Gli occhi dell’intelligence italiana sulle migrazioni

Roma. Gli occhi del sistema di intelligence italiano sulla questione immigrazione come prevenzione dalle infiltrazioni jihadiste.

Per il direttore generale del DIS (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), prefetto Alessandro Pansa la migrazioni è “sempre più vissuta ed interpretata come una preoccupazione securitaria”. Visto che vi è, certamente, “un particolare prisma attraverso il quale si tende a leggerla, che la pone al centro del panorama della minaccia, addirittura come snodo di un ampio reticolo di paure, di disagi, di credenze più o meno fondate, che ci inducono a percepire il mondo in cui viviamo come uno sconfinato universo del rischio e del pericolo”.

Secondo Pansa “non siamo assolutamente condannati ad una qualche alternativa obbligata ad etichettare le grandi migrazioni di massa, nel momento in cui bussano alle nostre porte, o come vettori di terrorismo, criminalità, disoccupazione, estremismi vari, oppure come semplici opportunità utilitaristiche per le nostre economie”. In ambo i casi, secondo il responsabile dell’intelligence italiana commetteremmo “l’errore di dimenticarci degli autentici pilastri della società aperta, che, è un valore da difendere: si alimenta, non di spaventi e di ansie, ma, piuttosto, della libertà di movimento opportunamente regolamentata, della convivenza tra diverse fedi ed etnie nel rispetto di regole condivise, del cosmopolitismo, dell’universalità dei diritti e dei doveri di cittadinanza”.

Dal punto di vista geopolitico secondo il DIS si osserva oggi, da una parte, che la tecnologia connette gli individui e ne potenzia le capacità nella sfera digitale, e, dall’altra, la rinnovata effervescenza di nazionalismi ed estremismi di vario segno che paiono imporsi, invece, come fattori di divisione e di conflitto.

I trend demografici ci indicano che l’Africa sub-sahariana è, in questa fase storica, la parte del mondo con il tasso di crescita maggiore. Nello stesso continente sta aumentando la popolazione in età lavorativa. Mentre l’età media tende verso i 50 anni nelle economie mature,in Africa si colloca sotto i 30 o sotto i 25 anni.

“In teoria – ragiona Pansa – l’Africa dovrebbe beneficiare di questo dividendo demografico, che potrebbe moltiplicare il suo potenziale di crescita economica. Ma, di fatto, la struttura dell’economia globale privilegia i lavoratori altamente qualificati a discapito di quelli a ridotto livello di educazione, che soltanto nel medio-lungo periodo potranno tornare ad inserirsi nelle innovazioni di processo indotte dall’automazione e dall’intelligenza artificiale”.

Per valorizzare il capitale umano dell’Africa per impiegarlo nelle produzioni occorre, dunque, promuovere politiche economiche e sociali capaci di sostenere la crescita e l’occupazione, di sconfiggere, al contempo, piaghe antiche come le carestie, le malattie endemiche e la mortalità infantile, e, parimenti, di spegnere i focolai di tensione politica e lottare contro ogni tipo di terrorismo.

Il destino del Mediterraneo non è quello di essere una faglia che divide le due sponde è, per il direttore generale del DIS, un universo comune dove, accanto alle minacce, troviamo “cointeressenze, crocevia culturali, incontri di civiltà, patrie comuni di esperienze, elaborazioni filosofiche, scoperte scientifiche, commerci”.

In un pianeta dove si contano 244 milioni di migranti, i primi cinque Paesi di provenienza sono l’India, il Messico, la Russia, la Cina e il Bangladesh. Inoltre, se guardiamo alla minaccia terroristica, vediamo come nessuno dei quattro Paesi che hanno versato il più alto tributo di sangue – Iraq, Afghanistan, Nigeria e Pakistan – si affacci sul Mediterraneo. “Ciò significa – sostiene Pansa – che non ci è affatto toccato in sorte di trovarci nel buco nero dell’instabilità planetaria”.

Nella classifica dei morti per terrorismo, subito dopo il Pakistan si colloca la Siria. La metà dei foreign fighters attivi nel conflitto siro-iracheno sono provenuti dalla regione del Mediterraneo allargato. Certamente, ragiona Pansa, “l’instabilità regionale ha contribuito in maniera decisiva alla quintuplicazione degli arrivi via mare in Europa, che, per quel che attiene specificamente alle nostre coste, vede la Libia come principale Paese di transito e l’Africa occidentale come area di provenienza di oltre la metà degli sbarcati”.

“Non vi è dubbio, di conseguenza – conclude il responsabile dell’intelligence italiana – che le dinamiche africane e mediorientali sono paradigmatiche di nuovi scenari internazionali e nuovi assetti geopolitici globali, che vanno disegnandosi anche a prezzo di conflitti dolorosi e di perduranti fratture generate, fra l’altro, da ambizioni nazionali, contrasti interetnici, pulsioni identitarie ed estremismi di varia matrice”.

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