Giustizia fuori controllo: dalla divisione dei poteri all’insostenibile pesantezza dell’arroganza

Di Alexandre Berthier

Roma. “A fare a gara a fare i puri, troverai uno più puro che ti epura” (1).

Non c’è che dire, Massimo Giletti ha magistralmente creato una tempesta perfetta . . . in un bicchiere d’acqua.

Si, diciamolo, agli italiani, della baruffa tra il magistrato Nino Di Matteo e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, non gliene può importare di meno.

Il magistrato Nino Di Matteo

Le persone serie di queste carnevalate non vogliono più sentir parlare. Più o meno tutti avranno forse sentito parlare di Bonafede, ma il 90% degli italiani non sa chi è il Dott. Nino Di Matteo e certamente non ha nessun motivo di rammaricarsi se costui ha perso la corsa per il posto di capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) che si è liberato sabato scorso ed è stato prontamente ricoperto dal Procuratore Generale di Reggio Calabria, Dino Petralia.

Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede

Posto che nessuno in quest’ultimo fine settimana aveva offerto a Di Matteo, che però pare abbia ritenuto che gli spettasse, perché gli sarebbe stato già offerto due anni fa.

Beh, è un posto che vale circa 26 mila euro lorde al mese (2) perché aggiunge allo stipendio, spettante al magistrato/funzionario che lo ricopre, la speciale indennità pensionistica (SIP), oggi attestata su circa 320 mila euro lordi, ma che sino a quando non è intervenuto il cd “tetto” alla retribuzione dei dirigenti pubblici arrivava sino ai 500 mila euro (3).

Ma, oltre queste considerazioni, resta il fatto che in ambito Ministero della Giustizia è un incarico di grande prestigio e di grande responsabilità; però, secondo chi scrive, e non solamente, non dovrebbe né interessare né appassionare i magistrati, selezionati e formati per fare il giudice, attività lontanissima da quella amministrativa, organizzativa e manageriale, propria del capo del DAP (4).

Ma torniamo a Massimo Giletti; qualche colpa di quanto sta avvenendo forse ce la ha e mi chiederei pure a che gioco stia giocando, sempre che sia lui a tesserne le fila.

Il conduttore televisivo Massimo Giletti

Perché già nella precedente puntata di “Non è l’Arena”, due domeniche fa, aveva creato le premesse per far perdere il posto a tal Franco Basentini – già pericolante per le recenti e incredibili rivolte nelle carceri e la polemica sulle scarcerazione di mafiosi – che invece nel giugno del 2018 il posto lo avrebbe soffiato al citato Nino De Matteo.

Ma in tutto questo un attore di primissimo piano è il nostro Guardasigilli, il grillino deputato Alfonso Bonafede, che ha scoperto ed elevato a Presidente del Consiglio il professor avvocato Giuseppe Conte, non senza aver prima, con Grillo, Casaleggio e Di Maio, pensato di proporre lo stesso Nino Di Matteo addirittura come candidato al Ministero della Giustizia.

Ma poi, di giravolta in giravolta, in Via Arenula è andato l’avvocato siciliano, residente a Firenze, Alfonso Bonafede e il nostro super magistrato antimafia, magistrato più scortato d’Italia (5) è rimasto col cerino in mano e, evidentemente, con tanto amaro in bocca, da ritenere di poter irrompere in un’ importante trasmissione televisiva e attaccare – lui magistrato in servizio, consigliere del CSM, dunque un delicato incarico istituzionale – niente di meno che il ministro della Giustizia, costringendo quest’ultimo a intervenire anche lui, con somma felicità di Giletti che pare abbia guadagnato domenica sera un picco di share del 14%, di più del solito.

Ma in tutto questo va considerato che con 30 mila morti di virus, 3 milioni di nuovi disoccupati e libertà sospese, ancora una volta il destino di questo paese ruota attorno alla mafia e agli intrighi degli antimafia.

Osserva argutamente Alessandro Sallusti che si ha l’impressione si tratti di una resa di conti, di potere, sfuggita di mano all’interno del “mondo giustizialista” tanto caro ai “grillini” (6).

Meglio ancora, commenta Piero Sansonetti su “Il Riformista”, “è finita con un duello rusticano la battaglia del DAP. Si sono sfidati al ferro corto i due campioni del giustizialismo. Alfonso Bonafede, Ministro della Giustizia, campione di gaffe e fiero della qualifica di ministro più forcaiolo della storia della Repubblica e Nino Di Matteo, pm molto politicizzato, con una storia di intuizioni giudiziarie assai poco felici e una storia di ‘dichiaratore’ e personaggio mediatico assai più brillante. Di Matteo (che prima o poi, ne sono sicuro, finirà per dare del mafioso a sé stesso) l’altra sera ha preso di petto il suo ministro e ha accusato anche lui di essere agli ordini dei boss, o almeno di averne subito il ricatto, come aveva fatto giorni fa col tribunale di sorveglianza di Milano. L’imputazione esatta, credo sia, come al solito, concorso esterno in associazione mafiosa. Di Matteo lo ha fatto dalla televisione di Giletti, che sul piano della politica istituzionale della giustizia oggi è la sede più accreditata. Bonafede ha provato a reagire, telefonando disperato e giurando sul suo manettismo, ma non è stato creduto. Ora c’è il fronte ‘giusti-giusti-giustizialista’ che chiede le sue dimissioni. Forse Travaglio lo difenderà. Speriamo”.

E, continua Sansonetti, “Cos’è la battaglia del DAP? Il DAP è il dipartimento che si occupa di governare il sistema delle carceri. Recentemente è stato messo sotto accusa perché ritenuto responsabile di avere liberato un paio di persone molto anziane, molto malate e che avevano quasi del tutto scontato la loro pena. Scarcerati sulla base di un articolo del codice penale scritto da Alfredo Rocco, giurista molto amato da Mussolini, nel 1930. Il DAP non è in realtà per niente responsabile delle scarcerazioni, ma il ‘fronte del buttate la chiave’ (che ormai forse sta sfuggendo di mano anche al partito dei pm) non ammette repliche: fuori, fuori, fuori. La cosa che più preoccupa forse è proprio questa. Il partito dei pm sta sfuggendo di mano anche al partito dei pm. Le sue frange reazionarie più estremiste stanno stravincendo. Forse persino Travaglio ora ha paura…” (7).

E se evochiamo Marco Travaglio, dobbiamo andare a vedere come costui stia elaborando il lutto. Non me ne voglia il lettore se trascrivo “pari pari” le cose che hanno scritto Sansonetti e Travaglio, perché io – vivendo in Italia e conoscendo il mondo – non mi sentirei tranquillo a dire certe cose sul conto dei nostri, a dirla col Manzoni, Innominato, don Rodrigo e i loro Bravi.

Dunque, ci racconta Travaglio oggi col suo articolo di fondo, titolato “Buona Fede” che “Tutto potevamo immaginare, nella vita, fuorché vedere il centro destra (e dunque anche l’innominabile e la sua Italia morta) schierato come falange macedone in difesa di Nino Di Matteo, il magistrato più vilipeso e osteggiato (soprattutto dal centro destra, ma non solo) degli ultimi 20 anni. Del resto, questa vicenda che lo contrappone al ministro Alfonso Bonafede è tutta un paradosso. Il Guardasigilli viene accusato di cedimenti alla mafia e alle scarcerazioni dagli stessi che gli davano del ‘giustizialista’, ‘manettaro’ e per giunta colluso col ‘grillino’ Di Matteo.

Tant’è che l’altra sera, a ‘Non è l’Arena: è Salvini’, s’inchinavano deferenti a Di Matteo il Capitano Ultimo” (che Di Matteo fece a pezzi in varie requisitorie per la mancata perquisizione al covo di Riina) e l’ex ministro Claudio Martelli, che lo definì ‘uno stupido, forse anche in mala fede’ che ‘naviga nel caos’ e ‘non escludo che si inventi delle balorde’ nel processo trattativa che ‘finirà in un nonnulla’ (infatti, tutti condannati). . . Gli imputati erano ovviamente assenti, erano due pericolosi incensurati: Bonafede e il suo capo uscente del DAP Basentini , che la vulgata salviniana e dunque gilettiana vuole colpevoli delle decine di scarcerazioni di detenuti (opera di altrettanti giudici di sorveglianza ‘ipergarantisti’), quando tutti sanno che il DAP è corresponsabile solo in quella del fratello del boss Zagaria, scarcerato da un giudice di Sassari con la scusa del Covid e spedito a casa sua a Brescia (epicentro del Covid). Nel bel mezzo di quel fritto misto di urla belluine, misto a notizie vere, verosimili e farlocche, fatto apposta per non far capire nulla, ha chiamato Di Matteo per raccontare la sua versione della sua mancata nomina al DAP a metà di giugno 2018 (svanito ormai il sogno di essere chiamato a fare il Ministro della Giustizia, nda). . . . “ (8).

Conclude Travaglio, in gran travaglio, vedendo irrimediabilmente compromesso il feeling, profondo e consolidato, tra Di Matteo – Bonafede & C. che, però, già due anni fa, tra Bonafede e Di Matteo c’era stato solo un colossale equivoco in buona fede! (9) (10).

In tutto questo, a partire dalle rivolte nelle carceri e la maxi evasione di Foggia, la querelle sulle scarcerazioni osteggiate dal centro destra, le macchinazioni di Giletti, le posizioni scomposte delle parti avverse, il magistrato-simbolo che imbarazza fortemente i 5stelle, la minaccia di sfiducia fatta balenare da Renzi, la sicura conseguenza che se cade Bonafede cade tutto il Governo, il cui Presidente è intervenuto in difesa del suo ministro al solito a notte fonda e con scarsa convinzione, e solo dopo l’ex ministro Orlando del PD, crea non pochi problemi ad un Paese stremato, che vorrebbe vedere invece il Governo impegnato a risolvere i veri e vitali problemi degli italiani e dell’Italia, ma è evidente che non vuole e, soprattutto, non ne è capace (11).

Da registrare, tra tutte queste voci fuori dal coro, la dura critica al comportamento del Dott. Di Matteo di un alto magistrato che a suo tempo non ha mancato di dar filo da torcere alla politica ed anche a bravi servitori dello Stato: Armando Spataro, che molti ricorderanno per la “extraordinary rendition” di Abu Omar.

Il Dott. Spataro, quasi incredibilmente, dovendo scegliere tra il collega e il ministro, si schiera con Bonafede!

Ritiene che mai un magistrato, a maggior ragione se membro del CSM, possa avere un comportamento caratterizzato da una tanta mancanza di rispetto istituzionale, né ritiene che le cose, circa quanto lamentato da Di Matteo per la mancata destinazione al DAP nel 2018 , siano andate proprio come è stato rappresentato nel corso della trasmissione di domenica sera.

Infine, venendo al ministro, Spataro ha soggiunto che “il ministro in tv ha risposto con toni pacati per la ragione che doveva dire cose più articolate di una semplice frase ad effetto. Trovo encomiabile che non abbia risposto con gli stessi toni” (12).

Orbene, tutte queste vicende portano ad amare se non inquietanti considerazioni. Che Stato è mai quello in cui una oscura e modesta Procura ritiene di poter indagare per sequestro di persona un ministro dell’Interno, che nell’esercizio delle sue funzioni ed in applicazione di leggi nazionali e comunitarie tenta di impedire lo sbarco di clandestini, provocandone poi il rinvio a giudizio davanti ad un Tribunale dei Ministri di discutibile composizione (13)?

Oppure lo Stato dove un GIP non convalida l’arresto di una cittadina tedesca, al comando di nave battente bandiera straniera, che viola il divieto di ingresso nelle acque territoriali e che entra in porto con la violenza, e per la quale una sentenza della Cassazione ne dichiara legittimo il comportamento?

O lo Stato nel quale una Procura interviene su un fatto interessante la sicurezza nazionale, avvia un procedimento temerario contro i vertici dei Servizi di informazione e sicurezza nazionali e agenti di potenze straniere alleate e rimette in libertà un pericoloso terrorista straniero (14)?

O uno Stato che permette ad un’importante Procura di mettere in atto una vera e propria temeraria aggressione a servitori dello Stato che hanno trascorso una vita a combattere in prima linea la Mafia, con l’accusa di avere favorito trattative tra Stato e Mafia?

Un’immagine del Capitano Ultimo

In questa attività si sono distinti in particolare modo due magistrati, che si sono avvalsi per tantissimi anni e senza ritegno dell’odiosa collaborazione dei cosiddetti “pentiti”, tesa essenzialmente ad aggredire chi li aveva portati in carcere: Antonio Ingroia e Nino Di Matteo!

Oppure, lo Stato che consente ad un consigliere del CSM di aggredire, intervenendo in un dibattito televisivo cui hanno assistito milioni di cittadini, il ministro della Giustizia, con recriminazioni, inopportuni commenti e gravi accuse, senza che si siano adottati immediati provvedimenti di sospensione cautelare dalle funzioni e senza che, a distanza di oltre 48 ore, non siano state prese posizioni ufficiali nei confronti di tale soggetto?

Personaggio cui si riconosce evidentemente il diritto di agire in modo gravemente censurabile e impunemente.

Perché, sia chiaro, il Dott. Nino Di Matteo, a nessun titolo, poteva fare ciò che ha fatto, collocandosi al di sopra di tutto e di tutti, dimenticando che l’Ordine giudiziario nel nostro ordinamento, con buona pace di Montesquieu, non è un potere dello Stato, che comunque lui non rappresenta e men che meno personifica.

E’ inquietante sapere che nell’organo di autogoverno della magistratura vi siano simili soggetti. I padri costituenti, infatti, previdentemente, lo classificarono come funzione giurisdizionale, ovvero un pubblico servizio.

Ma questa loro prudenza si è rivelata assolutamente inutile. Nel concludere, non si può non evidenziare che se questo Paese deve dare una priorità alle proprie emergenze, da affrontare subito e non più rinviabili, farà bene ad iniziare dalla radicale riforma del sistema giustizia, che deve vedere i magistrati solo in sede giudicante, restituendo la direzione e la competenza delle indagini all’esclusiva competenza delle polizie, come è nell’ordine naturale delle cose, e devolvendo la funzione istruttoria a pubblici ministeri eletti tra gli appartenenti degli ordini forensi ed esemplificando in modo esasperato processi civili e penali.

In parallelo, sarà fondamentale escludere i magistrati da tutti gli incarichi di natura amministrativa e manageriale, per i quali non sono ovviamente né portati né preparati, ad iniziare dall’amministrazione penitenziaria e dalla vigilanza nell’esecuzione delle pene, da trasferire tassativamente nella competenza del Ministero dell’Interno.

NOTE

  1. Frase attribuita a Pietro Nenni, riportata in “Il caso Di Matteo – Bonafede e la lezione di Nenni” di Massimo Adinolfi su Il Mattino del 5 maggio 2020, pag.1
  2. Lo stipendio di un anno di un agente di polizia penitenziaria (cosi G.B. De Blasis in “Il male del Dap è che la poltrona di capo vale trecentoventimila euro”, su “Polizia Penitenziaria” del 5 aprile 2019)
  3. Ciò per effetto del fatto che tale Capo dipartimento assolve anche le funzioni di Capo della Polizia Penitenziaria, venendo così equiparato, nel trattamento economico accessorio, al Capo della Polizia, ai Comandanti Generali di Carabinieri e Guardia di Finanza, ai vertici delle Forze armate, e non solo. Trattamento che verrà corrisposto nell’intera misura anche allorquando il magistrato/funzionario andrà in pensione (G. B. De Blasis, articolo cit.)
  4. La disorganizzazione delle strutture e degli uffici giudiziari è tristemente nota, lamentata costantemente e ovunque in tutte le cerimonie di inaugurazione degli anni giudiziari da tutti i responsabili dei Distretti giudiziari delle Corti d’Appello
  5. Ma non in Gran Bretagna, nel maggio del 2017, dove aveva accettato di parlare al College London Italian Society. Il governo di Sua Maestà fece sapere all’interessato, che dovette rinunciare, che nel Regno Unito non offrono scorte se non a Capi di Stato e di Governo. Ma poi, se uno corre così tanti pericoli, perché non se ne sta in un bunker, anziché andarsene in giro per il mondo a spese di ignari contribuenti. Per la verità, anche Falcone e Borsellino amavano molto proporsi in giro per il mondo. Mi sono chiesto spesso perché…
  6. Così Alessandro Sallusti, in “Dal Covid alla giustizia – Infettato il Governo …”, su Il Giornale del 5 maggio 2020, pagg. 1 e 2
  7. Così Piero Sansonetti, in “La gara delle manette: Di Matteo surclassa Bonafede!”, su Il Riformista, del 5 maggio 2020, pagg. 1, 4 e 5
  8. Così Marco Travaglio, in “Buona Fede”, su IL Fatto Quotidiano” del 5 maggio 2020, pagg. 1 e 24
  9. Sempre Marco Travaglio, articolo cit., pag. 24
  10. Per chi non fosse informato, Di Matteo, nel giugno 2018 era in servizio presso la Procura Nazionale Antimafia a Roma, dove operava malvolentieri in un incarico, da lui ritenuto di secondo piano, alle dipendenze di Federico Cafiero de Raho. Ora, il magistrato, eletto consigliere nell’organo di autogoverno della magistratura, il CSM, sostiene che Bonafede nel 2018 lo chiamò al telefono per proporgli la guida del DAP o, in alternativa, la direzione dell’Ufficio Affari Penali (posto occupato da Giovanni Falcone nel 1991-92, ufficio oggi molto ridimensionato per competenze e gerarchie). In un incontro avvenuto nel giro di 24 ore riferì al ministro il suo gradimento per l’incarico al DAP, apprendendo però che nel frattempo era stato designato il collega Franco Basentini, dimessosi sabato scorso per la scarcerazione del boss di camorra Pasquale Zagaria. Restava disponibile l’altro incarico che però Di Matteo rifiutò
  11. Ampl. vds. Annalisa Cuzzocrea, in “Il magistrato-simbolo imbarazza i 5 stelle. E la sfiducia tenta Renzi – Solo in serata Di Maio e Crimi difendono il ministro, dopo il PD. Se la Lega presenta una mozione al Senato il Governo rischia” ”, su La Repubblica del 5 maggio 2020, pag. 21
  12. Così Paolo Colonnello, in “ L’ex procuratore di Torino. Il collega ha sbagliato, non è la prima volta. Frasi inaccettabili per una toga. Così disonora le Istituzioni”, su La Stampa del 5 maggio 2020, pag. 17
  13. Incredibilmente composto da tre giudici, che sarebbero stati estratti a sorte, come previsto, ma risulterebbero tutti e tre notoriamente a favore dell’accoglienza incontrollata di migranti economici
  14. Abu Omar, cittadino egiziano, residente a Milano, imam della comunità islamica, fu rapito il 17 febbraio 2003 da agenti della CIA. Tale azione interrompeva però parallele indagini della Procura di Milano per sospetta partecipazione ad organizzazione fondamentalista. Nonostante il Governo italiano avesse negato un suo ruolo nell’azione degli americani, la Procura perseguì ben 26 agenti della CIA, oltre nostro direttore del Sismi ed altri alti funzionari dello stesso Servizio. Solo nel 2014 la Cassazione prende atto che l’azione penale non avrebbe dovuto essere proseguita per l’esistenza del segreto di stato opposto da ben tre Presidenti del Consiglio. I Presidenti della Repubblica Napolitano e Mattarella intervennero poi con provvedimenti di grazia nei confronti degli agenti americani. In definitiva questo processo fu un autentico esempio di lite temeraria che una procura ritenne di poter condurre impunemente contro lo Stato, uno Stato stolto evidentemente. 

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