IAI e LEONARDO: i possibili scenari della Brexit nel campo dell’industria della difesa

Di Giusy Criscuolo

Roma. A pochi giorni dalla riunione del Consiglio Europeo in cui il tema Brexit è emerso in tutta la sua dirompenza, con l’invito rivolto agli Stati membri, alle istituzioni dell’UE e a tutte le parti interessate a intensificare i lavori per prepararsi a tutti i livelli e a tutti gli esiti possibili, ieri a Roma è stato presentato l’ultimo studio dell’Istituto affari internazionali (Iai) sul futuro dell’industria della difesa in Europa dopo la Brexit, realizzato per Leonardo con il contributo di Chatham House.
Obiettivo del convegno – in cui sono intervenuti il presidente di Leonardo Giovanni De Gennaro, il presidente di IAI Ferdinando Nelli Feroci, il direttore generale per la promozione del sistema-Paese per il Maeci Vincenzo De Luca, il direttore generale per la produzione industriale del Mise Stefano Firpo, il generale Pasquale Montegiglio direttore del III Reparto Politica industriale e relazioni internazionali del segretariato generale della Difesa, e l’ad di Leonardo Alessandro Profumo – è stato quello di tracciare i possibili scenari che si aprirebbero per la cooperazione europea nella difesa con l’uscita del Regno Unito dall’Unione il prossimo 29 marzo.
In un clima di incertezze, gli attori direttamente interessati alle tematiche trattate devono, infatti, prepararsi ad affrontare tutti i possibili scenari per i futuri rapporti economici, commerciali e di cooperazione tra l’Ue e Regno Unito.

Da sinistra: Vincenzo De Luca, Direttore Generale promozione sistema paese MAECI; Gen di Brigata aerea Pasquale Montegiglio, III Reparto politica Industriale e Relazioni Internazionali; Nathalie Tocci, Direttore IAI; Alessandro Profumo AD Leonardo; Stefano Firpo, Direttore Generale produzione Industriale MISE.

Sono tre, in particolare, da quanto emerge dalla ricerca, i possibili scenari che potrebbero migliorare o cambiare in modo radicale la vita delle industrie europee nel settore aerospazio, sicurezza e difesa, impattando sulla ricerca tecnologica, sullo sviluppo e sulla produzione di equipaggiamenti militari, coinvolgendo, inevitabilmente, lo European Defence Fund (Edf) e la Permanent Structured Cooperation (Pesco). In un’ottica improntata all’ottimismo e libera dalle attuali incertezze, il primo scenario prevede una partnership ampia e profonda tra Ue e Gran Bretagna con un accordo di commercio preferenziale di libero scambio che equivarrebbe ad un’unione doganale. Opzione ancora sul tavolo e al vaglio degli inglesi e che non comporterebbe grandi cambiamenti rispetto all’attuale regolamentazione sugli scambi di libero flusso di prodotti, lavoratori, capitali e servizi. In questo caso i rapporti post Brexit tra Regno Unito e Unione Europea renderebbero più semplice la cooperazione e la partecipazione della Gran Bretagna ai progetti Edf e Pesco. Questo clima disteso e privo di confini tra la Gran Bretagna e l’Ue, eviterebbe il rischio di un hard border tra le due Irlande e accoglierebbe le richieste della Scozia di restare nell’Unione.

Una partnership su misura e complicata, è invece quella ipotizzata dal secondo scenario. In questo caso non ci sarebbe un accordo di libero flusso come quello previsto nel primo scenario, mancherebbe l’intesa sull’unione doganale, i rapporti sarebbero più moderati e si risponderebbe alle regole dell’Efta (European Free Trade Association) o del World Trade Organization (WTO). Ciò comporterebbe dazi doganali, barriere non tariffarie che limiterebbero il commercio e le importazioni, e controlli ai confini che renderebbero impossibile la cooperazione e lo scambio dati nel campo della difesa.

Il Regno Unito, avendo intessuto una trama di relazioni abbastanza fitta con i paesi europei su progetti intergovernativi (nel settore aeronautico, missilistico, elicotteristico e sull’elettronica per la difesa), è arrivato a rappresentare più di un quarto della spesa europea nella difesa e delle relative capacità industriali e tecnologiche. È per questa ragione che Bruxelles sta cercando di trovare un accordo mirato che permetta alla Gran Bretagna di partecipare alle attività di ricerca e sviluppo tecnologico e ai progetti di cooperazione europea in ambito Edf e Pesco. Ma con la mancanza di un’unione doganale e punti di vista non del tutto convergenti, questa collaborazione sarebbe più farraginosa e complessa.

Se non si dovesse trovare un accordo riguardo alle opzioni attualmente al vaglio dell’Ue per la Brexit, vi sarebbe un’interruzione brusca che creerebbe non pochi problemi, aprendo la strada alla più terribile delle ipotesi rappresentata dal terzo scenario: la Competizione aperta. In questo caso Ue e Gran Bretagna andrebbero verso una chiusura dei rispettivi mercati che bloccherebbe l’export. Senza accordi mirati ci sarebbe il rischio di far saltare le collaborazioni già in essere tra il Regno Unito e l’Unione, comprese le cooperazioni future. Essendo il problema strutturale, verrebbe meno il collante economico dell’essere parte dello stesso blocco economico-commerciale e la Gran Bretagna verrebbe esclusa dai progetti Edf e Pesco, a loro volta privati di un contributo significativo. Tutto ciò darebbe inizio a un rafforzamento e consolidamento della difesa europea sull’asse franco-tedesco. Gli impatti negativi si avrebbero sulle attività aerospaziali in ambito di European Space Agency. Ne deriverebbe una reazione a catena che potrebbe anche incrinare i rapporti tra Nato e Ue. In questo scenario, le ferite tra le due Irlande potrebbero riaprirsi, dando nuovi aliti di vita all’indipendentismo e al terrorismo irlandese, rinnovando quella sempre più radicata idea di secessione dalla Gran Bretagna da parte della Scozia che, in occasione del referendum del 2016, ha chiaramente manifestato il desiderio di non uscire dall’Ue.

Dal punto di vista operativo «uno degli aspetti chiave della difesa italiana che bisognerà pesare in un prossimo futuro – ha affermato, durante il suo intervento il Gen. Montegiglio – sarà quello di considerare il Regno Unito non solo come un Paese con una capacità di difesa molto sviluppata e avanzata, ma anche l’unico, probabilmente insieme alla Francia, con la volontà e la capacità di impiegare il sistema di difesa». Per quanto concerne l’area tecnico-amministrativa della difesa, Montegiglio, ha aggiunto che «la collocazione della controparte amministrativa inglese nella DSO, che è un supporto governativo all’export del mondo industriale della difesa esterno al ministero stesso, permette all’Italia di essere relativamente ben posizionata in questo settore grazie ai rapporti già collaudati e in essere con il DSO».

«La situazione è particolarmente complessa – ha sottolineato l’ad di Leonardo Alessandro Profumo. – in quanto siamo un’azienda che ha sviluppato tantissimi programmi con il Regno Unito». Come ha ricordato Profumo, «Leonardo uk ha una capacità di lavoro di 7000 persone con una catena del valore particolarmente complessa» perciò un’assenza di accordi desterebbe molte preoccupazioni, non solo per l’attività prettamente commerciale, ma anche da un punto di vista strategico.
La mancanza di un accordo metterebbe, infatti, l’Italia in una posizione di relativa debolezza, non consentendo più al nostro Paese di partecipare in primo piano alla programmazione strategica delle nuove iniziative della difesa.

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