Forum Cina-Africa, Pechino stanzia 60 miliardi di dollari. E’ il colonialismo degli anni 2000?

Di Pierpaolo Piras

Pechino. Al 6° summit triennale del FOCAC (Forum on China-Africa Cooperation) tenutosi nei giorni scorsi, dopo tre anni (l’ultimo risale al 2015 a Johannesburg) erano presenti i massimi rappresentanti di tutti i Paesi africani, la gran parte dei quali ha colto l’occasione per tenere colloqui bilaterali con alti funzionari del Governo cinese.

Al vertice cino-africano di Pechino erano presenti i più alti rappresentanti politici

Solo una sparuta minoranza di leader africani ha preferito essere assente o forse è stata obbligata a farlo, per poter fronteggiare i ben più gravi problemi relativi alla sicurezza del proprio Stato.

Oltre ai leader africani, erano presenti, il presidente della Commissione dell’Unione Africana (UA) ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in qualità di ospite.

Il momento culminante è stato rappresentato dalla promessa cinese dell’enorme cifra di 60 miliardi di dollari stanziati per finanziamenti nel Continente africano, sotto forma di assistenza, investimenti e prestiti. Essa è il risultato della crescente influenza del gigante asiatico, esercitata nel Continente. Non solo, La Cina segue l’antico insegnamento di Deng Xiaoping di “nascondere le proprie forze” ed attendere il momento per mostrarle.

Il Presidente cinese, Xi Jinping, include nella cifra suddetta 15 miliardi di dollari in prestiti per lo più senza interessi, 10 miliardi di dollari per lo sviluppo economico e 5 miliardi di dollari in importazioni dall’Africa. Non basta, Xi promette che inviterà le aziende cinesi ad investire non meno di 10 miliardi di dollari, entro i prossimi tre anni.

Il Presidente cinese, Xi Jinping.

Questi impegni economico-politici sono il sintomo di una insolita intraprendenza in Africa, dopo che il Continente è stato trascurato negli ultimi decenni dall’Occidente e che trova compiaciuta accettazione nei Paesi africani, anche per l’offerta cinese priva di garanzie contro la corruzione, l’ecologica gestione dei rifiuti e la considerazione del danno ambientale.

Sempre nel suo discorso introduttivo, Xi ha comunicato l’iniziativa di costruire in Africa porti modernamente attrezzati ed ulteriori attrezzature intese al benessere sociale.

In un passaggio importante ha precisato che la Cina non vuole rivestire un ruolo strategico ma che vuole ricondurre la cooperazione Cina-Africa sotto il controllo della BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali) con sede a Basilea in Svizzera, con l’unico intento del benessere comune, senza unilateralismi.

Al di là delle promesse e frasi ottimistiche, a tratti demagogiche, sussiste la preoccupazione che tali progetti lascino Paesi, già poveri come quelli africani, in uno stato di eccessivo indebitamento verso i creditori cinesi, anche se il Presidente Jinping afferma, nonostante che in pochi ci credano, che “gli investimenti della Cina in Africa non hanno vincoli politici”.

Eppure, questa mole di investimenti assomiglia non tanto ad una generosa donazione, sapendo che questi Paesi non avranno la possibilità di restituirli, anche se non gravati di interessi, quanto per il rischio di una nuova forma di colonialismo, aggravato dalla mancanza di regole contro la corruzione , che ben si sa, in Africa raggiunge i livelli più alti.

L’aumento di circa quaranta volte del commercio cinese verso l’Africa dimostra ulteriormente il forte interesse per queste parti, così critiche del mondo.

Nei prossimi tempi saranno più chiari gli intenti cinesi alla luce soprattutto delle affermazioni del Fondo monetario internazionale (FMI) che denuncia, già dall’inizio dell’anno, la crisi del debito del 40 % dei Paesi africani a basso reddito e quindi ad alto rischio d’investimento.

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