da quando è iniziata la sindacalizzazione. E non mi riferisco alla recente sentenza della Consulta, già da prima.

So già che questa affermazione scatenerà i soliti censori progressisti, che mi accuseranno di non so che cosa e mi offenderanno anche, vantandosi dei numerosi meriti ottenuti negli anni. Ma niente che non potesse e possa fare un comandante e la sua linea di comando ove fosse stato dato o venisse ora dato loro credito da parte del ministro di turno. Sia chiaro! Più politicamente fruttuoso coccolarsi le rappresentanze.

Stupito mi chiedo chi siano mai questi “poteri forti” di cui evidentemente si conoscono nomi e cognomi, visto che viene scritto “… dei poteri forti …” e non “… di poteri forti” che sarebbe un vago e generico riferimento, che invece l’articolazione precedente sembra voglia escludere. Mi è oscuro. Chi sono quindi? I vertici militari, oppure solo quelli dell’Esercito oppure anche l’Ordinariato Militare oppure infine fastidiosi Generali in quiescenza i quali, invece di fare la giornaliera passeggiata tra i cantieri cittadini, esprimono la loro preoccupazione per quanto vedono accadere alla loro Forza Armata? Non lo so. Di certo mi viene difficile pensare che le posizioni critiche di un Bertolini, di un Li Gobbi o del sottoscritto stesso o di chissà chi altro possano connotarci come poteri forti, non scherziamo! Sono critiche e osservazioni legittime di chi le stellette le ha indossate e sa di che cosa si sta parlando. E probabilmente sa guardare avanti. Prevedere è potere, questo sì!

O forse questo approccio vorrebbe nascondere un malcelato presuntuoso e arrogante fastidio per la critica? Sta forse avvenendo una sovietizzazione dell’Istituzione sottotraccia? Lo temo, francamente. Ma chi nella storia fu artefice di un processo analogo, dopo poco dovette tornare sui suoi passi, per evitare il collasso davanti all’impensabile.

Poco m’importa, sono libero di criticare e credo che a quello che dicono i “vecchi” bisognerebbe dare ascolto, di tanto in tanto. Ma plaudo al tentativo del ministro di fare tesoro della mia idea, da me formulata ben prima che lei esordisse con la sua stravagante e irripetibile “Strategia Nazionale Sistemica per il potenziamento della Sicurezza Collettiva e della Resilienza Nazionale”, e alla trasformazione (ho letto) di questo groviglio lessicale in un più semplice e comprensibile “Strategia di Sicurezza Nazionale”, come tutti la definiscono. Vorrei tuttavia anche rammentarle che non è compito suo redigerla, ma di un Consiglio di Sicurezza Nazionale, come ho peraltro recentemente fatto intendere, credo riuscendoci, in un altro articolo.

Ma almeno un grazie, cavolo!

Capisco che la presunzione e l’arroganza che troppo spesso ha trovato casa in quel dicastero siano tratti caratteriali e ambientali difficili da demolire. Un trascorso questo sì oscuro verso il quale i vertici militari io ritengo abbiano reagito, o per nulla, con eccessiva accondiscendenza. Ma che è fin troppo facile sostituire con messaggi “materni”, così tanto apprezzati a quanto mi pare di capire da Infodifesa. Il soldato (concetto che prescinde in questo mio scritto dal rango e dal grado) non ha bisogno né di una mamma né di un padre, ma di comandanti che se ne occupino e di “fratelli in armi” che lo incoraggino nei momenti di tensione. E di uno Stato che ci creda, naturalmente.

Una struttura gerarchico funzionale, infatti, ha più necessità dell’attenzione politica e pubblica che di organismi che nei fatti rischiano di influenzare, e scommetto lo faranno sempre di più, rendendola superflua e persino ridicola, l’azione di comando di chi è preposto a farlo e ne è responsabile, e di chi vuole e vorrà formare e mantenere una compagine “pronta” in tutti i sensi, in ossequio al Giuramento. Mia opinione.

Uno Stato che crede veramente nella sua funzione si preoccupa di finanziare soluzioni volte a tutelare a 360° il soldato. Una realtà che non si limita alla caserma, ma che contempla aspetti molto più complicati da garantire, cioè tutto quanto ruota intorno a lui come “sistema famiglia”, con l’enorme indotto logistico-amministrativo-infrastrutturale-sanitario che questo nucleo “speciale” necessita. Soprattutto quando il soldato è in operazioni.

Militari impegnati in Strade Sicure

Provvedimenti che se venissero loro dedicati i giusti fondi e si maturasse la necessaria sensibilità della società, perché seriamente conscia della funzione del soldato, non ci sarebbe stato né ci sarebbe ora bisogno di strutture nei fatti “parallele”, che io reputo solo paraventi ideologici dell’incapacità di comprendere che cosa significhi essere non migliori, né tantomeno peggiori, ma solo diversi. E di voler accettare in che cosa questa diversità si debba poi poter tradurre, laddove la destinazione d’uso postula obbedienza, rispetto gerarchico, lealtà, fedeltà, onestà e via discorrendo. Nonché serenità e certezza di essere e sentirsi seguito come “sistema”. Il soldato è un sistema famiglia. Vale tutto il pacchetto e merita un diverso impegno. Basterebbe copiare da altri, quelli bravi però e, probabilmente, forse pensare anche a un diverso approccio per gli investimenti.

La delazione, più o meno sdoganata come comunicazione social, e la lamentazione da corridoio non possono far parte di questo mondo. E come tali non devono essere incoraggiate, in quanto sono di nocumento alla disciplina. Da sempre. Pertanto, io credo che sia giunta l’ora di riprendere alla mano i valori del soldato e di rifuggire dall’instabilità e dall’imprevedibilità del mercenario. Stadio verso il quale la trasformazione da soldato avviene in modo strisciante.

È troppo facile ergersi a paladini dei ranghi più bassi, fingendosi padre o madre, mascherando l’incapacità di capirne e affrontarne realmente i problemi, ricorrendo a soluzioni di facciata, volte più a giustificare quello che al soldato, ancorché professionista, può tornare comodo non dover più fare, ma che compromettono l’operatività e lo spirito di coesione dei reparti.

Pochi esempi, solo all’apparenza banali: adunate per l’alzabandiera che non vengono più condotte alle 08.00, ma minuti dopo perché altrimenti si rischia di pretendere che ci si presenti in caserma troppo presto; prove fisiche e requisiti fisici che devono essere ridiscussi, sospendendoli, magari dopo un lamentoso tweet, senza considerare che le capacità fisiche non possono non essere diversificate da una Forza Armata all’altra, non trattandosi di “sperequazioni” ma di importanti e differenti necessità operative; volontà di cambiare la geografia dei reparti per favorire il concetto di “vicino casa” o di mutare il concetto di trasferimento in un fuorviante “fuori sede”, senza considerare i danni già fatti in passato, che hanno allontanato i reparti dai poligoni di più ampio respiro, oggi indispensabili per reparti di professionisti. E, peggio, di lanciare un’immagine del militare più vicina a quella di un operatore umanitario che a quella del legittimo portatore della violenza, quale dovrebbe invece essere. Senza vergognarsene. Invito alla rilettura della parabola del Centurione.

Quanto di altro ancora dovrà essere pensato e attuato su questo trend, che io reputo distruttivo? Io mi auguro solo che non ci capiti mai la ventura di doverci misurare con qualcosa di molto più serio e drammatico del fare il piantone a un’ambasciata qualsiasi o la guardiania a una diga oppure a un ospedale strategicamente inutile o del fingere per anni di insegnare a combattere nel modo sbagliato per loro a gente che combatte da sempre nel modo giusto per loro. Temo che ne verremmo fuori con il solito “ah, se ci avessimo pensato prima”.

Sono queste critiche e altre magari già espresse che possono generare l’idea di avere di fronte un insopportabile potere forte, tanto forte da far generare una ridicola delibera in difesa del ministro o persino un patetico sondaggio sul ministro preferito negli ultimi anni? Spero proprio di no.

Comunque, ove fossi io un appartenente a quei poteri forti, signori miei, giuro che non lo sapevo. Oggi pago solo le tasse e mi sento in dovere di dire la mia come tanti miei colleghi che hanno cuore, perché fare il soldato così come fare un soldato è sempre e solo una questione di cuore. Non c’è sondaggio che tenga. Ma ringrazio per il complimento!

*Generale di Corpo d’Armata Esercito (Ris)

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