Forze Armate: l’insostenibile leggerezza degli slogan, a scapito della credibilità

Di Vincenzo Santo* 

Roma. Pochi giorni fa al Senato sono stati presentati i risultati di un sondaggio condotto da Analisi Politica. Il titolo è “Forze Armate e Pubblica Opinione” (https://www.dropbox.com/s/5bnfu2qu4pyo7nr/SONDAGGIO.pdf?dl=0).

Militari dell’Esercito in missione

Nei pochi minuti concessimi in quell’occasione, non ho potuto esprimere compiutamente il mio pensiero sulle risultanze. Quindi ne approfitto su queste pagine per completarlo. Al di là dei risultati, e di come possano essi essere interpretati per via della diversa modulazione lessicale che ognuno di noi attribuisce al “molto d’accordo” oppure al più generico “abbastanza d’accordo”, ho voluto prendere spunto per tentare più utili approfondimenti e, probabilmente, azzardare qualche chiarimento. Ma di essere anche franco, probabilmente anche caustico in qualche passaggio.

Andiamo quindi oltre i numeri, e diciamo subito che noi italiani in termini di politica di sicurezza e difesa siamo dilettanti. Non la capiamo e non ci crediamo, andando il più delle volte a traino. Senza distinzione di grado, posizione e responsabilità.

Del resto, le recenti scoraggianti parole del ministro della Difesa, Elisabetta Trenta credo avvalorino quanto scrivo. Secondo lei, infatti (http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2018/11/09/manovra-trenta-dai-tagli-alla-difesa-nessun-pericolo-per-la-sicurezza-_0001115e-a568-4864-aecc-3d609d9ab4b3.html), dai tagli alla Difesa previsti dalla manovra “non deriverà assolutamente alcun pericolo per la sicurezza”. E giù con la solita fastidiosa narrativa di sempre: “più che di tagli io parlerei di razionalizzazioni”.

Per poi proseguire, con l’immancabile e consumato inno di genere “prima o poi avremo una donna generale e questa è una certezza. Nel futuro le donne saranno sempre più pienamente integrate nelle Forze Armate. Le donne hanno una maggiore sensibilità utilissima nelle missioni di pace e riescono ad essere soprattutto un elemento di risoluzione dei conflitti. Abbiamo bravissime soldatesse”. Che rottura di balle, i consueti luoghi comuni progressisti da mercato, che balorda e grossolana demagogia. Ma per quale motivo gli italiani, uomini e donne, devono subire questi odiosi attacchi alla loro intelligenza?

E mi viene facile, pertanto, interpretare il senso vero del dual use. Un modo singolare per mascherare una mal celata superiorità morale che, con presunzione di stampo vetero-democratico e persino antimilitarista di vecchia data, porta a illudersi che non ci lasceremo mai trascinare in eventi che prevedano l’impiego della forza. Quindi di dover “offendere”. Nichilismo puro, disinteresse completo per come il mondo funziona nella realtà. Di guerra, quindi, guai a parlarne. Meglio Venere che Marte. La donna rappresenta la forza civilizzatrice che equilibra l’aggressività maschile, nella descrizione che si può fare del dipinto “Venere e Marte” del Botticelli. Come se la storia non fosse mai esistita. Chissà quando la signora si accorgerà che esistono istituti di formazione che si chiamano “Scuola di Guerra”.

Sarà per questo che con ogni probabilità nessun VIP ha ritenuto di andare a fare visita ai nostri soldati impegnati in Norvegia nella Trident Juncture? Embè, lì in effetti, si simulava guerra. Guai!

Sarebbe ora di porre fine a questa oramai insostenibile “leggerezza degli slogan”, non ne posso più.

Da ammirare, ma giusto un po’, il nuovo capo di Stato di Maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli che, nella stessa occasione, ha osato sottolineare che “bisogna ricordare a tutti che la libertà, la democrazia, il vivere civile non sono gratis. Serve il lavoro, la fatica e anche il sangue”.

il capo dello Stato Maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli

Sangue? Che parola grossa! Persino un azzardo per il novello CHOD. Di contro, dovrebbe spiegare agli italiani come si concili il suo “difendere i confini non è più necessario” con “l’Italia considera fondamentale il ruolo della NATO per la centralità del suo ruolo nella difesa collettiva” oppure con “garantire l’integrità del territorio nazionale”, frasi queste riportate rispettivamente a pagina IV e a pagina 20 e 21 del corrente Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa per il triennio 2018-2020. Ma, principalmente, con quanto riportato nell’articolo 52 della Costituzione e con quanto esplicitato nell’articolo 89 del DL 66 del 2010 (Codice dell’ordinamento militare) e, per maggiore dettaglio, elencato in termini di missioni nel Libro Bianco (https://flpdifesa.org/wp-content/uploads/2015/05/Libro-Bianco-30.04.2015-5a-versione-def-sul-sito-MD.pdf).

Insomma, qualcuno dice o ha scritto parole in libertà. Slogan!

Tornando brevemente ai numeri del sondaggio in argomento, è evidente a me che, laddove esiste il confronto con il 2007, il “molto d’accordo” esce penalizzato con i rilevamenti attuali, quattro volte su sei, con le altre due praticamente allo stesso livello. Non è un buon risultato, francamente, anche se gli ottimisti ci provano ad aggiustare il tiro includendo nella fascia dell’ottimismo “l’abbastanza d’accordo”. Pur riconoscendo che i numeri di queste analisi si possono prestare a differenti interpretazioni, tuttavia qualcosa sta sicuramente sbiadendosi, non illudiamoci. E questa corrente neo-funzionalista, pilotata dal nuovo ministro della difesa non aiuta. Il mio punto di vista è comunque molto pessimista.

A partire dal peso che si attribuisce e no alle parole. Queste tradiscono i veri sentimenti. Nella speranza che gli italiani cambino registro e, quando si parla di Forze Armate, abbandonino il campo della retorica e rinuncino agli approcci da bar.

Che cosa significa, difatti, avere Forze Armate efficienti, affidabili o forti? E, di contro, come si fa a definirle deboli? E sulla base di quali criteri?

Certamente, non si può dire che le nostre Forze Armate non siano affidabili, dati gli innumerevoli impegni cui sono e sono state sottoposte, in Italia e all’estero. E per quella tipologia di impegni. Se affidabilità significa capacità di funzionare, come ci si aspetterebbe, per quelle circostanze operative. Ed è affidabile se lo riconduciamo all’obbedire, al barcamenarsi per portare a compimento un compito e, infine, al rispettare i dettami democratici costituzionali. Non c’è dubbio.

Per le altre qualifiche, tuttavia, temo che sia difficile sfuggire a visioni soggettive. E l’efficienza reale del sistema, nelle sue componenti, può essere persino mascherata. Comunque, in prima approssimazione, si potrebbe operare un paragone con altre realtà, con tradizioni militari ben differenti. Bene, sotto questo punto di vista abbiamo molta strada da fare per essere almeno come francesi o britannici che, in termini di spesa militare, spendono il doppio o quasi, pur avendo dimensioni e impegni correnti similari ai nostri. Nel confronto, quindi, qualcuno sta tirando la cinghia, se questa esiste ancora. E siamo noi. Ecco, diciamo che potremmo definirci al limite dell’efficienza per quello che siamo chiamati a fare oggi.

Ma potrebbe non bastare per fronteggiare altro di molto più impegnativo.

E si arriva all’efficacia. Quando cioè si viene messi alla prova e si deve conseguire l’effetto voluto. Campo dell’imponderabile. Quando si supera la linea rossa, quando si arriva al dunque, tutto è possibile, infatti. Come è già accaduto mille volte nella storia: i greci che sconfiggono i persiani, i macedoni che fanno altrettanto, i giapponesi che umiliano i russi, oppure gli israeliani che battono le coalizioni arabe ed i vietnamiti che umiliano gli americani. Situazioni in cui il debole ha sconfitto il forte, pur essendo questo efficiente e di certo affidabile. Davide contro Golia, insomma.

Va da sé, pertanto, che anche i concetti di forza e debolezza vadano lasciati da parte. Sono antistorici.

Vediamo quindi ora di fare un esempio. Prendiamo le Forze Armate americane. Non si può dire che non siano efficienti, nella misura in cui sono obiettivamente strutturate e mantenute per le missioni e le sfide che sarebbero e sono chiamate a fronteggiare. Affidabili lo sono senz’altro. Ma in Afghanistan non si dimostrano efficaci.

Soldati americani di pattuglia in un villaggio afgano

Cionondimeno, rimangono credibili. È probabilmente questo il criterio che ci serve, cioè quella percezione che fa la differenza e che, infatti, ci aiuta a definire se uno strumento militare sia in grado di dissuadere o di generare deterrenza nei confronti di un ipotetico avversario. Prima dell’uso. Cioè, ripeto, se è in linea teorica in grado di assolvere le missioni che gli sono assegnate. Quindi, è la credibilità. Alla lunga, l’efficacia o l’inefficacia possono fare la differenza, è vero, ma l’affidabilità e l’efficienza la influenzano nell’immediato.

E l’efficienza è riferita alla vita quotidiana, ossia a come quello strumento lo si sta preparando per le missioni che gli verrebbero assegnate. Perché appunto sia credibile. Le nostre? Eccole, ricordiamole: La difesa dello Stato; La difesa degli spazi euro-atlantici ed euro-mediterranei; Contributo alla realizzazione della pace e della sicurezza internazionali e Concorsi e compiti specifici (dal già citato Libro Bianco).

Con buona pace della Trenta, noi militari siamo per natura resilienti, lo abbiamo imparato da sempre sulla nostra pelle, a furia di razionalizzazioni. E lo siamo anche nel dover mascherare e convivere con il nostro vero stato, troppo spesso per nobile vergogna, per riottosità verso la lamentela, per spirito di sacrificio e per senso del dovere. Ma a tutto c’è un limite.

Quindi, la domanda che il cittadino dovrebbe farsi è: date quelle missioni, le nostre Forze Armate sono credibili? Soprattutto è il politico che deve porsi questa domanda, andando “a vedere”, come nel poker. Le Commissioni Difesa “espugnino il fortino” e lascino perdere chi tenta tra di loro, diffondendo messaggi e video discutibili, volti alla delazione, di fare cassetta di consensi, minando così la solidità e la coesione dei reparti. Cosa ben più preziosa delle cretinate dette da uno stupido colonnello. Vadano a vedere senza farsi pilotare, vadano a vedere per capire. Tormentino per aiutare.

E facciano smettere questo martellamento sul riavvicinamento del soldato alla famiglia, come a sottintendere che il suo lavoro non serve a nulla, per cui tanto vale che lo faccia vicino casa, o dello spostamento delle caserme al Sud, dove pochi sono i poligoni e le aree addestrative utili a unità di professionisti.

Osservatori controllano le attività degli artiglieri nel poligono di Monte Romano

La mia risposta a quella domanda è quindi no, non lo sono completamente. Possiamo ancora cimentarci nelle sfide che le ultime due missioni ci porrebbero e che già affrontiamo, ma per le altre, speriamo in Dio! C’è un limite di rottura che credo si sia già superato, come ho creduto di rendere chiaro in un mio recente articolo (http://www.reportdifesa.it/tagli-ai-soldati-tipo-esercito-si-vuole/). Ma forse non è bastato.

Prima o poi la realtà e la verità vengono a galla. Quest’ultima come scoperta, la prima come sorpresa, emergenza. E quando ci saremo sorpresi, come già accaduto in qualche circostanza nel secolo scorso, sarà stato tardi.

La situazione è oltre ogni criticità, secondo me. Intanto per lo stato di efficienza di caserme e di materiali. Le prime le si vedono passando solo per strada e i secondi si possono conoscere, volendolo! Ma basterebbe dedurne la realtà delle cose anche solo dalle tracce di ruggine delle torrette dei mezzi impiegati in “Strade Sicure”.

L’ho visto poche settimane fa a Verona. Ma si sa, l’abitudine alle ragnatele le fa scomparire. E questo stato di cose incide sulla convinzione e sulla determinazione del soldato. Se non altro perché si sente abbandonato e lasciato solo a giocare con le sue responsabilità.

Se per l’esercizio, la fetta che rappresenta il maggior disagio viene dedicato solo il 10% circa della funzione difesa (pari questa a poco meno di 14 miliardi di Euro), è da folli ritenere che con quei pochi fondi si riesca a far funzionare, almeno a livello di “metabolismo basale”, cioè per la mera sopravvivenza, tutto lo strumento nel suo vivere quotidiano: dai mezzi, dalle navi e dagli aeromobili più sofisticati agli equipaggiamenti più semplici, dalle caserme da mantenere ai loro impianti tecnologici da tenere a norma, dall’addestramento giornaliero alla fotocopia, dal nastro della stampante da cambiare al vetro della finestra da sostituire, dai servizi di pulizia e vettovagliamento da pagare alle uniformi da approvvigionare. Un incubo per i comandanti.

É triste vedere caserme che cadono a pezzi, con palazzine in disarmo, officine messe da anni sotto tenda e personale frequentatore di corsi costretto ad alloggiare in albergo. Poligoni un tempo trafficati, oggi normalmente vuoti per le grandi difficoltà nel seguire un normale iter addestrativo, in riferimento, soprattutto, alle specificità di ciascun reparto.

Inclusa la perniciosa carenza di munizionamento. Ce ne sarà per il 2019? Parco dei mezzi messo a dura prova tanto dalle carenze manutentive, anche per la grande sofisticazione tecnologica per taluni di essi, quanto dal grande sforzo operativo esterno nonché da quello che un’attività operativa logorante quale “Strade Sicure” richiede. Credo che circa l’80% degli automezzi ancora efficienti vi sia impiegato. Eccessivo.

Un militare impegnato nell’Operazione Strade Sicure a Napoli

Hanno ragione i paracadutisti a lamentare la carenza di paracadute, l’essenza del loro essere. Ma probabilmente il paracadute rischia oggi di costituire una pretesa eccessiva dinanzi a realtà di vita quotidiana che rasentano la vergogna. Ricordo, già qualche anno fa, le minacce di tagliare luce o gas arrivate ad alcuni comandanti perché il pagamento delle bollette energetiche era in ritardo. E non credo che le situazioni siano migliorate oggi. Forse oggi tutte le bollette vengono pagate solo a seguito delle suddette minacce. Chissà se qualche ardente procuratore non si sogni di accusare i comandanti di danno erariale perché non pagando le bollette generano interessi passivi a carico dell’amministrazione. Ci toccherà vedere anche questo?

La mancanza di risorse nel settore del funzionamento produce danni, senza contare quelli più gravi di ordine morale, quelli alla motivazione. E impone rimedi il cui valore in denaro cresce in funzione esponenziale. Ma quelli morali sono spesso irreversibili.

Veniamo all’industria militare. Essa è fondamentale e non mi scandalizzo dinanzi al fatto che voglia offrire per vendere. È naturale. E credo che esistano utili e persino logiche sinergie tra i due comparti, spinte dalla necessità di innovare e ammodernare per essere al passo con i tempi, concorrenti e minacce. Sempre che se ne abbia un’idea chiara.

La ricerca e lo sviluppo sono irrinunciabili per poter competere sul mercato estero, ma dobbiamo anche fare tara delle troppo facili recriminazioni di ordine etico quando riusciamo a vendere. E finora Leonardo occupa il 9° posto nella classifica di SIPRI.

Lo stand di Leonardo al salone Heli Expo 2018

Mentre Fincantieri ha perso qualche posizione dall’anno passato. Da soli, questi due campioni nazionali occupano – credo – circa 60 mila e più addetti (non tutti, è vero, in Italia), senza contare l’indotto che muovono e i ritorni a favore dell’azionista di maggioranza, cioè il MEF. Tuttavia, dovrebbe essere chiaro che, se si introducono nuovi materiali e se si investe pertanto nell’ammodernamento, va da sé che diviene necessario prima o poi mantenere queste novità, e più si acquisiscono materiali ed equipaggiamenti sofisticati più i costi aumentano. E qui mi viene un sospetto. Non è che la ricerca dell’ammodernamento serva a introdurre nuovi materiali ed equipaggiamenti per soppiantare quelli più vecchi, ma lasciati senza manutenzione, e godere così per un po’ di tempo, quanto quello coperto dai nuovi contratti, dell’assistenza del venditore? Sono certo di sbagliarmi, ma come disse Andreotti …

Sprechi? Forse, ma potremmo parlarne oggi facendo riferimento anche agli affitti che altre organizzazioni dello Stato pagano al privato quando invece, con il parco infrastrutturale militare dismesso, si sarebbe potuto fare e si potrebbe ancora fare diversamente. Parlo di sprechi quando si decide di partecipare a esercitazioni costosissime, invece di limitarsi a uno schieramento dei posti comando nel cortile della propria caserma, senza necessariamente affrontare enormi spese di trasporto e di permanenza all’estero, dove comunque si gioca nella simulazione della difesa dei confini, quelli degli altri però, checché ne dica il Generale Vecciarelli. Pur sapendo che non è così che si spaventa un Putin. Risultato questo della confusione concettuale che porta a surrogare la necessaria capacità di risposta, che non c’è, con un’insufficiente prontezza, dai costi molto elevati. Sono sprechi quando si cede alle imposizioni di un’Alleanza che ha perso il suo scopo primario e risponde agli interessi di uno solo, trasformandosi sempre più in un mercato che vorrebbe imporre il 2% o persino il 4%. Sono oggi sprechi anche quando ci si impegna pervicacemente in costose attività a connotazione “alpina”, in manifestazioni autoreferenziali.

Sono sprechi possibili, quando l’innamoramento per le belle idee ci fa smarrire il senso delle buone idee.

Come per la reintroduzione della leva. Per fare che cosa? Vero è che la vecchia leva dava un valore aggiunto alla società in termini “civici” e, perché no, forniva al giovane anche strumenti pratici per il dopo, specializzando molti in talune attività lavorative con facile sbocco successivo nel mondo del lavoro. Non era poco. Ma i tempi ora sono cambiati e, in linea di massima, quelle specializzazioni lo sarebbero per lavori che i cittadini italiani molto probabilmente non ricercherebbero più oggi. Pur riconoscendo la mancanza di senso civico nei nostri giovani (e non solo, purtroppo), io credo che probabilmente questo andrebbe ricercato nel “rinfrescare” i compiti e i programmi della Scuola, quella con la S maiuscola, nonché in una maggiore responsabilizzazione delle famiglie, piuttosto che lanciarsi in un progetto diciamo complicato.

Intanto, in termini di costi per equipaggiamenti, vestizioni, vitto e alloggio, e con tutto l’indotto di servizi aggiuntivi che sarebbero necessari. Inclusa la paga, la decade di un tempo. Se un giovane volontario costa oggi, solo per i suoi emolumenti, sui 20 mila euro l’anno, credo che probabilmente la metà potrebbe valere per un “moderno” giovane di leva. Tanto per dare una dimensione di massima. E poi, chi delle classi odierne di ventenni, sui 600 mila tra uomini e donne, dovrebbe essere selezionato? Chi quindi favorito o, d’altro canto, sfavorito? Ove ne venissero selezionati solo 120 mila, unitamente, ai 165 mila delle sole Forze Armate, si avrebbe un numero vicino ai 300 mila. Un volume insostenibile, ripeto, con il bilancio ordinario, già tragicamente striminzito nella sua componente del funzionamento. Ma se il termine “moderno” si riferisce al fatto che debbano essere di ausilio per mansioni da Protezione Civile, questa dipende dal Ministero dell’Interno, non dalla Difesa. Quindi, se li prenda Matteo Salvini.

Si parla anche di “aiutare” con questi giovani le Forze dell’Ordine nel controllare il territorio per l’immigrazione clandestina. Nel sottolineare che il concorso alle Forze di Polizia richiede un addestramento a sé e postula una conoscenza delle norme giuridiche e comportamentali difficili da far metabolizzare in così poco tempo a giovani inesperti, dico che, in buona sostanza, chi ha pensato a una cosa del genere meriterebbe di essere visitato da un buon medico.

In conclusione, dai numeri occorre trarre quello che probabilmente nascondono. Io credo che la percezione rilevata dal sondaggio faccia ancora una volta emergere superficialità, ignoranza e vergogna che conducono all’intolleranza verso la definizione pratica dei nostri interessi nazionali e, soprattutto, nella determinazione pratica degli obiettivi conseguenti. Da tutto ciò scaturisce una congenita difficoltà nel capire cosa vogliamo avere veramente in funzione delle nostre ambizioni e aspirazioni. A iniziare dalle Forze Armate. E tale sregolatezza ci porta a snaturarle.

Quelle missioni elencate nel Libro Bianco possono anche andare bene, sono condivisibili e rimarcano il giusto ruolo della nostra Nazione. Dovrebbero essere semplificate nel dettaglio, questo è vero. Con coraggio. Ma di certo il nostro strumento militare non è attagliato oggi, per esempio, alla presunzione di voler difendere gli spazi euro-atlantici o euro-mediterranei. Non è credibile. Ma dubbi nutro anche per la missione “Difesa dello Stato”, soprattutto laddove tra le sue declinazioni, si intenda difendere da ogni aggressione i nostri interessi vitali (cioè quali?) e la sicurezza e l’integrità delle vie di comunicazione di accesso al Paese (cioè quali?). Ed è già accaduto che tale obbligo sia stato disatteso, in occasione dell’episodio della nave Saipem 12000, quando si è deciso di non scortarla nelle acque di Cipro, accettando che venisse allontanata da una nave militare turca, pur nella consapevolezza delle intenzioni di Erdogan sui quei tratti di mare.

Noi possiamo pure incensarci per quello che facciamo, e fingere di crederci, ma in mancanza di chiarezza di idee sugli obiettivi e in mancanza di determinazione e coscienza nell’utilizzare e mantenere quello che sia ha, non solo si generano sprechi, ma si perde soprattutto in credibilità, che purtroppo non si basa su quello che noi crediamo, ma su quello che gli altri credono.

Al di là delle pacche sulle spalle e degli slogan, con questi ultimi a costituire la triste sintesi delle verità semplici, quelle spendibili a favore dei distratti, troppi!

*Generale di Corpo d’Armata (Ris)

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