Guerra fredda, l’atomica persa fra i ghiacci

di Enrico Maria Ferrari

Mosca. Nel 1968, in piena Guerra Fredda, le missioni di bombardieri con carichi di bombe atomiche erano piuttosto frequenti nei cieli dell’emisfero boreale: le due superpotenze avevano costantemente in volo aerei in grado di scatenare una risposta nucleare nel caso fossero stati attaccati e non essendo ancora stati pienamente sviluppati i missili intercontinentali, carichi di bombe atomiche in volo erano la norma.

Chrome Dome era il programma americano che prevedeva 12 bombardieri nucleari armati sempre in volo ai confini dell’URSS, da utilizzare in caso di attacco da parte dei russi.

La mappa della base di Thule

La rotta polare è la strada più breve per colpire obiettivi in Europa, Usa e Russia ed ancora oggi sono numerose le basi tattiche posizionate a nord del circolo polare artico a difesa del territorio: in quegli anni per gli americani fra le basi più importanti ce n’erano alcune nel nord della Groenlandia, la più importante (ancora oggi) era la base di Thule.

Veduta aerea della base di Thule in Groenlandia

Il 21 gennaio del 1968 un bombardiere B-52 Stratofortress stava svolgendo la sua missione di ricognizione aerea “Hard Head” proprio nella zona tra la base di Thule e la baia di Baffin, quando venne dichiarata una emergenza in volo con fumo in cabina e fuoco a bordo. Tentare un atterraggio di fortuna divenne impossibile, e l’equipaggio non ebbe altra scelta che abbandonare l’aereo e paracadutarsi nell’Artico: quattro dei cinque membri riuscirono a sopravvivere all’abbandono del veivolo e furono in seguito recuperati.

L’aereo, carico di 4 bombe atomiche da 1,1 megatoni, si schiantò sul mare ghiacciato: non ci furono esplosioni nucleari perché le bombe non erano innescate, e particolari sistemi di sicurezza impediscono alle bombe atomiche di detonare se non a seguito di una catena di comandi elettronici che vengono attivati solo dopo un ordine di bombardamento atomico.

Un set di quattro bombe termonucleari del tipo simile a quello dell’incidente di Thule

Immediatamente dopo lo schianto venne condotta una ricognizione aerea sul luogo del disastro, rivelando la presenza solo di sei motori, una ruota e piccole quantità di detriti sulla superficie annerita dall’esplosione: la detonazione dell’esplosivo convenzionale ad alto potenziale con le quali erano confezionate le bombe atomiche ed il calore generato dalla esplosione delle oltre cento tonnellate di carburante generarono un incendio che durò oltre sei ore e sciolse il ghiaccio, causando l’affondamento dei resti dell’aereo e del suo pericoloso carico.

L’incidente venne subito classificato come “broken arrow”, un termine dell’esercito americano per definire incidenti che abbiano coinvolto ordigni nucleari ma che non rappresentino un rischio di guerra.

Non ci furono esplosioni nucleari, ma il materiale radioattivo venne sparso su una larga area a causa dell’esplosione, causando una contaminazione simile a quella della cosiddetta “bomba sporca”, una bomba atomica che non genera una esplosione nucleare ma che diffonde il suo carico atomico grazie ad una esplosione tradizionale: mancano gli effetti devastanti dell’esplosione atomica ma l’inquinamento radioattivo ha comunque effetti letali.

Venne subito avviata una operazione di bonifica ambientale dagli americani e dai danesi, dato che la Groenlandia è un protettorato del Regno di Danimarca: l’operazione venne chiamata “Crested Ice” e subito divennero evidenti le difficoltà di un tale compito in un ambiente ostile come l’inverno artico. Lo sforzo doveva inoltre essere completato prima del disgelo, per evitare che la contaminazione potesse ulteriormente diffondersi, attraverso l’acqua: venti da 40 metri al secondo e temperature medie di -40C, con punte di -60C, erano le condizioni ambientali nelle quali venne allestito il campo per la decontaminazione.

Giaccio contaminato viene caricato sui container durante l’operazione “Crested Ice”

L’equipaggiamento si guastava facilmente a causa del freddo, le batterie si scaricavano in pochi minuti e tutta l’operazione venne condotta nella piena oscurità dell’inverno artico, fino a quando dal 14 febbraio il sole cominciò gradualmente ad apparire sull’orizzonte.

Venne creato il campo “Hunziker” con un eliporto, baraccamenti, igloo, generatori elettrici, latrine, impianti per la decontaminazione e stazioni radio: venne persino costruita una autostrada sul ghiaccio dalla base di Thule fino al luogo del disastro, il tutto funzionante 24 ore su 24.

Il materiale radioattivo venne estratto, depositato in container e spedito via nave negli USA. I numeri dell’operazione fino alla sua conclusione furono imponenti: 700 persone coinvolte, spesso senza adeguato abbigliamento protettivo contro le radiazioni, 2100 metri cubi di materiale radioattivo movimentato per un costo stimato di 9,4 milioni di dollari, che oggi corrisponderebbero a quasi 70 milioni di dollari. Secondo il generale americano Hunziker, capo dell’operazione, il 93% del materiale contaminato venne rimosso dal sito.

La storia di questa “broken arrow” rimane segreta per oltre quarant’anni fino a quando nel 2008, usando materiale declassificato, la BBC ricostruisce e rende pubblico l’accaduto, aggiungendo un finale da spy story: delle quattro bombe atomiche perse nell’incidente solo tre vennero recuperate.

Dai documenti esaminati appare evidente come già poche settimane dopo l’incidente gli investigatori si resero conto che ricomponendo i pezzi recuperati solo tre bombe potevano definirsi complete, le ricerche condotte anche con sottomarini non diedero altri frutti e le indagini vennero presto abbandonate.

L’ultima bomba atomica semplicemente non venne mai ritrovata: la versione ufficiale è che il suo materiale si sia dissolto nell’acqua e non ci sia mai stato ulteriore pericolo, gli Stati Uniti hanno anche in seguito tentato ulteriori ricerche per evitare che le componenti segrete potessero essere recuperate da personale non autorizzato. Le ricerche vennero nascoste perfino ai propri alleati danesi, ma queste successive indagini non hanno mai portato a nulla.

Il Pentagono ha da tempo dichiarato chiuso il caso, rifiutandosi di commentare l’inchiesta della BBC.

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