Hong Kong, cosa c’è dietro la protesta degli ombrelli

di Paolo Piras

HONG KONG. Ad Hong Kong, non è bastata una settimana di vibranti, ma pacifiche proteste di centinaia di migliaia di normali cittadini, scesi in piazza per manifestare la propria contrarietà al controverso disegno di Legge che consentirebbe l’estradizione dalla ex colonia inglese alla Cina continentale.

Tale provvedimento sarebbe capace di esporre i cittadini (compresi gli oppositori politici di Pechino) residenti a Hong Kong al sistema giudiziario cinese, profondamente condizionato dal Partito Comunista, l’unico esistente in Cina. Tradotto in altri termini, potrebbe condizionare lo stato di diritto di Hong Kong e la sua credibilità come centro finanziario, con tutte le conseguenze sul benessere economico della popolazione e le cospicue transazioni finanziario-commerciali.

La tensione è culminata mercoledì scorso con violenti scontri di piazza tra civili e forze di polizia che non hanno esitato (evidentemente ordinate a ciò) a distribuire manganellate, proiettili di gomma, spray urticanti e gas lacrimogeni, ad libitum e sine cura per le conseguenze.

Carrie Lam, presidente del Consiglio Legislativo, suprema istituzione della città, salita a questa carica con il determinante sostegno di Pechino, ha inizialmente caldeggiato l’approvazione di tale provvedimento legislativo, salvo poi ricredersi (per il momento a parole) sospendendo sine die il provvedimento, tuttavia senza ritirarlo.

Questo non è bastato ad evitare altre due grandi manifestazioni, l’ultima delle quali, domenica scorsa, di circa due milioni di persone, ha ricordato i tumulti del Movimento degli “Umbrella” del 2014.

Solo a questo punto, Lam, poche ore dopo la fine dell’evento. è apparsa sui principali canali televisivi locali, sostituendo i toni arroganti e supponenti della prim‘ora con altri, finalmente più sereni e concilianti.

Un gruppo di hongkonghesi durante le proteste nelle strade della città

“L’amministratore delegato si scusa con i cittadini di Hong Kong per quanto è successo, e promette che si farà carico di critiche nel modo più sincero e umile, cercando di migliorare e servire il pubblico in generale” – afferma lei, ma nessuno sembra crederle.

L’opinione comune è che queste dichiarazioni siano tardive e insufficienti a modificare la linea politica del “Porto profumato”, questa la antica denominazione geografica di Hong Kong.

La protesta degli hongkonghesi è iniziata contro un gesto di arroganza proveniente da Pechino. Oggi, le sue connotazioni appaiono più politiche, ponendosi non solo contro il decreto di extradizione, ma anche in opposizione alla odierna classe governante la città ed alla brutale risposta repressiva verso la gente comune.

Appare chiara una profonda frattura tra la popolazione e le istituzioni, che non sarà facile risanare, se non in tempi generazionali.

Ora nelle strade sono comparsi cartelli con inviti alle dimissioni di Carrie Lam. Ma, anche in questo caso, chi sarebbe il sostituto, meno influenzabile da Pechino, ma capace di garantire l’autonomia della città?

Attualmente, dal movimento di protesta non emerge alcun personaggio in grado di rappresentarlo.

Hong Kong è divenuta colonia britannica nel 1841, allorché venne ceduta dalla Cina  agli inglesi a seguito di un conflitto armato per il controllo del commercio internazionale in quella vasta area geografica.

Nel 1997 è stata restituita alla sovranità cinese con un trattato che la definisce come “Regione Amministrativa Speciale”, sotto il principio di “un Paese, due sistemi”, col mantenimento di un sistema giudiziario indipendente, la conservazione della “Common Law” , una legislazione propria ed un’economia libera e liberista, che consente libertà non godute nella Cina continentale, ma senza un voto pienamente democratico.

La difesa e la politica internazionale dipendono interamente da Pechino.

Giovani manifestanti scesi in piazza ad Hong Kong

Dopo oltre un secolo di dominazione coloniale gli hongkonghesi hanno assorbito la cultura ed i liberi vantaggi del confronto democratico e vogliono poter eleggere i propri rappresentanti al governo della città. In piazza sono scesi davvero tutti, compresi gli adolescenti, in difesa di questi valori.

Dall’altra vige la mentalità antidemocratica ispirata dal governo comunista cinese. Lo scontro vero è tra queste proposizioni.

Non sarà facile per entrambi addivenire ad un minimo di compromesso, capace di generare pace nella comunità, giustizia, libertà e, perché no, benessere materiale per tutti, Cina continentale inclusa.

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