Guardia di Finanza: Operazione “Waterfront”, a Reggio Calabria scoperto un cartello di imprese appaltatrici colluse con la ‘ndrangheta. Eseguite 63 misure cautelari e sequestrati beni per 103 milioni di euro

Di Michele Toschi

Reggio Calabria. Sono stati oltre 500 i Finanzieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria i quali, unitamente al personale del Servizio Centrale Criminalità Organizzata (SCICO) nonché degli altri Comandi Provinciali del Corpo competenti per territorio, hanno eseguito stamani 63 misure cautelari e sequestri di beni per 103 milioni di euro.

In campo anche i Finanzieri dello SCICO

L’attività della GdF è avvenuta a conclusione dell’Operazione “Waterfront” che ha permesso di svelare un autentico sistema di appalti pubblici “pilotati”, al fine di agevolare gli interessi della ‘ndrangheta.

L’importantissima operazione, che le Fiamme Gialle reggine hanno condotto sotto il coordinamento della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, ha interessato 17 province comprese tra la Sicilia ed il Friuli Venezia Giulia coinvolgendo ben 63 indagati – tra imprenditori e pubblici ufficiali – nei cui confronti è stata formulata l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d’asta, frode in pubbliche forniture, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (tutto aggravato dall’agevolazione mafiosa) nonché abuso d’ufficio e corruzione.

Le misure cautelari oggi eseguite dai Finanzieri, in particolare, sono distinte in 14 arresti domiciliari, 20 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria e 29 divieti temporanei ad esercitare l’attività imprenditoriale, ai quali si unisce l’ingente sequestro patrimoniale di cui sopra che ha riguardato l’intero patrimonio aziendale di 36 tra imprese e società, nonché disponibilità finanziarie (come rapporti bancari, finanziari, assicurativi e partecipazioni societarie) di 45 indagati; provvedimenti a cui si aggiunge un pesante sequestro preventivo – finalizzato alla successiva confisca “per equivalente” – di circa 9,5 milioni di euro rappresentati da beni mobili, immobili e disponibilità finanziarie varie, il tutto nelle disponibilità di altri 7 indagati.

L’Operazione “Waterfront” costituisce l’esito di complesse attività d’indagine che la Guardia di Finanza aveva avviato nei confronti di 57 imprenditori facenti parte, a vario titolo, di un “cartello” d’imprese capace di aggiudicarsi, attraverso turbative d’asta aggravate dall’agevolazione mafiosa, almeno 22 gare di rilevante importanza pubblica ai danni della Regione Calabria e dell’Unione europea, ed i cui importi hanno un valore complessivo superiore ai 100 milioni di euro.

Le opere pubbliche oggetto di turbative sono state messe in atto per favorire gli interessi della potente cosca Piromalli, storicamente egemone sulla zona di Gioia Tauro (Reggio Calabria), che si era così assicurata una rilevante “tangente ambientale” garantendo la realizzazione dei lavori.

Importante operazione contro la ‘ndrangheta da parte della GdF reggina

Si trattava chiaramente di un vero e proprio “sistema” in cui l’influenza ‘ndranghetista mirava all’intero controllo delle gare pubbliche indette dalle stazioni appaltanti calabre, ciò grazie alla presentazione di offerte concordate sottobanco che poi determinavano una conseguente aggiudicazione dei lavori in favore di una delle imprese del “cartello”.

Ai vertici del sodalizio scoperto dai militari della Guardia di Finanza risultano, infatti, due soggetti (ambedue arrestati) che avevano già perpetrato una lunga serie di reati contro la Pubblica Amministrazione, nonché contro l’industria e il commercio, commessi nel tempo per accaparrarsi ingenti risorse pubbliche derivanti da fondi comunitari.

Come accertato dagli investigatori delle Fiamme Gialle, in tale contesto delittuoso non è purtroppo mancato il coinvolgimento di 11 funzionari pubblici infedeli individuati tra dirigenti, direttori di lavori, progettisti, collaudatori ecc., i quali avrebbero dovuto vigilare sulla regolarità dei lavori ma che, contrariamente ai loro doveri d’ufficio, hanno invece permesso sistematiche frodi nelle forniture pubbliche, nonché altre gravi irregolarità, in cambio di sostanziose “utilità”.

Significativo, in questa stessa vicenda, è stato il caso di un dirigente tecnico del Comune di Gioia Tauro e di un architetto, ambedue responsabili d’un importante progetto di ristrutturazione da eseguire nel porto della città calabrese, i quali hanno consentito ai legali rappresentanti delle ditte aggiudicatarie dei lavori d’intascare ingenti quanto indebiti profitti ai danni della Regione Calabria, nonché dell’Unione europea che ne aveva co-finanziato i lavori.

Nell’ampio campionario degli episodi di corruzione portati alla luce dai Finanzieri, non è mancato l’ennesimo episodio di malaffare che ha riguardato l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e che, in questo caso, era rappresentato da uno stabile “rapporto corruttivo” esistente tra un ingegnere dell’ANAS ed un noto imprenditore a cui fanno capo numerose società fornitrici di bitume; un rapporto chiaramente finalizzato alla frode nell’esecuzione di diversi contratti di fornitura sui rifacimenti del manto stradale e che, tra l’altro, celavano diversi subappalti non autorizzati.

Per l’ingegnere compiacente non mancavano così regali di lusso ed altre indebiti benefit, tutto ciò in cambio della classica “chiusura d’occhio” sui subappalti irregolari, ma anche sull’utilizzo di materiali di qualità nettamente inferiore rispetto ai parametri imposti dalle relative condizioni contrattuali d’appalto, tutto ciò con buona pace della sicurezza degli utenti.

Un ruolo nella medesima vicenda lo ha altresì ricoperto la moglie dello stesso dirigente ANAS finito oggi agli arresti, quest’ultima beneficiaria di vari assegni (importo complessivo 94 mila euro) emessi dallo stesso imprenditore per prestazioni di lavoro mai effettuate, alla quale gli inquirenti contestano ora varie operazioni di riciclaggio realizzate proprio per mascherare la provenienza delittuosa dell’ingente somma di denaro ricevuta.

L’Operazione “Waterfront” testimonia ancora una volta l’insostituibile ruolo rivestivo dalla Guardia di Finanza nella ricerca dei business mafiosi e nell’aggressione degli enormi profitti da che da questi derivano.

Un’azione che, oltre a proteggere i primari interessi dello Stato, mira senza dubbio a tutelare il lavoro delle tante imprese che operano nella legalità e che concretamente contribuiscono alla ripresa economica del Paese.

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