Indipendentismo, il dissolvimento della Jugoslavia ed il ruolo dell’Europa di allora

Belgrado. In un momento in cui movimenti indipendentisti scuotano la politica europea e non europea, vogliamo ricordare gli anni 1990 e 1991. All’epoca la Jugoslavia implose sotto i colpi dell’indipendentismo di Croazia e Slovenia.

Sostenitori dell’indipendenza croata

La ricca Slovenia, con un referendum in cui vinsero gli indipendentisti con il 95%, dichiarò la sua voglia di ritirarsi dalla Federazione jugoslava e di essere indipendente, se non fosse stato raggiunto entro sei mesi un accordo per una maggiore autonomia. Pochi mesi dopo anche la Croazia fece le stesse rivendicazioni autonomistiche.

All’epoca il Lussemburgo presiedeva l’Unione Europea nata da poco e decise di giocare il ruolo di mediatore internazionale per l’unità della Jugoslavia. I ministri degli Affari esteri di Lussemburgo Jacques Poos, Italia Gianni De Michelis, Olanda Hans Van den Broek si recarono, molte volte, in missione a Belgrado, Zagabria e Ljubjlana per spronare le parti al dialogo e fermare la violenza.

Nello stesso tempo si verificarono parecchi incidenti e scontri armati gravi. Si registrarono battaglie senza esclusione di colpi tra l’Esercito jugoslavo e le Forze di sicurezza slovene e croate. Molti fuono i feriti e molti anche i morti.

Un soldato serbo

La situazione divenne ben presto critica. I tre ministri arrivarono a Belgrado e Zagabria e nella notte tra il 28 e il 29 giugno. Tra molte difficoltà si arrivò ad un compromesso che prevedeva la cessazione delle ostilità e la sospensioone per tre mesi dell’indipendenza croata e slovena. L’8 luglio seguente a Brioni l’accordo venne messo nero su bianco.

Il Parlamento Europeo condannò fermamentel’uso della forza ma difese anche il diritto all’autodeterminazione dei popoli e dichiarò: “Le Repubbliche e le regioni autonome della Jugoslavia hanno il pieno diritto di decidere autonomamente il loro avvenire ma ognuna ha l’obbligo di usare solo mezzi pacifici e democratici per arrivare a cambiamenti costituzionali condivisi”. Questo fu scritto anche nella risoluzione adottata il 10 luglio 1991.

Fu poi istituito un Corpo di osservatori europei incaricati di verificare che il cessate il fuoco fosse rispettato sia in Slovenia che in Croazia. La troika dei ministri europei riprese il suo ruolo di mediatore sotto la guida dell’ambasciatore olandese Henri Wynaendts. Venne studiata una Forza speciale per il mantenimento della pace. Gli incidenti e gi scontri tra Esercito jugoslavo e Forze croate e slovene continuarono.

La Germania minacciò di riconoscere unilateralmente l’indipendenza di Slovenia e Croazia se la Jugoslavia non avesse smesso di usare la forza.

L’Austria condannò l’attendismo europeo e spinse per un rapido riconoscimento dell’indipendenza. L’Italia dopo un vertice italo-tedesco a Venezia, spinse anch’essa per un riconoscimento. La Commissione europea guidata da Jacques Delors decise di usare il riconoscimento dell’indipendenza come arma di persuasione sul Governo di Belgrado per fare cessare la violenza. Delors ribadì tutto questo in un summit l’11 settembre.

L’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Javier Perez de Cuellar mise in guardia dal riconoscimento prematuro delle due neo Repubbliche. Il riconoscimento dell’indipendenza avrebbe potuto scatenare un pericoloso effetto domino anche in Bosnia Herzegovina, scrisse il segretario in una lettera.

Il paso definitivo nel riconoscimento delle Repubbliche di Croazia e Slovenia venne fatto il 16 dicembre 1991. Il Consiglio dei Ministri degli Esteri europei aprì la procedura per il riconoscimento formale delle due Repubbliche il 15 gennaio 1992 quando la Commissione Badinter assicurò che tutte le condizioni poste all’inizio erano state rispettate.

La Germania, tuttavia, decise di riconoscere ufficialmente Croazia e Slovenia già il 16 dicembre senza aspettare le conclusioni della Commissione. Il 13 gennaio 1992 la Commisione Badinter presentò le sue conclusion, chiedendo il riconoscimento formale di Macedonia e Slovenia e della Croazia a condizione che fossero modificate alcune leggi considerate inadeguate.

La Bosnia avrebbe dovuto chiedere il parere del popolo attraverso un referendum. La Commissione rigettò tutte le istanze che riguardavano le frontiere interne della Jugoslavia ( Serbia e Croazia e Serbia e Bosnia ). Furono riconosciute ufficialmente solo Slovenia e Croazia.

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