G20, vince il bilateralismo. Stati Uniti e Cina sempre protagonisti. Donald Trump e Xi Jinping firmano una tregua nella lotta commerciale

Di Pierpaolo Piras

Buenos Aires. Nello scorso fine settimana, a Buenos Aires, è terminato il summit di due giorni dei Capi di Stato in rappresentanza dei 20 Paesi più industrializzati al mondo (G20). Il “G20” rappresenta, oggi, i due terzi del commercio e l’80% del PIL mondiale. E’ stato costituito nel 1999 per affrontare le crisi finanziarie mondiali, specie in favore delle economie nazionali più deboli.

Fra i 20 Paesi e le relative delegazioni non sono mancate le vigorose e tradizionali strette di mano ed il plateale “dammi cinque” tra Vladimir Putin, Presidente della Russia e Mohammed Bin Salman, principe ereditario, primo vice primo ministro e ministro della Difesa dell’Arabia Saudita.

Vladimir Putin, Presidente della Russia e Mohammed Bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita

All’inizio del vertice sono emerse le prime difficoltà nel raggiungimento di un comunicato finale condiviso, allorquando i negoziatori statunitensi hanno assunto posizioni contrarie al riconoscimento del multilateralismo (opposto al mono ed al bilateralismo, tanto preferiti finora dal Presidente americano, Donald Trump) nella prassi politica da seguire o del ruolo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) come strumenti di concertazione nel commercio internazionale e nel controllo economico-finanziario globale.

 

Un momento dei lavori del G20

Va da sé che l’affermazione di tale rigida posizione avrebbe denaturato la consistenza e pertanto l’esistenza stessa del G20, favorendo una deriva degenerativa verso il protezionismo.

Durante la settimana le delegazioni dei 20 Stati hanno lavorato intensamente, culminando in un’insperata quanto parziale approvazione USA sia sulle politiche multilaterali che sul FMI. Una frase condivisa, forse la più significativa, è stata: “Rinnoviamo il nostro impegno a lavorare insieme per migliorare un ordine internazionale basato su regole che sia in grado di rispondere efficacemente ad un mondo in rapida evoluzione”.

Un’altra espressione importante del documento finale è stata questa: “Il commercio internazionale e gli investimenti sono motori importanti di crescita, produttività, innovazione, creazione di posti di lavoro e sviluppo”.

In contrasto con il propugnato multilateralismo, ha prevalso, invece, il bilateralismo dovuto agli incontri esclusivi tra USA e Cina, Stati Uniti e Paesi del NAFTA, Argentina e Cina.

Nell’incontro più importante, tra Donald Trump e Xi Jinping, Presidente cinese, il primo ha accettato di non aumentare i nuovi dazi commerciali del 25% (pari a 200 miliardi di dollari di merci cinesi) per ulteriori 90 giorni, solo per facilitare ulteriori trattative positive. Al fine di ridurre l’elevatissimo divario import-export a favore della Cina, quest’ultima si è impegnata ad importare una maggiore e varia quantità di merci americane, specie alimentari e tecnologiche. Altri accordi hanno riguardato il mercato dei semiconduttori ed il controllo commerciale del “fentalyn”, oppioide di sintesi, prevalentemente prodotto in Cina.

L’incontro bilaterale tra Trump e Xi Jinping

 

Di fatto si tratta di una positiva tregua in una guerra commerciale di impatto globale, tanto da far schizzare in alto le Borse mondiali di oggi.

A latere del summit, venerdì sera, Enrique Peña Nieto, Presidente del Messico, con il suo omologo Usa, Trump ed il primo ministro canadese Justin Trudeau hanno perfezionato un nuovo accordo di libero scambio, in sostituzione del vecchio NAFTA .

Il Canada ha ottenuto un sistema di risoluzione delle controversie per le aziende che si sentono fiscalmente vessate. Riceverà, inoltre, esenzioni da eventuali futuri dazi americani su 2,6 milioni di autoveicoli importati negli USA.

In cambio, il Canada ha accettato, tra le altre cose, le richieste di Trump che intende aprire il suo mercato lattiero-caseario a lungo protetto.

La politica di bilanciamento rimane, tuttavia, ancora tesa per i dazi rimasti in vigore sui metalli.

L’attenzione di Trump si è concentrata anche sul commercio con la Germania mettendo la cancelliera tedesca, Angela Merkel, in una situazione difficile perché la Germania, in quanto membro dell’Unione europea, non può negoziare separatamente le questioni commerciali con gli Stati Uniti.

Angela Merkel al G20

Indipendentemente da ciò, The Donald ha insistito sui progressi in corso con la Germania e altri Paesi europei.

In questo incontro del G20, sfruttando il fattore casa, l’Argentina ha colto l’occasione di firmare alcuni accordi con la Cina che rappresenta il secondo partner commerciale dopo il Brasile. Il più importante come progetto di punta e come entità di investimenti è il “One or One Belt Road” (OBOR), un sorta di Via della Seta da e per il gigante cinese.

Seguono l’esportazione della carne per 400 milioni di dollari in espansione e, non ultimi, il commercio dei gamberi rossi di cui la Cina è grande consumatrice.

Nel documento finale non c’è alcun riferimento al “protezionismo”. Assente anche qualsiasi commento al Global compact sui migranti. Si nota solo un vago accenno sulla “preoccupazione suscitata dagli spostamenti in massa dei profughi”.

Sul clima i Paesi del G20 hanno confermato il sostegno all’accordo di Parigi del dicembre 2015, mentre gli Stati Uniti hanno ribadito il loro dissenso e ritiro da quest’ultimo

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