Elezioni USA 2020: la pandemia del COVID-19 entra nella campagna elettorale. Il ruolo dei sondaggisti

Washington. La pandemia è entrata nella campagna elettorale per le elezioni americane, in agenda per novembre prossimo.

Joe Biden (Partito Democratico) è lo sfidante del Presidente Trump

Oltre ad incidere su quella del Presidente uscente, Donald J. Trump e del suo rivale Joe Biden sta interessando anche di mettere fuori gioco i candidati del “Green Party” e del “Libertarian Party” in molti Stati considerati decisivi per l’elezione presidenziale.

Sul tema sono intervenuti i sondaggisti. I quali, per questi partiti considerati minori nel panorama politico americano, pensano di lasciarli fuori dai sondaggi. Il timore è che entrambi gli schieramenti non raggiungano il 5% del voto popolare.

Elettori al voto negli Stati Uniti

Grazie a questo risultato si qualificherebbero per avere diritto ai fondi federali per la campagna elettorale.

Inoltre, se fossero fuori dagli Stati chiave che evidenziavamo tra democratici e repubblicani lo scontro sarebbe frontale. Forse più duro che però spianerebbe la strada ad uno dei due maggiori contendenti.

Pensiamo, tra i partiti minori off-side al The Constitution Party. Si tratta di un partito conservatore ed anti internazionalista. Il loro candidato potrebbe essere Don Blankeship, un magnate del petrolio che si è definito “Più Trumpista di Trump” e detentore dei fondi necessari a garantire le necessarie campagne di raccolte firme.

Ebbene, se non dovesse partecipare alla competizione per The Donald sarebbe un aiuto immenso.

Il Presidente americano Donald Trump

Il problema principale è costituito dalla raccolta delle firme per garantirsi la propria candidatura sulle schede elettorali a novembre, che in una situazione come questa diventa sempre più difficile ottenere.

Ed allora la parola potrebbe passare ai legali.

Gia qualcuno si è buttato avanti, come Daniel Fishman, direttore esecutivo del Libertarian Party.

Il quale ha detto: “Siamo disposti a fare causa ovunque sia necessario”.

Un possibile ostacolo per loro è la richiesta, negli Stati con le scadenze più ravvicinate, di ottenere il nome del candidato presidente.

Ma anche se il Libertarian Party dovesse vincere la sua battaglia legale, un ritardo nella scelta del candidato presidente, a causa della pandemia, potrebbe essere fatale in qualche Stato.

Sempre parlando di campagna elettorale, entriamo in casa democratica.

Qui il candidato Joe Biden ha raccolto 46,7 milioni di dollari a marzo. Il 70° dei soldi sono stati raccolti on line, secondo i dati della Commissione Elettorale Federale.

Un buon successo, certo ma non ottimo. Infatti gli mancano almeno altri 187 milioni di dollari per raggiungere la raccolta fondi della campagna di Trump e del Republican National Committee nello stesso periodo, secondo quanto evidenizato dal “The New York Times”.

A marzo la campagna di Trump ha raccolto 13,6 milioni di dollari, finendo il mese con 98,5 milioni di cash a disposizione.

Il dato però non tiene conto degli ulteriori 240 milioni di dollari raccolti congiuntamente assieme al Republican National Committee.

Per questo il Presidente spinge il piede sull’acceleratore della ripartenza post pandemia. I suoi consiglieri ritengono che così avrebbe più chance per la rielezione per un secondo mandato.

E a sei mesi dalla consultazione (le Convention si terranno in agosto) l’apertura della campagna elettorale è ancora lontana.

Nel frattempo vien data la parola ai sondaggi, anche se, come fanno notare alcuni esperti, non è del tutto sicuro che i dati possano poi, al momento essere più vicini alla realtà.

A questo proposito citiamo un’analisi di FiveThirtyEight. Si tratta di un sito specializzato in analisi politica, sondaggi nato il 7 marzo del 2008.

FiveThirtyEight ha analizzato i sondaggi delle elezioni generali dal 1980 al 2016, iniziando da 200 giorni prima del voto fino al giorno prima, e creando medie mobili a 7 giorni del margine tra il candidato democratico e quello repubblicano per calcolare quanto fossero distanti i sondaggi dal dato finale.

Il risultato: a partire almeno dal 2004 i sondaggi, nel periodo in esame, ha sostanzialmente previsto bene il risultato finale del voto popolare.

Ma dall’altro lato, anche quando questo è avvenuto, l’errore medio rispetto al risultato finale è stato comunque abbastanza elevato da poter permettere un risultato radicalmente diverso verso uno o l’altro partito.

I lavori al Parlamento americano

Alcuni esempi:

• Nel 2016 nei sondaggi condotti circa 6 mesi prima del voto, il margine di vantaggio per i democratici è stato di circa +2 punti rispetto al margine finale di vantaggio di Hillary Clinton (Partito Democratico) nel voto popolare finale (+2,1 su Donald J. Trump – Partito Repubblicano)

• Nel 2008 e nel 2012 invece è avvenuto il contrario. Nel 2008 Barack Obama (Partito Democratico) ha vinto alla fine con un margine di +7,3 punti contro il suo rivale del Partito Repubblicano. I sondaggisti, sei mesi prima, avevano visto i repubblicani in vantaggio con +6 punti in più del risultato finale.

• Quattro anni dopo, Obama ha vinto di +3,9 punti, ma in media i sondaggi a 6 mesi dal voto erano sempre più favorevoli ai repubblicani di almeno +2 punti percentuali rispetto al margine finale

Il fatto è che questa differenza nei margini è ancora molto significativa.

Quattro anni fa, il Presidente uscente, Trump è riuscito a vincere agevolmente grazie al Collegio Elettorale ed alla vittoria negli Stati chiave, pur avendo perso il voto popolare di circa 2 punti.

Quello che appare, al momento più sicuro, è che la corsa alla Presidenza della Repubblica della prima potenza nel mondo è aperta. E che tutti, negli States, come nel resto del mondo attendono l’apertura della campagna elettorale.

E da lì la parola, il “verdetto” passerà poi ai cittadini americani.

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