Esercitazione Blizzard 1: uomini, non eroi. I Paracadutisti del 185° RRAO ci insegnano ad osservare senza essere visti

Di Giusy Criscuolo

Livorno (nostro servizio). “Sulla sabbia bagnata dal sangue di un Paracadutista, il sole non tramonta mai.” A.C. 57122

Ci troviamo all’interno della caserma “Pisacane” a Livorno, il cuore pulsante del 185° RRAO (Reggimento Ricognizione Acquisizione Obiettivi “Folgore”).

Sono le 8.00 del mattino e la marcia composta delle unità, a ritmo cadenzato ed in ordine sparso si radunano davanti alla Bandiera Nazionale. L’urlo deciso del Comandante richiama sugli attenti il Reggimento: “185” … La risposta degli uomini risuona tuonante davanti al monumento ai loro caduti: “Folgore!”.

Il silenzio viene rotto dal suono della tromba, che intona le note dell’inno di Mameli e mai, come in altre occasioni, la solennità di questo momento, evoca un brivido. Si chiude così la “Blizzard 1”, una dell’esercitazioni ufficiali del RRAO, atta a verificare gli obiettivi acquisiti in ambiente montano, principalmente innevato.

Al 185° RRAO non ci capiti per caso, ma per vocazione e continui per capacità, eccellenza e passione, anche se le passioni a volte richiedono grandi sacrifici.

Uno snipe dell’185° in posizione

Quei sacrifici richiesti non solo agli operatori, ma anche alle famiglie, dove donne altrettanto forti, abbracciano con altrettanto spirito combattivo e non senza difficoltà, la vita dei propri uomini. Non parliamo né di eroi, né di Rambo, soprannomi che loro rifuggono, ma di uomini che hanno la fortuna di svolgere il lavoro che hanno scelto e con il quale si sono “sposati”.

I militari dell’185° trasportano in mare il loro equipaggiamento

Come ogni esercitazione ufficiale è necessario stabilire un target con un’area di riferimento e anche per la “Blizzard 1” non si fa eccezione. La regia del 185° RRAO ha previsto, in un’area geografica immaginaria che, nello specifico, si estende dalla Toscana all’Emilia, un ipotetico intervento della NATO.

L’Alleanza osservando una minaccia simmetrica crescente, per le regioni confinanti e sue partner, ha deciso di intervenire per interdirla. Sul target di riferimento è stato pianificato un addestramento altamente realistico.

Le regioni scelte, hanno una conformazione geograficamente completa che permetterà agli Acquisitori di poter mettere in evidenza tutte le specialità del reparto. Veniamo immediatamente lanciati in un’esercitazione che di virtuale ha poco o nulla.

Come in una realtà 3D, siamo completamente proiettati assieme agli operatori, all’interno di un “film”. Tutti gli uomini allertati e messi in campo durante la “Blizzard 1”, ad eccezione fatta di alcuni ufficiali che hanno la regia, non conoscono assolutamente nulla e vivono e lavorano sul terreno amico e “ostile” esattamente come se si trovassero in una situazione reale.

Un’esercitazione logisticamente partita il 4 febbraio, ufficialmente iniziata l’11 e terminata il 22 febbraio scorso. Come in una reale missione, gli uomini sono lontani da casa, senza farvi rientro. Mangiano razioni K, vivono in tenda e operano per aria, terra e mare come se si trovassero dietro le linee nemiche, che siano esse in Nord Africa, Asia, nell’Egeo o nei Balcani.

Vi è una sola regia che guida le fila della trama e che ogni mattina prima dell’alza bandiera tiene un briefing di aggiornamento su tutti i nuovi movimenti e su tutte le informazioni necessarie per poter prendere decisioni a livello superiore e politico e che daranno, in seguito, i parametri per l’inizio e/o la fine di una missione.

Ci troviamo nell’HICON (Higher Controll) o SOCC (Special Operation Component Command), che a differenza degli altri nuclei è l’unico a non essere esercitato e conduce la regia.

A livello inferiore ed esercitato, troviamo il Comando operativo del SOLTG (detto anche Task Group) pedina organicamente dipendente dal SOCC, che con continui brainstorming e allertato H24 definisce le varie opzioni delle missioni, il “wargaming”.

Senza mai uscire dal ruolo, il Task Group opera un’analisi dei rischi costante. Semplicità, clandestinità, pianificazione dei punti per l’acquisizione obiettivi, analisi dei punti e degli eventi critici, sincronizzazione delle operazioni, processo decisionale e studio dei rischi che potrebbero compromettere la missione, il tutto è eseguito dal Comando del SOLTG, che riceve i dati sensibili dalle SOTU (special operation task unit) inoltrandoli poi all’HICON. Solo dopo l’approvazione del CONOP parte la luce verde o rossa per l’inizio o lo stop delle operazioni.

Le SOTU, pedina operativa proiettabile del Task Group, che si trovano direttamente sul campo e dislocate a Sud ed a Nord dell’area di operazione, acquisiscono in assoluto anonimato le informazioni ordinarie, utili ai fini decisionali.

Nella “Blizzard 1”, le Task Unit schierate sul campo, sono guidate da un comandante sul posto che si sostituisce al Blue Force Traking e che possiede la capacità di comando e controllo dalla cellula uno alla cellula sei (S1 – personale, S2 – informazioni, S3 – operazioni, S4 – logistica, S6 – trasmissioni).

Un operatore analizza possibile materiale CBRN

Le unità impiegate sono state due. A Sud, abbiamo conosciuto SOTU Alfa, che ha impiegato un solo distaccamento con il compito di verificare la presenza di un laboratorio CBNR (che potrebbe utilizzare il materiale di scarto su eventuali munizionamenti missilistici) e una a nord, SOTU Bravo, che ha impiegato due distaccamenti.

Entrambi gli OD hanno ricevuto task differenti, con il compito di reperire informazioni riguardo a depositi di armi e la creazione di un training camp. Le capacità operative degli uomini dei distaccamenti, coprono tutti i requisiti richiesti alle diverse cellule, anche se ogni singolo operatore è stato addestrato per una specifica qualifica, compresa quella medica di primo soccorso e soccorso avanzato previste dal protocollo NATO.

Uomini che senza tregua, lavorano dal crepuscolo alla mattina successiva su una time line senza interruzione. Con 30 chili di zaino e altrettanti 20 di attrezzature, devono essere in grado di muoversi in completa autonomia, ovunque siano.

Dall’inserzione a 5 chilometri dal confine ostile per mezzo di aviolancio, con tecnica di caduta libera a 4000 metri di altitudine, di notte e anche in condizioni meteo “border line”, all’infiltrazione post atterraggio che può variare dai 30 ai 40 chilometri o più di “zavorrata” per raggiungere il task e che in base alla difficoltà geomorfologica, può essere suddivisa in più step.

Successiva a queste prime fasi, si effettua l’esecuzione, che prevede la formazione degli OP (Observation Post) per la raccolta di informazioni su tutti i target richiesti, che siano questi in zone montuose, innevate o desertiche, fino all’allontanamento appiedato e al recupero degli operatori.

Non importa quanto siano elevate le difficoltà di comunicazione, gli uomini del 185° RRAO sono prepararti per risolvere qualsiasi gap. Vi sono delle time line precise e delle finestre di comunicazione che devono essere rispettate per la trasmissione dei dati e al di fuori delle quali gli operatori si trovano completamente isolati dal contatto per un tempo non specificatoci. Nel OP perfettamente camuffato con l’ambiente di riferimento e in uno spazio angusto che va da un minimo di 2 metri quadrati ad un massimo di 3, ci devono entrare i due operatori con tutto l’equipaggiamento. Non vi è un dato preciso che indichi quanto tempo serva per l’acquisizione delle informazioni e quel luogo buio e limitato, diventa per ore o giorni il rifugio dei militari.

Vietato destare sospetti, nessuna possibilità di uscire dall’observation post. Anche espletare i propri bisogni fisiologici diventa una missione. Per preservare l’OP, si rimane all’interno. Non esiste privacy per i due operatori “fratelli”, che utilizzano contenitori adattati all’esigenza fisiologica.

Per le spiccate doti di intelligence del reparto, gli operatori, preferiscono rimanere lontani dagli obiettivi, e se possibile evitare l’ingaggio diretto, che nella peggiore delle ipotesi, resterà comunque un ingaggio a lunga distanza tramite l’utilizzo del PF (precision fire) con tiratori altamente preparati, in grado di stazionare per ore perfettamente mimetizzati e senza il benché minimo movimento e addestrati a sparare oltre il chilometro o TGO (terminal guidance operation).

Da Pievepelago, in Emilia sulle montagne innevate, ai boschi del Cimone, alle coste di Castel Sonnino, alle campagne toscane, di giorno, di sera, di notte senza interruzione. Un’esercitazione che schiera sul campo tutte le peculiarità del reparto. Iniziamo a camminare su una salita che senza ghiaccio e neve, sarebbe più semplice da affrontare. Muniti di scarponi e bastoncini risaliamo il costone. Il rischio di scivolare è discreto.

L’affondo delle scarpe nella neve e il “rumore” del silenzio sono elemento fondante. Ci avviciniamo al punto dell’OP innevato. Costeggiamo, nel più assoluto silenzio, un lago ghiacciato. L’avvicinamento appiedato arriva al termine. Siamo lasciati nel bel mezzo del nulla.

Operatore in un OP innevato

Tutto completamente bianco, ripulito da qualsiasi traccia umana e animale, rimaniamo in osservazione, sperando di intravedere l’OP dove siamo diretti. Andiamo per tentativi, troviamo finalmente delle tracce, ma è un depistaggio e allora ritorniamo sul punto di rilascio. E’ nascosto così bene, che neppure gli operatori che ci accompagnano sono stati in grado di trovarlo… in fine veniamo prelevati e condotti sul punto di osservazione, che ha come obiettivo una baita che funge da avamposto nemico. Gli uomini sono già in posizione da giorni. Vivono e ci fanno vivere come se ci trovassimo in una situazione reale. Ci fanno entrare nell’OP uno alla volta, lo spazio è piccolo, la fotocamera di sorveglianza è in posizione, la radio satellitare è pronta per le comunicazioni e il computer è approntato per l’invio dei dati. Osservo la professionalità con cui gli operatori approcciano al lavoro e mi convinco sempre di più che solo una passione e una predisposizione innate possono darti la forza e la carica giusta per scegliere di fare parte del 185° RRAO.

Dal freddo della neve, passiamo ad un punto di osservazione interrato sulle montagne del Cimone. Anche qui rimaniamo colpiti dall’alta capacità di mimetizzazione utilizzata per l’occultamento del posto di osservazione.

Sotto la terra umida, in un buco che sa di muffa e ferro, i Paracadutisti convivono con piccoli insetti, bruchi e “15 ragni violino”, che gli camminano accanto senza scalfirne la compostezza. Il cunicolo qui, è più stretto ed è scavato in lunghezza. Il punto di osservazione è eccellente e anche qui come nell’OP innevato, troviamo lo spazio necessario alla convivenza tra uomo e tecnologia.

Immaginare di trascorrere ore o giorni senza mai muoversi, per reperire quante più informazioni possibili, diventa sempre più difficile, ma questo è il loro lavoro, la loro specialità, ciò per cui sono diventati un reparto di Forze Speciali… Di notte, silenziosi studiano in punto di inserzione migliore sulla costa e preparati con tutte le attrezzature senza ausilio della luce, salgono sugli Hurricane 110 RHIB che li lasciano a più di un miglio dalla costa, con l’ausilio di un trascinatore munito di GPS, che è in grado di portare sei uomini con tutto l’equipaggiamento, si avvicinano alla riva. Ripeto, non sono eroi ma uomini che scelgono di servire, con la loro professionalità e passione, una causa comune alle Forze Armate Italiane all’estero e alla NATO.

Operatori 185° in mare

A molti potrà venire in mente una domanda, così come è venuta a chi ha seguito gli uomini del reparto in questa esercitazione. “Ma se le informazioni possono essere reperite e fotografate attraverso satelliti, perché tutto questo lavoro con il dispiegamento di uomini sul campo?”

La risposta ci viene data in pochi istanti. Un’osservazione ravvicinata, fatta da occhi umani, non potrà mai essere sostituita da una foto satellitare, che pone si i parametri del pericolo crescente, ma non sarà mai in grado di definire, se gli obiettivi sensibili, siano vissuti da sole forze ostili o da civili e bambini.

La professionalità di queste Forze, sta proprio nell’appurare la veridicità delle informazioni arrivate via satellite e nello scongiurare interventi non appropriati a discapito di civili. La capacità di cogliere i dettagli, sono elemento fondante. Gli uomini del 185° RRAO hanno una peculiarità, quella di operare sull’ asse di massa-tempo senza tralasciare nulla di intentato.

Siamo nella giornata conclusiva dell’esercitazione, il saluto e il plauso del comandante ai propri uomini, da loro un motivo in più continuare nella “missione”. Quegli uomini che fino a poco prima vestivano i panni degli operatori integerrimi, hanno smesso gli abiti militari e rientrati in base sono stati accolti da mogli e figli che non aspettavano altro che riabbracciali.

Su quei volti seri e concentrati, appare per la prima volta un sorriso e con orgoglio abbracciano i propri piccoli e le proprie mogli… che sono il lato forte di uomini altrettanto Speciali.

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