Egitto, dietro l’attacco jihadista all’autobus dei copti un messaggio per il Presidente Al Sisi

Di Giusy Criscuolo

Il Cairo. Venerdì scorso, nella citta di Minya a 250 chilometri a Sud del Cairo, alcuni autobus che trasportavano cristiani copti, di rientro da un pellegrinaggio al Monastero di San Samuel, sono stati presi di mira da un gruppo di uomini armati. Appartenenti alle file di Daesh hanno scaricato le loro armi, uccidendo 7 dei passeggeri e ferendone molti altri.

L’attentato al bus dei copri

Questo gesto che sembra essere inumanamente divenuto parte di una realtà quotidiana e per cui superabile, in realtà non è un semplice gesto di odio religioso, ma sembra avere due significati ben precisi.

La provincia di Minya, non è nuova a questi attacchi, da ricordare quanto avvenuto il 26 maggio 2017, un venerdì, quando un attacco terroristico colpì ancora una volta un autobus che trasportava copti nel loro cammino verso lo stesso convento, uccidendo 29 persone e ferendone 24. Questo pare sia un processo adottato dall’organizzazione di Daesh e che è stato annunciato alla fine del 2016. Da allora i jihadisti monitorano e prendono di mira i copti, conducendo una serie di attacchi alle chiese egiziane.

Politici e specialisti, hanno confermato che l’attacco porta più di un messaggio. Uno diretto al Presidente egiziano Abdul Fattah al-Sisi de uno agli stessi cristiani.

Gli esperti che hanno parlato con Arabi21 (https://arabi21.com)  hanno sottolineato che l’idea dello Stato, di voler trasferire le operazioni antiterrorismo dal Sinai in altre zone dell’Egitto, rischia di indebolire proprio il fronte in cui bisognerebbe mantenere alta la guardia. Questo spostamento, secondo quanto spiegato dagli analisti, rischierebbe di portare risultati negativi nella lotta all’organizzazione terroristica. Il messaggio per Al Sisi è che non si fermeranno, anche dopo la sconfitta subita in Sinai.

Nella sua lettura dell’incidente, l’analista e sociologo politico egiziano, Saif Almrsfawi, ha sottolineato sempre ad Arabi 21 che è in atto un cambiamento sociale, sotto forma di conflitto tra il regime egiziano ed una parte della popolazione che colloca, anche i cristiani copti (appena il 10% della popolazione), in un angolo.

Il capo dello Stato egiziano non ha mancato di sottolineare le sue preoccupazioni. “L’arrivo continuo di terroristi nella regione – ha detto -, il continuo trasferimento di elementi di Daesh dalla Siria e dall’Iraq, rischia di far ripetere ciò che è accaduto in Siria e che sta accadendo in Libia, con la conseguente destabilizzazione dell’assetto strategico. Confermo la nostra determinazione a continuare i nostri sforzi per combattere il terrorismo nero e perseguire i perpetratori. Sono profondamente addolorato per i martiri che sono caduti a causa di mani infide che cercano di minare il tessuto della patria”.

Il Presidente egiziano Al Sisi

Ma quale è la reale situazione in Egitto?

Un recente rapporto dell’Osservatorio Al-Azhar (Università del Cairo; http://www.azhar.edu.eg/), reso pubblico nell’aprile 2018, dà una visione fedele e attuale di ciò che sta accadendo nell’Africa del Nord.

L’Osservatorio ha rivelato che l’organizzazione terroristica non ha raggiunto i suoi obiettivi strategici in Egitto e che migliaia dei suoi combattenti sono tornati in altre regioni, dopo la recente sconfitta nei principali bastioni della Siria e dell’Iraq. Sempre secondo quanto scritto nel rapporto sebbene l’organizzazione abbia confermato in molte delle sue pubblicazioni video, di aver preso di mira la Polizia egiziana, l’Esercito, i copti, i sufi e i simboli religiosi islamici descritti come apostati, lo studio ha dimostrato che risulta improbabile rendere l’Egitto un focolaio di conflitti e di divisioni.

L’analisi condotta da Al-Azhar è stata pubblicata poco tempo dopo il lancio, da parte delle Forze armate egiziane il 9 febbraio, di un’operazione militare denominata “Sinai 2018”. L’operazione mirava a sradicare il terrorismo egiziano che copre il Sinai, il Sahara occidentale ed il territorio di confine con la Libia, mentre il compito di altri organismi della Repubblica egiziana è stato quello di monitorare i siti di intelligence e di sicurezza egiziani, nonché elementi estremisti.

Mustafa Hamza, un ricercatore del gruppo, ha detto ad An-Nahar Tv (https://en.annahar.com) : “Vi è stata una sconfitta dell’organizzazione terroristica in Siria ed in Iraq, anche grazie alle operazioni militari, condotte contro di essa in Egitto, ma non è stata eliminata. Ci sono ancora operazioni svolte dall’organizzazione in Iraq, nonostante l’eliminazione di questa da alcune aree – ha aggiunto -. Daesh ha perso numerose zone, pozzi petroliferi e alcuni degli edifici che aveva occupato, ma ha ancora elementi che si stanno ritirando con gli sfollati, elementi che volano verso l’Egitto e che vogliono confondersi con civili”.

Secondo il rapporto, da quando l’organizzazione terroristica di Daesh annunciò la sua presunta successione nel 2014, riuscì a trovare sostenitori da tutto il mondo e con il controllo di buona parte della Siria e dell’Iraq, il numero di combattenti stranieri andò aumentando. Secondo lo studio e ad alcune statistiche, raggiunse il numero di 40 mila combattenti.

Milizie jihadiste

A metà giugno 2017, le autorità turche hanno registrato i nomi di 53.781 persone provenienti da 146 Paesi e, stando a quanto riportato nel dossier, gli Stati di di origine non hanno escluso la possibilità che esse avrebbero potuto unirsi a Daesh. La Turchia, viene dunque utilizzata per il passaggio in Siria e in Iraq.

A leggere il rapporto, salta subito all’occhio, come vi sia un riscontro più che oggettivo, sugli attuali accadimenti storici che stanno coinvolgendo l’Africa del Nord.

Nello studio, si evince come l’obiettivo dell’organizzazione, dopo la sconfitta in Siria ed in Iraq, abbia girato il mirino sulla Libia, l’Africa occidentale, il Sinai, l’Afghanistan, il Pakistan e l’Asia centrale e sembra anche la Giordania.

L’Osservatorio ha affermato che queste conclusioni sono sostenute dal fatto che l’Afghanistan è un ambiente appropriato per un’organizzazione simpatetica, simile a quella creata in Iraq ed in Siria, dove esiste una minoranza sciita e un gran numero di aldawash che si sono trasferiti nella regione dopo la caduta dei baluardi dell’ISIS.

Lo studio mostra come l’organizzazione abbia tre opzioni a disposizione per riorganizzarsi, dopo le successive sconfitte nelle sue roccaforti: ricorrere a zone e Paesi dove vi sia già una presenza, come il Sinai, la Libia o il confine iracheno; condurre operazioni terroristiche in Europa, durante le quali la battaglia viene trasferita da Est ad Ovest; iniziare ad operare attraverso guerriglie sparse senza più rimanere compatti e fermi in un luogo ma sciogliendo le formazioni jihadiste nel deserto per poi ricongiungersi prima di ogni nuova guerriglia. Questo li renderebbe difficili da identificare e colpire (esperienza questa, già utilizzata in Iraq).

L’esposizione del rapporto diventa sempre più chiara e precisa. L’Afghanistan, insieme all’Africa ed ad alcuni Paesi asiatici come l’Indonesia ed il Bangladesh, sono la destinazione principale di migliaia di combattenti in fuga dalla Siria e dall’Iraq. Anche l’Egitto è una delle principali destinazioni per i combattenti dell’organizzazione, molti dei quali si sono infiltrati dall’altra parte del confine, a più di 1.000 chilometri dalla Libia.

Secondo gli analisti, l’imminente sconfitta nel Sinai è stata un duro colpo per Daesh che aveva sognato di farne un polo di espansione in Medio Oriente e in Africa.

L’operazione militare (Sinai 2018), lanciata dall’Egitto, ha eliminato un gran numero di terroristi. Purtroppo, i combattenti sono presenti in molte parti del mondo e l’organizzazione potrebbe rinascere a breve sotto lo stesso nome, come potrebbe cambiarlo, ma a quanto scritto, con un pensiero più radicale e violento.

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