ESCLUSIVA: I radicalizzati nelle carceri italiane. Roberto Piscitello (DAP): “Dal primo attacco di Charlie Hebdo qualcuno nelle nostre carceri uscì fuori con magliettine inneggianti all’ISIS”

Di Giusy Criscuolo

Roma. Sulla base degli ultimi avvicendamenti nazionali ed internazionali, che hanno visto la cattura, l’arresto e la condanna di simpatizzati jihadisti, che hanno tramato in un recente passato su suolo italiano, abbiamo pensato di rivolgerci ad una voce autorevole, che può spiegarci cosa accade negli Istituti Penitenziari italiani con i soggetti in questione.

DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria)

A margine della recente presentazione di ReaCT  – Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo, Report Difesa ha intervistato il Direttore Generale del DAP, Roberto Calogero Piscitello.

Direttore è possibile che all’interno delle carceri avvenga una radicalizzazione?

Non ci sono dati precisi, ma nel tempo e soprattutto negli ultimi anni è stato possibile intercettare in carcere detenuti radicalizzati. Resta da capire se fossero già radicalizzati ovvero se la radicalizzazione sia avvenuta all’interno del carcere.

Certo è che l’Amministrazione Penitenziaria, soprattutto dall’esplodere del fenomeno in Europa – attacchi in Francia, Belgio, Germania – ha avuto una particolare attenzione nel monitorare qualsiasi sintomo legato a possibili simpatie jihadiste o di matrice integralista religiosa.

Lo abbiamo fatto cercando di monitorare determinati fenomeni. Un esempio pratico, riporta al primo attacco di Charlie Ebdò in Francia, dove qualcuno nelle nostre carceri uscì fuori con delle magliettine inneggianti all’ISIS, mentre altri manifestarono il loro assenso con urla di compiacimento e di vittoria.

Cosa accadde dopo queste manifestazioni?

Hanno costituito il primo approccio a questo tipo di problema, perché ritenute catalogabili e utili per la stesura di documentazione necessaria per lo studio del fenomeno all’interno degli Istituti Penitenziari.

Ma questa catalogazione, non ci spiega se questi soggetti siano arrivati in carcere già radicalizzati o se lo siano diventati una volta entrati. Uno dei casi più eclatanti è il caso di un tunisino arrestato in Italia e tradotto in vari Istituti della Sicilia.

Il soggetto, durante un diverbio con un suo compagno di cella disse: “Ti taglio la testa come a tutti i cristiani”.

Questo precedente, ci permise di monitorare Anis Amri, che dopo aver scontato la pena in Italia e dopo essere stato segnalato agli organi competenti quale potenziale terrorista, si recò in Germania e purtroppo, si macchiò degli attentati ai mercatini di Natale di Berlino, il 19 dicembre 2016, provocando la morte di 12 persone e 56 feriti.

Roberto Calogero Piscitello, Direttore Generale DAP

Quali sono le precauzioni che vengono utilizzate nelle nostre carceri, per evitare la radicalizzazione o l’auto-radicalizzazione?

Nelle carceri italiane, da un po’ di tempo a questa parte, si sta cercando di fare qualcosa per evitare che fenomeni come quello della radicalizzazione e dell’auto-radicalizzazione possano trovare spazio.

Le diverse attività che stiamo cercando di promuovere all’interno delle nostre carceri, sono volte ad evitare che i soggetti, già provati dalla detenzione stessa, non aggiungano una ulteriore afflizione o vessazione, come potrebbe essere la necessità di praticare il proprio culto religioso. Parliamo di soggetti che aderendo ad una determinata religione si trovano nella difficoltà di non poterla praticare.

E’ nell’interesse dell’Amministrazione, che l’individuo possa esercitare il proprio credo religioso liberamente e con il favore delle Istituzioni. Sempre ricordando che tale diritto di esercitare il proprio credo fa parte della nostra Costituzione.

Il magistrato, affrontando l’argomento nello specifico, ci parla della creazione di spazi adibiti a moschee, dell’ingresso di imam e di mediatori culturali che hanno il compito di attutire i disagi creati dalla detenzione. Interventi finalizzati a non creare un ulteriore sentimento di frustrazione che spesso diventa la base per una radicalizzazione in carcere.

Gli imam che sono chiamati ad intervenire durante questi momenti di preghiera, sono sottoposti a duri controlli prima di ottenere il permesso di entrare negli Istituti Penitenziari?

Da qualche anno abbiamo stipulato un protocollo con organizzazioni che rappresentano le comunità islamiche in Italia. Tramite un dialogo costante con queste organizzazioni, abbiamo chiesto loro di fornirci degli imam che siano in grado di dirigere la preghiera per i soggetti in carcere.

Questa attività viene fatta di concerto con il Ministero dell’Interno, che a fronte delle indicazioni girate da queste organizzazioni islamiche, provvede a verificare e certificarne le figure per garantire che siano persone di effettiva affidabilità.

Questa realtà, iniziata in via sperimentale qualche anno fa in 8 istituti, inizia a funzionare. A questo si aggiunga che l’Amministrazione Penitenziaria ha investito nel suo personale, iniziando dei corsi basici di lingua araba e con la diffusione di vademecum e libretti utili ad individuare una serie di parole che possono essere significative di un segnale di allarme verso fenomeni jihadisti.

Da destra – Moderazione & Estremismo

Chi sono gli auto-radicalizzati?

Quando parlo di auto-radicalizzazione, mi riferisco a quei soggetti che a cagione della solitudine, del fatto che non conoscono la lingua, di essere lontani da casa, corrono il rischio di utilizzare la detenzione come un ulteriore fattore di frustrazione rispetto ad una condizione che è già deteriore.

La privazione della libertà, la lontananza da affetti potrebbero far valere un sentimento di rivalsa nei confronti di un’istituzione e che potrebbe trovare un suo humus in un integralismo radicale proprio dei fenomeni terroristici. Si parla di auto-radicalizzazione e non di radicalizzazione indotta, perché quei detenuti che sono identificati come radicalizzati, stanno del tutto isolati.

Il numero di radicalizzati all’interno delle nostre carceri è di 42. Chi sono questi detenuti? Si parla solo di soggetti stranieri, naturalizzati o vi sono anche italiani?

In carcere abbiamo, con riferimento a soggetti condannati per questo genere di reato, un numero non particolarmente rilevante. Questi soggetti sono in carcere perché in custodia cautelare o perché condannati a reati efferenti a simpatie terroristiche.

Ci sono però, anche detenuti che pur essendo entrati in carcere per fatti differenti da quelli trattati, hanno iniziato a manifestare quei fenomeni di cui ho già parlato e che quindi sono stati oggetto di attenzioni da parte del corpo specializzato della Polizia Penitenziaria.

In qualche caso, sono stati coinvolti anche soggetti italiani che in carcere hanno fisicamente mutato atteggiamento, si sono fatti crescere la barba e hanno deciso di convertirsi all’Islam. Ma questo “cambio di abito”, potrebbe anche essere fisiologico, frutto dell’idea di abbracciare una religione diversa da quella originaria.

Ne segue che è compito dell’Autorità Penitenziaria tenere d’occhio questi soggetti, sempre nel rispetto dei diritti umani e della libertà del credo.

Come vengono seguiti i detenuti particolarmente a rischio?

I soggetti particolarmente a rischio sono del tutto isolati dal resto dei detenuti. Per impedire a questi fondamentalisti o radicalizzati di effettuare proselitismo religioso nei confronti di soggetti particolarmente deboli.

Questi uomini, già “bollinati” come possibili terroristi, sono messi in condizione di non incontrare mai fisicamente gli altri detenuti. Esistono delle sezioni specializzate che si chiamano “Alta Sicurezza 2”. Attigua a questa linea di condotta dell’Amministrazione Penitenziaria, vi è il progetto di de-radicalizzazione, che cerca di porre in essere un’attività trattamentale prevista dall’articolo 27 della Costituzione.

Questa attività è finalizzata a fare in modo che questi soggetti si allontanino dalle ideologie jihadiste. Attività più complessa che necessità dell’intervento di più soggetti specializzati, ma sulla quale stiamo ancora lavorando.

In carcere ci sono jihadisti che sono arrivati attraverso gli sbarchi?

Lo stesso Amri, di cui abbiamo già parlato riguardo agli attentati ai mercatini di Natale di Berlino nel dicembre 2016, era un ragazzo tunisino, arrivato in Sicilia durante uno degli sbarchi. Successivamente fu arrestato per futili motivi e solo dopo aver trascorso del tempo negli Istituti siciliani, si scopri che era un fondamentalista, pronto a colpire.

Radicalizzazione

Quanto è importante la cooperazione tra le diverse Polizie su questo fronte?

La cooperazione è fondamentale, anche perché ci troviamo davanti a reati transnazionali. La segnalazione fatta da un Paese membro dell’Unione Europea ad un altro Paese è fondamentale per poter monitorare questi soggetti, che fino a quando sono in numero accettabile, posso anche essere oggetto di una specifica attività di prevenzione, che diventa un po’ più difficile quando il numero di questi individui aumenta. E’ dovere delle Amministrazioni e delle Polizie, cooperare al fine di evitare che questa gente possa girare impunemente per l’Europa, rischiando di effettuare nuovi attentati.

La Polizia Penitenziaria ha un ruolo di intelligence all’interno delle carceri?

Diciamo che la Polizia Penitenziaria cerca di monitorare questi fenomeni. Qualunque evento, che possa essere identificativo di una adesione o che semplicemente si avvicina ad una simpatia verso fatti di terrorismo, viene immediatamente evidenziato.

Vengono fatte relazioni di servizio e gli stessi soggetti vengono inseriti in un quadro complessivo di monitoraggio. Questo quadro viene riservato anche ad altri organi di Polizia in ambito nazionale ed internazionale che hanno il compito di prevenzione.

Questo è un modello che in Italia funziona molto bene e quando noi siamo chiamati all’estero con gli omologhi di altri Paesi, apprezzano molto il nostro modus operandi. Modus che da un lato è preventivo, cioè che riduce ogni possibile occasione di radicalizzazione e dall’altro è anche funzionale ad avere sempre presente eventuali segnali di allarme.

 

Dall’intervista si evince che nei nostri Istituti di Detenzione non ci sono detenuti jihadisti o simpatizzanti tali che si sono macchiati di gravi fatti di sangue. Questo potrebbe essere adducibile anche ai progetti religioso-culturali di cui, il Direttore Piscitello, ha parlato durante il nostro colloquio.

Un altro merito, potrebbe averlo il modello degli Istituti Penitenziari italiani, che utilizzano una particolare attenzione alla solitudine dei detenuti, permettendo loro di manifestare liberamente il proprio credo religioso. Da qui l’idea che questo modus operandi potrebbe aver sortito una funzione preventiva, creando una minore frustrazione creata dal carcere.

 

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