GIORDANIA, LA CALDERA DEL MEDIO ORIENTE

Di Andrea Gaspardo

Amman. Tutti coloro che, lasciando Amman, percorrono l’antica “Via Regia” (la principale via dei traffici commerciali del mondo antico) in direzione Sud, non possono fare a meno di imbattersi, a circa 140 chilometri di distanza dalla capitale giordana, nel possente castello che, all’epoca delle Crociate, era noto con il nome di “Crac des Moabites”.

Il re di Giordania, Abdullah II

Nonostante la fortezza abbia da tempo perso il suo ruolo di caposaldo militare per adottare quello, assai più rassicurante, di attrattiva turistica, i possenti bastioni, le torri ed i contrafforti trasmettono ancora un senso di potenza eguagliato solamente dalla vista mozzafiato sulle colline dell’area dell’Oltregiordano. Eppure la pace che traspare dalle rovine medievali potrebbe lasciare ben presto spazio a scenari assai più minacciosi, come del resto anticipato anche dal “Political Risk Analysis” (*), pubblicato a marzo di quest’anno dalla società di rating internazionale Fitch, che dovrebbe far riflettere tutti gli investitori, sia privati che istituzionali, che operano nell’area mediorientale.

Già da alcuni anni infatti, la Giordania cammina pericolosamente sull’orlo del baratro. Il debito pubblico al 90,6% del PIL e una disoccupazione all’11% (che però sale al 28% nelle classi più giovani della popolazione) sono solo alcuni dei sintomi di una transizione verso un’economia moderna e globalizzata che non é mai stata veramente intrapresa fino in fondo.

La permanenza sul territorio di circa 2 milioni di profughi palestinesi e di 1,4 milioni di profughi siriani (si stima che solo questi ultimi costino ai forzieri del Paese più di 2,5 miliardi di dollari l’anno, pari rispettivamente al 6% del PIL del Paese e al 25% delle spese del Governo) ha aggiunto un peso ulteriore alle casse del regno che ha potuto evitare di scivolare nel baratro dell’insolvenza solamente grazie ai 5 miliardi di dollari di assistenza allo sviluppo che i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (in particolare l’Arabia Saudita) hanno generosamente elargito a partire dal 2011.

Gli aiuti sauditi però non costituiscono un pranzo gratuito. Riyadh ha, infatti, accentuato la pressione diplomatica su Amman per spingere le autorità giordane ad unirsi al già citato Consiglio di Cooperazione del Golfo, mossa questa che minerebbe profondamente la libertà d’azione del regno hashemita e non contribuirebbe nemmeno a risolvere i delicati problemi di bilanciamento politico interni all’organizzazione stessa (ricordiamo le periodiche frizioni che oppongono Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti e che sono sfociate nella recentissima crisi diplomatica qatariota tuttora in corso, per tacere dei tentativi dell’Oman ibadita di svincolarsi dall’ingombrante abbraccio dei suoi vicini sunniti).

Se, fino ad ora, il monarca é riuscito ad evitare di partecipare al fatidico “ultimo tango a Riyadh”, egli non ha però potuto districarsi da un complicato coinvolgimento nella crisi del “Siraq” (Siria ed Iraq). La Guerra Civile Siriana, e la sua degenerazione successiva in Grande Guerra Medio orientale, ha infatti colpito la Giordania come un tornado.

Il piccolo regno hashemita è diventato allo stesso tempo: immenso campo profughi per un’umanità sconvolta dalla guerra, retrovia logistica utilizzata da una parte della galassia militante desiderosa di abbattere Assad, centro di comando per le operazioni saudite-turche-inglesi-americane nell’area (niente affatto coordinate e spesse volte in competizione tra loro), terreno di coltura e diffusione di un nuovo “genoma” dell’ISIS.

Per la verità, il fatto che la Giordania fosse un luogo ideale per la “nidificazione” del germe jihadista, non é affatto una novità e numerosi indici demografici e sociologici ci possono aiutare a far luce sul fenomeno. Terra di beduini per eccellenza, la Giordania replica a livello macro-sociale e politico-ideologico le tradizionali dinamiche famigliari che hanno caratterizzato la sua popolazione sin da tempi immemori.

L’organizzazione della società giordana é fondamentalmente patrilineare e patrilocale, infatti oltre il 33% delle donne sposate in età compresa tra i 15 ed i 49 anni hanno rapporti di parentela con il proprio sposo. Il matrimonio arabo “ideale” é quello tra cugini carnali; quando tale soluzione non è praticabile si opta per un altro parente di qualsiasi grado e, solo successivamente, si prendono in considerazione pretendenti “allogeni”. Le implicazioni sociali di tale scelta fanno sì che il legame tra i membri maschi di una stessa famiglia siano molto profondi, che il diritto alla successione sia fortemente sbilanciato a favore del “sesso forte”, che i legami di natura clanica e tribale siano preminenti a tutti i livelli della società e che tali caratteristiche contribuiscano a mantenere viva la cultura arcaica del popolo. A titolo esemplificativo é necessario analizzare i dati relativi ai cambiamenti che hanno caratterizzato la natalità nel corso dei decenni così come quelli relativi alla “transizione demografica”.

In base all’adagio che “lo sviluppo é il migliore strumento per il controllo delle nascite” e che “l’alfabetizzazione costituisce il primo ingrediente dello sviluppo”, é giusto ricordare che il tasso di alfabetizzazione in Giordania é tra i più alti tra i Paesi arabi e del mondo intero (nel 2015 era del 96,7% diviso tra 98,1% maschile e 95,2% femminile con uno scarto di poco meno del 3% tra i sessi).

La soglia di alfabetizzazione del 50% per gli uomini di età compresa tra i 20 ed i 24 anni venne raggiunta nel 1940 mentre quella femminile nel 1966. Il tasso di fertilità totale giordano cominciò a calare sensibilmente a partire dal 1985, quindi con 45 anni di ritardo rispetto al raggiungimento della soglia critica dell’alfabetizzazione maschile e con 19 anni di ritardo rispetto al raggiungimento di quella femminile.

Prima di allora, il tasso di fertilità totale delle donne giordane oscillava, a seconda dei lustri, tra i 7 e gli 8 figli per donna, un record a livello planetario. L’elevata natalità, unita al miglioramento delle condizioni di vita ha fatto sì che la popolazione del paese crescesse da 1,57 milioni di abitanti nel 1971 a circa 10 milioni attuali (senza contare la cospicua popolazione di profughi già menzionata).

Parallelamente, il tasso di fertilità totale é calato da 7,05 figli per donna del periodo 1980-1985 a 3,27 figli per donna del periodo 2005-2010 prima di vedere un rimbalzo. Dal 2007 ad oggi, il tasso di fertilità totale delle donne giordane si é stabilizzato attorno a 3,5 figli per donna e non accenna a diminuire.

Di più, la Giordania é uno dei soli quattro paesi arabi in cui la soglia dei 3 figli per donna non é stata sfondata al ribasso (gli altri tre sono lo Yemen con 4,4 figli per donna, l’Iraq con 4,2 figli per donna ed i Territori Palestinesi con 4,1 figli per donna). Escludendo problematiche relative ad analfabetismo e sottosviluppo (caso yemenita) e l’assenza di tensioni di natura comunitaria e/o confessionale per il dominio del territorio (casi iracheno e palestinese), l’anomalia giordana può essere spiegata in buona parte con il perdurare di una mentalità tradizionale e conservatrice a tutti i livelli della società, come dimostrato per altro dalla maggior parte dei censimenti, nei quali l’assoluta maggioranza della popolazione si dichiara “molto credente ed impegnata ad applicare pienamente i principi dell’Islam nella propria vita quotidiana”.

Le crude leggi della statistica dimostrano che, perché la fecondità scenda al di sotto dei 3 figli per donna, bisogna che un quarto delle coppie accetti il rischio di non avere una discendenza maschile, il che equivale ad una rinuncia al principio patrilineare di parte della società.

Tale rivoluzione é semplicemente impensabile in Giordania al giorno d’oggi, dato che lo stesso Abdullah II non costituisce un buon esempio “modernizzatore”. E’ indicativo il fatto che, dopo aver avuto un primo figlio maschio (e probabile successore al trono) nel 1994 e due figlie femmine, nate rispettivamente nel 1996 e nel 2000, il re e la regina Rania abbiano pensato bene di rendere sicura la linea dinastica mettendo al mondo un ulteriore figlio maschio nel 2005.

Dato il ruolo di “esempio” che i monarchi giordani rivestono per il popolo tutto, ogni commento é superfluo; non é possibile aprire alcun dibattito su un’ipotetica transizione famigliare di tipo europeo quando la famiglia regnate stessa adotta nei fatti un principio alternativo.

Allo stesso tempo bisogna dare atto che il matrimonio monogamico del re rappresenta un notevole progresso per un Paese nel quale, ancora nel 2002, si registrava una percentuale di donne sposate di età compresa tra i 15 ed i 49 anni che avevano almeno una “cosposa” (quindi vivevano in un matrimonio poligamico) pari al 6,8%.

Nei Paesi a maggioranza islamica, solamente Sudan, Mauritania e Yemen registravano a quel tempo (e probabilmente ancora oggi) tassi di poligamia più elevati. Il carattere profondamente conservatore della società giordana traspare anche dal fatto che l’assoluta maggioranza della popolazione giustifichi l’utilizzo della pena di morte contro omosessuali, apostati e donne adultere degradando invece l’omicidio a semplice “offesa in ambito privato”. Non bastano i vestiti firmati della regina per portare ad un avanzamento dello status delle donne giordane, così come non si può credere di cambiare la mentalità fondamentalmente tribale della società con un hashtag su Twitter.

Alla luce di tutto questo, non é difficile comprendere come i monarchi giordani siedano effettivamente sopra una santabarbara pronta ad esplodere in ogni momento e siano perciò costretti ai più virtuosi equilibrismi venendo a patti (sul lato interno) con i movimenti ed i partiti politici facenti parte della galassia dei Fratelli Musulmani ed appoggiandosi (sul lato esterno) ai tradizionali partner occidentali (Gran Bretagna, Stati Uniti, Israele) per non essere fagocitati dalle pretese dei sauditi, con i quali però non possono nemmeno permettersi di tagliare completamente i ponti.

Ecco, dunque, che, in barba ai più fondamentali principi prudenziali, Abdullah II ha coinvolto le forze armate del suo paese in una serie di avventure militari in teatri scarsamente connessi con gli immediati interessi nazionali giordani:

  • Operazione “Terra Bruciata” in Yemen, tra il 2009 ed il 2010;
  • Guerra Civile di Libia, nel 2011;
  • Operazioni coperte in Siria, dal 2011 ad oggi;
  • Operazioni della Coalizione Internazionale contro l’ISIS, nel 2015;
  • Operazioni militari in Yemen, dal 2015 ad oggi.

In quest’ultimo fronte sembra poi che la Giordania incrementerà il proprio impegno militare probabilmente schierando un contingente di terra che andrà a sostituire quelli del Qatar (ora ritirato a causa della crisi diplomatica) e degli Emirati Arabi Uniti (ora passato da una fase “combat” a una “advisor”) mentre reparti di Forze Speciali giordane sarebbero pronte ad intervenire massicciamente nei teatri di guerra somalo e libico a fianco delle forze inglesi per contrastare rispettivamente le operazioni del gruppo somalo al-Shabaab (affiliato alla rete di al-Qaeda) e quelle della branca libica dell’ISIS.

Inoltre, sul territorio giordano i servizi segreti e le unità speciali britanniche e giordane hanno collaborato, congiuntamente agli americani, anche alla creazione di un reparto meccanizzato integrato del cosiddetto “Esercito Libero Siriano” con lo scopo, ufficialmente, di combattere sia l’ISIS che Damasco. Un clamoroso dietrofront visto che, non più tardi di un anno e mezzo fa, la Giordania aveva annunciato che avrebbe cessato qualsiasi operazione di sostegno ai ribelli siriani sul suo territorio.

In ogni caso, l’iniziativa congiunta giordano-britannico-americana non ha portato a risultati tangibili perché le forze dell’Esercito Libero Siriano addestrate all’uopo per le operazioni nel deserto siriano si non dimostrate troppo deboli per affrontare l’ISIS e si sono letteralmente squagliate al primo contatto con le forze corazzate e meccanizzate siriane tanto da venire salvate solamente dall’intervento delle Forze aeree americane che in ben due occasioni ravvicinate hanno bombardato le colonne di carri armati di Assad impedendogli così di raggiungere il valico di al-Tanf e chiudere così il confine siro-giordano.

Ciò però non ha scosso la collaborazione tra il regno hashemita e la grande democrazia nord atlantica, tanto che é stato proprio in occasione della visita di re Abdullah II negli Stati Uniti che il presidente Donald Trump ha annunciato l’intenzione di intervenire militarmente in Siria con il bombardamento della base di Sayqal, così come, da analisi tecniche, é altamente probabile che i missili cruise americani che hanno colpito l’aeroporto, siano penetrati in Siria a partire dallo spazio aereo giordano (dopo aver attraversato quello israeliano), con una mossa che ha tutta l’aria di una premeditazione.

L’impressione che si é tentati di trarre da questo forsennato attivismo é che Abdullah II cerchi in tutti i modi di “rendersi indispensabile” facendosi coinvolgere in tutti i teatri di crisi al fine di trarne quanti più appoggi e dividendi politici possibile e la benevolenza dei propri sponsor internazionali. E di benevolenza egli ne ha estremo bisogno.

Come già affermato in precedenza, al di là dei suoi monarchi “filo-occidentali”, delle rovine archeologiche di Petra e delle Spa sul Mar Morto, la Giordania possiede un’anima conservatrice ed integralista. Lo dimostra il fatto che, parallelamente ai suoi interventi militari in appoggio all’Occidente, la Giordania sia stata una delle più importanti “nutrici” di fondamentalisti islamici e terroristi di professione. Il sanguinario Ahmad Fadeel al-Nazal al-Khalayleh, diventato internazionalmente noto con il nome di battaglia di “Abu Musab al-Zarqawi”, primo emiro di Al-Qaeda in Iraq e “seminatore” del germe che sarebbe poi mutato in “ISIS”, era nativo della città di Zarqa, centro industriale e proletario, bastione del sunnismo e del salafismo militante. Migliaia di giordani di tutte le età, classi sociali ed origini (sia beduine che palestinesi) hanno lasciato il paese negli ultimi tredici anni per rimpolpare le file dei vari movimenti jihadisti in tutti i teatri della guerra globale al terrorismo (in alcuni casi colpendo poi il loro stesso paese con una discreta serie di attentati mortali). A titolo esemplificativo si può ricordare che non meno di 2.000 cittadini giordani si siano uniti all’ISIS come “combattenti stranieri” (solo Tunisia, Arabia Saudita e Turchia ne hanno forniti di più). Si stima che, attualmente, l’ISIS conti almeno 5.000 operativi in Giordania che avrebbero nella già citata Zarqa ed in Ma’an le loro principali basi operative. Già nel giugno del 2015 l’Economist scriveva come interi quartieri di città e distretti del paese siano in realtà fuori controllo e che l’unica ragione per cui non vi sia ancora stata una rivoluzione di stampo islamista é perché, difendendo energicamente le frontiere del paese (anche mediante il sostegno dell’intelligence israeliana), le forze armate giordane siano riuscite ad impedire la saldatura tra le forze militari dell’ISIS e quelle delle cellule islamiste interne in un unico fronte. Tuttavia, tale precario equilibrio potrebbe presto precipitare.

Lo strumentale sabotaggio dei colloqui di pace di Ginevra da parte dei gruppi di ribelli siriani etero-diretti da Arabia Saudita e Turchia, ha dato il pretesto alla Russia per incrementere il suo appoggio in forze su tutto il territorio siriano a sostegno del governo di Assad ed, in misura minore, dei curdi. Come gli osservatori più pragmatici avranno già avuto modo di realizzare da tempo, la Grande Guerra medio orientale é già stata vinta da Putin e le uniche incognite riguardano come ed in quanto tempo i suoi “protetti” sul terreno riusciranno a tradurre a livello tattico i chiari vantaggi strategici ottenuti.

Proprio ora, i ribelli baathisti iracheni, l’ISIS, Jabhat al-Nusra e i vari ribelli siriani stanno tutti venendo progressivamente travolti e messi in rotta in Libano, in Iraq ed anche in Siria, ma prima che il crollo finale abbia luogo, é certo che una buona parte dei capi e dei militanti delle forze sopra menzionate cercherà di fuggire, mescolandosi alla prevedibile prossima ondata di profughi, là dove né Putin né Assad possono andare a prenderli: in Turchia ed in Giordania.

Una volta che il ripiegamento delle forze jihadiste in Giordania sarà completato, la situazione nel regno potrebbe facilmente degenerare in uno scontro su larga scala molto simile al famigerato “Settembre Nero” del 1970, solo che questa volta non saremmo più in presenza di una sedizione palestinese per prendere il controllo di uno stato sovrano, ma di una rivoluzione islamista mirante a rovesciare la monarchia hashemita. Abdallah II ha mangiato la foglia ed ha iniziato a prendere le proprie precauzioni.

Prima di tutto attraverso una radicale riforma dell’organizzazione delle proprie forze armate (che dopo l’inizio dei raid aerei giordani contro l’ISIS, mediante una riforma costituzionale, non rispondono più al governo ma al sovrano stesso); la tradizionale ripartizione delle tre “armi” classiche di Esercito, Marina ed Aeronautica ha lasciato spazio ad un sistema integrato articolato su 8 branche assai più snello ed utile a reprimere eventuali sommovimenti interni.

Da notare in particolare: la militarizzazione dei Servizi segreti, il potenziamento delle Forze speciali ed il previsto rafforzamento delle dotazioni dell’Aeronautica che sta acquisendo nuovi elicotteri (alcuni forniti da Israele) e aerei leggeri adatti alle operazioni antiguerriglia prolungate come i Pilatus PC-21 e gli Air Tractor AT-802U (questi ultimi già proficuamente utilizzati dalle forze aeree degli Emirati Arabi Uniti nel territorio yemenita e forniti all’Aeronautica del regno giordano in non meno di una decina di esemplari) oltre al rafforzamento dello schieramento degli F-16, che oggi allinea una sessantina di macchine.

Insomma, da qualsiasi parte la si voglia vedere, la Giordania appare superficialmente come un’oasi felice grazie alla brutale efficacia con cui le forze armate, le Forze di polizia, le Forze di sicurezza e i servizi segreti riescono a presidiare il territorio e a impedire una più efficace organizzazione degli elementi più intransigenti della società, ma l’effetto combinato delle forze centrifughe interne e delle pressioni interne (in particolare lo scontro regionale tra sunniti e sciiti e gli echi sempre presenti del conflitto israelo-palestinese) faranno, prima o poi, saltare tutti gli equilibri. E le possenti mura del “Crac des Moabites” attendono, come immobili e maestosi testimoni, che si consumi una nuova conflagrazione in questa tormentata parte del mondo.

(*)-http://www.middle-east-monitor.com/political-risk-analysis-stability-persists-social-challenges-terrorism-risks-ahead-mar-2017

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