Emergenza immigrazione, la proposta di creare un Consiglio di Sicurezza Nazionale

Di Vincenzo Santo*

Roma. Avere una linea politica non significa necessariamente avere una strategia. E la mancanza di una strategia (da strateghós, generale) può mettere in crisi un intero Governo di volta in volta quando la realtà si presenta come un’emergenza, al di fuori di una linea politica che si era scelta. Proprio perché non si è pensato di strutturarne una con i suoi obiettivi strategici e, a discendere, quelli operativi.

Migranti davanti ad una Questura per il rinnovo del permesso di soggiorno

Obiettivi da cui seguano le azioni conseguenti.

Il fenomeno immigrazione, che oramai ci perseguita da anni, oltre a essere un fenomeno, è un’emergenza. Ma per fronteggiare questa emergenza e come tale molti di ogni parte politica l’hanno definita tale, non risulta che si sia mai fatto veramente nulla di efficace per farvi fronte. Per vari motivi che non sto qui a valutare. Per esempio, un dispositivo di legge per gestirla.

Un punto importante di partenza, secondo me, è quello di risaltare il fatto che noi manchiamo di un Consiglio di Sicurezza Nazionale che tracci le varie strategie di sicurezza. Persino l’Afghanistan ne ha uno! E in un mondo oggi fin troppo interconnesso e veloce, questa è una carenza che andrebbe risolta il prima possibile, se si vuole prevedere e non solo subire rincorrendo gli eventi. Organo retto da un Consigliere Nazionale alla Sicurezza, colui che periodicamente, con uno staff di livello, dovrebbe elaborare la strategia di sicurezza nazionale.

Niente a che fare con il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Né con il Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica né tantomeno con il Consigliere Militare del Presidente del Consiglio. Tutt’altra cosa.

Un timido tentativo venne fatto negli anni ‘90 (Governo Prodi)  con la nomina a Consigliere per la Sicurezza del Presidente del Consiglio del Generale dei Carabinieri Giovanni Marrocco. Ma va da sé che, come anticipato, tale funzione deve avvalersi di uno staff consistente e competente, come è facile intuire.

Ecco quindi che ho voluto immaginare di essere in un altro Paese e che l’Italia abbia ora una tale figura e che tale figura presenti al Presidente del Consiglio un “promemoria” che tracci le linee di base per una strategia contro l’immigrazione irregolare ed il mercato di esseri umani dall’altra sponda del Mediterraneo. Documento, che sarebbe naturalmente altamente riservato nella realtà anche se taluni passaggi verrebbero a essere parte importante della comunicazione così come della “public diplomacy”.

Eccone la simulazione risultante, la più semplice possibile:

PROMEMORIA PER IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

“Nonostante le azioni fin qui svolte dal Governo, anche di recente, non è possibile ipotizzare che l’emergenza immigranti possa essere risolta in maniera definitiva. Le posizioni in linea di principio individualistiche degli altri Paesi europei, emerse anche in occasione dell’ultimo incontro di Bruxelles, nonché le pressioni umanitarie a livello internazionale, devono sollecitarci a individuare una strategia che preveda di affrontare l’emergenza con un unico scopo, quello di porre termine al traffico di esseri umani e, conseguentemente, interrompere ogni forma d’immigrazione irregolare verso il territorio della Repubblica e, conseguentemente, verso l’Europa, in modo definitivo. Obiettivi intermedi, e obiettivamente talvolta causa di difformi interpretazioni in ambito esecutivo e non solo, rischiano di rallentare il problema, senza la certezza che non possa improvvisamente riesplodere successivamente. Pertanto, nell’ottica di garantire il prioritario interesse nazionale della “sicurezza”, lo scopo finale (end state) è quello di porre termine al traffico in argomento. Ciò richiede il coinvolgimento coordinato dell’esecutivo e, prtanto, degli organi dello stato tutti, senza distinzione, nel convincimento che le componenti su cui operare senza distinzione sono i semplici scafisti, le Organizzazioni non Governative (NGO), i trafficanti e gli stessi migranti tanto quelli già presenti sul territorio della Repubblica quanto coloro che ancora non lo sono ma si accingono a imbarcarsi, con tutti i pericoli per la vita che ne derivano. L’attenzione per essi, pertanto, andrebbe a coinvolgere le risorse non solo della nazione ma anche degli stati di provenienza.

In questo quadro, tenendo in considerazione che:

La Libia, Paese dalle cui aree tripolitane partono la grande parte dei traffici, è un Paese ancora fragile, certo in via di lenta ricostituzione con l’appoggio della comunità internazionale nella figura delle Nazioni Unite, ma che presenta ancora critiche linee conflittuali, di cui quella principale è rappresentata dalla presenza, in Cirenaica, di un uomo forte, il Generale Haftar, il quale controlla alcune tribù amiche ed è supportato tanto dall’Egitto, dagli Emirati e dai sauditi, quanto dal governo francese;
Il Governo di Serraj esercita un effettivo controllo in aree a ridosso della Capitale Tripoli;
Le linee migratorie interessano i Paesi della fascia del Sahel o a immediato ridosso della stessa, ma confluiscono da ovest e da est (Corno d’Africa) in Tripolitania;
La presenza di combattenti “di ritorno” o di terroristi in genere tra i migranti non si può escludere;
I nostri interessi energetici sul territorio libico, capitanati dall’ENI, sono importanti per la nostra prosperità;
Le attuali missioni navali nel Mediterraneo, Themis e Sophia, in atto da anni, per via dei loro mandati, non sono in grado di rappresentare un efficace strumento deterrente per i trafficanti di esseri umani. Anzi, alla stregua delle ONG, possono costituire un involontario aiuto complementare, una sorta di garanzia per i trasportati;
I Paesi confinanti, Tunisia e Egitto, pur con le proprie difficoltà economiche e sociali, rappresentano comunque aree di relativa stabilità;
sul territorio nazionale esistono alcune centinaia di migliaia di immigrati clandestini, compresi coloro che sono usciti di fatto da ogni programma di protezione, con rischi da non sottovalutare per la sicurezza del territorio;
I costi attuali che la Nazione sostiene per l’accoglienza sono elevati e comunque le strutture poste in essere non consentono di prevenire e impedire comportamenti penalmente rilevanti da parte degli immigrati.

Si raccomandano i seguenti obiettivi strategici:

Assicurarsi il sostegno degli Stati Uniti convincendoli che con le attività in atto il traffico di esseri umani non terminerà se non si opera in maniera più chirurgica;
Convincere l’ambito internazionale che la posizione nazionale sul tenere i propri porti chiusi è volta a dissuadere il traffico e che l’arrivo massivo e incontrollato degli immigrati così come attuato è una vera e propria invasione che mette a rischio la sovranità UE e dell’Italia;
Incentivare, con il sostegno dell’UE, Egitto e Tunisia (porti più vicini e sicuri rispetto la SAR libica), e in misura più limitata anche Tripoli, nell’organizzare hotspot per il vaglio di coloro che, recuperati in mare, vengono lì sbarcati;
Fare interrompere le missioni navali a guida europea nel Mediterraneo (Sophia e Themis);
Avviare una propria operazione che preveda il blocco navale all’interno delle acque libiche, inizialmente in prossimità delle aree da cui si diparte il traffico migratorio, prevedendo anche incursioni volte a distruggere le basi operative dei trafficanti, facendo “passare la linea” che tali operazioni sono a diretto supporto e rinforzo del Governo di Tripoli;
Mettere in atto le necessarie misure di coordinamento con il governo di Tripoli per le operazioni da condurre in mare e sul territorio;
Procedere alla sicurezza delle installazioni on-shore e off-shore dell’ENI, sempre nella linea che si opera a supporto e rinforzo del governo di Tripoli;
Sostenere il governo di Tripoli sotto l’aspetto finanziario e per quanto concerne il controllo dei confini marittimi, rinforzandone con mezzi e training la Guardia Costiera;
Avviare contatti con l’Egitto perché attraverso Il Cairo si provveda a supportare Haftar, simulando aiuti militari e finanziari per il Cairo, alla stessa stregua di quanto fanno Francia e Stati Uniti oltre ad alcune monarchie del Golfo;
avviare un processo di pacificazione e ricostruzione a livello Unione Europea specificatamente per la Libia, ma sostenendo una linea di azione “coperta” a favore di Haftar;
Spingere sull’UE per ogni forma di attività che preveda il finanziamento e il supporto operativo a favore degli stati, quali Niger, Chad e Sudan, di “passaggio” dei flussi, lasciando il dossier Libia e Mediterraneo solo nelle mani di Roma, aiutando quei Paesi nell’organizzazione di hotspot;
Convenire accordi con i rimanenti Paesi di provenienza dei migranti con i quali ancora tali accordi non esistono, per garantirsi il rimpatrio dei non aventi diritto d’asilo. Anche coinvolgendo l’UE;
Procedere, allo scopo di ridurne sensibilmente i costi, al graduale cambio di gestione delle attuali strutture di accoglienza a favore della Protezione Civile da rinforzare con personale in quiescenza delle Forze Armate, da richiamare in servizio, ipotizzando anche eventuali modesti incentivi, in grado di garantire la propria esperienza e la Propria capacità professionale anche in campo amministrativo e logistico;
introdurre con procedura di urgenza, attraverso decreti legge, misure che consentano solo ricorsi amministrativi contro il diniego del riconoscimento dello status di rifugiato politico e delle altre forme di protezione, escludendo ogni possibilità di ricorso giurisdizionale. Con la medesima procedura legislativa deve essere abrogata la protezione umanitaria, istituto esistente solo in Italia e ripristinando con decreto legge la fattispecie penale dello status di clandestino;
Inasprire le misure cautelari nei confronti di coloro che siano sospettati di terrorismo oppure di propaganda terroristica, nonché quelle carcerarie per i condannati;
Inasprire le misure carcerarie per coloro che, sul territorio nazionale, sfruttano lavoratori illegali;
delegare lo svolgimento dei processi a carico di trafficanti e scafisti ai tribunali militari e prevedere per i condannati forme di detenzione molto restrittive;
Potenziare il decreto flussi per lavoratori stagionali a favore delle nazioni dell’area Sahel, Egitto, Libia e Tunisia;
procedere all’immediato rimpatrio del personale presente sul territorio nazionale e non avente alcun diritto a restarci in quanto non riconosciutogli il diritto d’asilo. Nelle more dell’attività di rimpatrio, si ripristini con decreto legge un fermo di PS di congrua durata, che consenta di restringere e trattenere in appositi ambienti tutti coloro che sono gravati da provvedimenti di rimpatrio;
Porre dei limiti temporali e concordare con gli stati di provenienza dei migranti il rimpatrio di coloro ai quali fosse stata riconosciuta in precedenza la protezione umanitaria.

Il sottoscritto Consigliere Nazionale diramerà il presente promemoria ai capi dei Dicasteri e al Direttore del DIS per discuterne al prossimo Consiglio di Sicurezza Nazionale dove verranno illustrati e analizzati … con le necessarie indicazioni in termini di comunicazione strategica e, per inciso, la precisazione indispensabile che le comunicazioni relative all’argomento siano di esclusiva competenza del Presidente del Consiglio dei Ministri …”.

Ecco, un insieme di misure, diciamo obiettivi strategici, sulle quali si può o meno concordare e che possono apparire persino scollegate le une dalle altre, che rappresentano invece, nel loro “combinato-disposto”, l’abbozzo di una strategia, complessa se si vuole, ma potenzialmente efficace se l’end-state, cioè il risultato finale che ci si prefigge, è di porre fine al fenomeno. Se ciò che si persegue è invece un’altra cosa, il discorso può cambiare radicalmente.

A questi obiettivi, naturalmente, vanno associati “il come e il con che cosa” perché si formi una vera e propria strategia. Tuttavia, mi rendo conto, occorre anche una buona dose di coraggio solo per avviare il tutto e metterlo in pratica in maniera coordinata. E qui subentrerebbe prepotentemente tanto il concetto di responsabilità quanto la necessità di un organo, proprio il Consiglio Nazionale per la Sicurezza.

In buona sostanza, cosa non da poco, almeno ci eviteremmo di assistere ogni giorno a dispute infruttuose e nocive per la credibilità nazionale, e l’episodio della “Diciotti” ce l’ha dimostrato, e alle pezze a colori ridicole che vengono messe dopo. L’impressione che se ne ha è che ognuno pare conduca una propria battaglia. E temo che sia proprio così.

Le battaglie si possono vincere facilmente, è vincere la guerra che è cosa più difficile.

Che tristezza, siamo in Italia, me ne devo ricordare. E, forse come accaduto con il Marrocco, questa del Consigliere alla Sicurezza con tutto un suo staff sarebbe una presenza fastidiosa.

*Generale CA (Ris)

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