Forze Speciali. Parla il comandante del Reggimento 185° R.R.A.O, Colonnello Andrea Vicari: “La nostra caparbietà, la nostra specializzazione, la nostra unione ci hanno permesso di resistere ed avanzare”

Di Giusy Criscuolo

Livorno (nostro servizio). In occasione dell’esercitazione “BLIZZARD 1 2019”, la prima dell’anno del 185° RRAO, Report Difesa ha aavuto modo di conoscere, in modo più approfondito. tutto quello che gira intorno al mondo della neo Forza Speciale.

Sono stata invitata dal Colonnello Vicari a raggiungerlo nel suo ufficio per un briefing iniziale ed un’intervista sul 185° RRAO.

Mi accingo a salire le scale di questa solenne struttura.

Il monumento ai Caduti

Il corridoio che conduce alla stanza del Colonnello è un museo storico, dove i volti di tutti i comandanti passati si succedono in modo maestoso e severo. Delle gigantografie, degli operatori in volo, sovrastano l’ingresso. E’ la prima volta che il Reparto ha aperto le porte alla stampa.  All’interno della palazzina Comando, il Colonnello Vicari mi aiuta ad entrare nello spirito del reparto.

La foto ritrae il distintivo omerale del Comandante che si distingue dagli altri poiché l’unico con il colore rosso. 

Comandante, essendo il vostro un reparto di Forze Speciali con spiccata connotazione intelligence, la metodologia da voi utilizzata per l’acquisizione di informazioni è analoga a quella dei reparti di intelligence tipo AISE? Utilizzate un tipo di attrezzatura simile?

No. La nostra intelligence è un intelligence militare. Fortunatamente nel nostro campo, ci siamo ricavati una nicchia dove nessun altro opera allo stesso modo. Ci sono però alcune tecniche e tecnologie abbastanza affini, perché di fatto si tratta di cose molto simili. Abbiamo la capacità di tenere la nostra connotazione militare anche nel caso di un ambiente urbano. Di base, abbiamo capacità in proprio, ma ci affidiamo anche a consulenze, con ditte nazionali ed estere, di comprovata serietà, affidabilità e discrezione. Questo perché ambienti come, per esempio, il comando e controllo sono mondi che si basano su tecnologie che evolvono con estrema velocità . Oggi si può comprare un sensore, tra due giorni il sensore potrebbe essere obsoleto. Su alcuni strumenti vi è un tasso di obsolescenza molto elevato, per cui alcune volte non siamo in grado di sopperirvi autonomamente e diventa necessario affidarsi ad alcune realtà tecniche affiliate che ci vengono in soccorso. Ma il core business rimane a casa nostra.

Ogni anno dal mese di settembre fino ai primi di dicembre, ci sono degli addestramenti congiunti sotto l’egida della NATO, tra i diversi Eserciti europei. Anche voi interagite in queste joint force?

In un certo senso si, anche se noi lavoriamo in contesti differenti. Facciamo esercitazioni, ma con reparti differenti e anche noi partecipiamo ad esercitazioni congiunte, ma principalmente con Forze Speciali. Lo scambio è fondamentale e ci aiuta a prepararci ad interagire sinergicamente in caso di necessità. Un esempio recente riguarda la VJTF dove il 185 è stato il framework per lo Special Operation Task Group. Entrando in maggiori dettagli, potremmo dire che la differenza principale è l’applicazione del principio della massa, che noi adattiamo ai nostri numeri ridotti, considerandolo quasi un quoziente: massa/tempo. Ciò si traduce nella ricerca della superiorità in specifici momenti e in selezionate aree. Il tutto è reso efficace dall’uso spregiudicato del principio della sorpresa. Le forze regolari, agendo in contesti differenti e con numeri molto maggiori agiscono secondo dottrine e applicano principi attagliati ai loro peculiari punti di forza: massa e manovra.

Operatori sugli Hurricane 110 RHIB

Quanta importanza date alla pianificazione delle missioni?

La pianificazione riveste un’importanza fondamentale, quasi il 90% del nostro operato. Infatti, per un’azione che può durare 5 giorni potremmo dover pianificare per settimane o anche mesi. Facciamo un’infinità di corsi e durante le esercitazioni, per massimizzare il realismo noi facciamo vedere agli operatori, solo quello che vedrebbero in caso reale. In modo tale che ricevano gli ordini che riceverebbero in caso reale, hanno le informazioni che realisticamente potrebbero ricevere e sulla base di quello fanno la loro pianificazione.

Nella scala dei valori che importanza ha il vostro motto? Videre nec videri, come riuscite a compiere ciò che è riassunto in queste parole?

E’ fondante. E’ la nostra natura e questo ha delle implicazioni su tutto. E’ di fatto ciò che viene insegnato nel percorso formativo dei nostri uomini. Da dove investiamo i soldi al modo di vivere. Paradossalmente, per noi i sensori, le radio sono quasi più importanti delle armi. L’isolamento è il nostro modus vivendi e va gestito sul terreno da personale altamente qualificato a questo scopo. Bisogna essere in grado di sopravvivere e tornare a casa. Alla seconda rispondo che ci riusciamo applicando il principio di massa-tempo declinandolo in ciò che ci è più utile. Mi spiego, se sperassi di rimanere invisibile per mesi nella stessa area sarei un pazzo. Quindi cerchiamo di capire quanto possiamo rimanere invisibili ed efficaci allo stesso tempo.

E’ in atto un omogeneizzazione del periodo di formazione degli operatori?

Si, fa parte del progetto. La formazione basica è uguale per tutti, seguita da una formazione avanzata e specializzata che facciamo qui in sede.  Dal Tenente al VFP1 il percorso di base e di specializzazione risulta lo stesso, va da se che durante tutta la formazione, per ufficiali e marescialli lavoriamo molto sulla leadership.

Vi state inserendo a pieno titolo per la loro formazione o già siete ben addentrati? Quanto dura il periodo di addestramento degli operatori delle Forze Speciali?

Per quanto riguarda la prima domanda si, anche se non posso rispondere in assoluto, ma siamo abbastanza addentrati, visto i ritorni che abbiamo dalle operazioni e anche dal confronto con altre realtà similari in giro per il mondo. Per quanto riguarda la seconda, abbiamo 50 settimane di addestramento per un Acquisitore. Successivamente, quando l’operatore viene assegnato ad un distaccamento, viene ulteriormente perfezionato durante le grosse esercitazioni che svolgiamo durante l’anno. 4 del Reggimento, 1 o 2 a livello Esercito, una a livello Difesa più tutte le cooperazioni bilaterali con gli altri partner, senza tralasciare le attività di approntamento. Praticamente siamo sempre in addestramento e approntamento.

Anche voi partecipate agli addestramenti della Pfullendorf in Germania e come sono valutati gli operatori italiani?

Si, si fa addestramento, formazione e qualche “approfondimento”. Sulla valutazione ai miei uomini, il mio feedback, è positivo. E’  la scuola stessa di formazione che ci chiede gli istruttori in concorso. Posso dire che c’è un rapporto abbastanza simbiotico con la scuola. Non è l’unico ente al quale ci rivolgiamo, perché per altri corsi ci spostiamo anche in Belgio, ma qui si parla di NATO e poi molto altro. Parlo anche di relazioni bilaterali con altri Paesi.

L’185° RRAO, come è considerato a livello mondiale e nazionale, come new entry nelle Forze Speciali? 

A livello mondiale ci conoscono, ma non siamo così presuntuosi da dire siamo conosciutissimi. Anche nelle Forze Speciali ci sono vari club e noi non siamo ammessi a tutti. Ma questo non è un segreto, anche per ovvie ragioni storiche. Dal punto di vista nazionale, noi e il 4° Alpini Paracadutisti di Verona siamo stati gli ultimi ad entrare nel club delle Forze Speciali. Come in tutte le realtà, le novità possono essere prese bene da alcuni e da altri possono non essere digerite, poiché viste come usurpazioni. Sebbene l’analisi, andrebbe fatta sulla base delle capacità singole di ogni reparto. Ognuno è specializzato in qualcosa, noi in Ricognizioni Speciali e Acquisizione Obiettivi. Nel nostro campo siamo degli Specialisti. Non è un “blasone” che dovrebbe connotare un reparto, ma ciò che viene fatto, le proprie capacità.

Quanto è importante per voi lo Spirito di Corpo?

Parecchio, anche perché siamo pochi. Siamo simbiotici, ma va anche detto che abbiamo delle fortune, cioè il 99,9% di chi fa parte di questo reparto è contento di quello che fa. Chiaramente siamo esseri umani e non super eroi, quindi come tutti affrontiamo problemi quotidiani di persone normali, parliamo di famiglia, genitori, della vecchiaia, che per degli operatori è difficile da digerire. Qui siamo una famiglia.

Per un periodo abbiamo avuto tutti contro e abbiamo rischiato di essere chiusi. La nostra caparbietà, la nostra specializzazione, la nostra unione ci hanno permesso di resistere e avanzare. Adesso siamo qua, quindi probabilmente non era tutto così negativo.

Lo Spirito di Corpo ha fatto tanto soprattutto agli albori, dove eravamo pochi, male armati, male equipaggiati, male addestrati. Abbiamo alle spalle 18 anni di esperienze buone o negative, che ci hanno insegnato e migliorato. Quando siamo partiti, ciò che adesso per il Reparto viene dato per scontato, all’inizio non lo era. Abbiamo lottato per avere ciò che abbiamo. Anche all’estero, muovendoci in piccoli gruppi, è necessario essere affiatati.

Spesso tutto si traduce in goliardia, confidenza, familiarità. Tutti sono rispettosi dei ruoli ricoperti da ogni singolo componente. Se io mi affido all’istruttore di sci e questo mi dice, comandante lo sci va messo così, io lo metto come mi viene detto, è lui l’istruttore. Non perché sono il comandante faccio come mi pare, altrimenti non chiedo di istruirmi. Per contro, ai leader è chiesto tanto ma soprattutto grande carattere. Se uno non ha carattere non può funzionare qui dentro. Chi non ha carattere viene mandato via.

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