Iran, l’efficacia di Teheran per la conquista ideologica e militare della regione

Di Rebecca Mieli

Teheran. La strategia di Teheran mirata a conquistare ideologicamente e militarmente la regione fino al Mediterraneo é incredibilmente efficace.

L’Iran e la sua collocazione geografica strategica

Proxy a infastidire Israele, offensive contro l’Arabia Saudita, cyber attacchi mirati agli Stati Uniti e una capillare diffusione di cellule e milizie sciite in tutto il mondo.

É la strategia dell’ambiguità, dove si agisce aggressivamente ma non si paga lo scotto politico e sociale del proprio comportamento.

La Repubblica Islamica dell’Iran ha sempre avuto un suo modo particolare di condurre la politica estera. É un ballo di coppia tra Guardie rivoluzionarie e milizie proxy che dalla Repubblica ricevono costantemente addestramento, armi e fondi.

Il caso dei droni che hanno colpito gli impianti petroliferi in Arabia Saudita, ovvero l’attacco attribuito ai ribelli yemeniti (uno dei principali gruppi di influenza iraniana) potrebbe auspicabilmente far emergere agli occhi del mondo la realtà della politica estera e di difesa iraniane.

La realtà é che l’Iran sta giocando da anni una carta vincente per quanto concerne i due principi vettori di politica estera dall’era di Ahmadinejad: l’uso dei proxy e la strategia nucleare.

Ahmadinejad e le idee strategiche dell’Iran

Teheran agisce sfruttando tutte quelle armi e strategie che consentono al Paese di raggiungere i propri obiettivi di logoramento dei rivali regionali attraverso azioni ambigue e difficilmente attribuibili con certezza dalla comunità internazionale.

Prendiamo il caso del JCPOA. Il nucleare iraniano durante il secondo mandato di Ahmadinejad aveva raggiunto un livello di arricchimento tale per poter costruire una bomba.

Quel tipo di informazione, é certa, attribuibile, e ha scatenato una serie di sanzioni internazionali con cui il Paese ancora ha a che fare.

Ma se invece osserviamo la struttura dell’accordo tanto agognato, ci accorgiamo che è pieno di ambiguità. Le ispezioni dell’AIEA – ad esempio – che richiedono una richiesta formale seguita da votazione parlamentare prima di essere eseguite (fermo restando l’estrema difficoltà nell’ispezionare i siti militari).

Molto importante dal punto di vista strategico la questione del nucleare iraniano

Il programma missilistico iraniano negli ultimi dieci anni poi ha fatto passi da gigante, alimentando il senso di ambiguità delle proprie intenzioni.

Al momento gli sviluppi missilistici del Paese gli consentirebbero di attaccare con una testata nucleare qualsiasi zona della regione nonché gran parte dell’Europa.

Non è tuttavia chiara la necessità di sviluppare vettori balístici con capacità nucleare, in quanto l’Iran dichiara ancora di non avere intenzione di sviluppare l’arma atomica. Più ambiguo di così.

In tal senso la minaccia non solo reale, ma é tanto più problematica quanto l’Europa e i Paesi negoziatori non si rendono conto di aver perso la partita, e che seppure sia l’Iran ad essere sotto sanzioni, chi ha più da temere dall’abbattimento di un accordo volutamente ambiguo é proprio l’occidente.

Per altro il knowhow nucleare una volta sviluppato, non si può cancellare, e il rischio non può essere considerato diminuito se i reattori ad acqua pesante non si smantellano del tutto.

La comunità internazionale non sembra aver considerato che il vettore fosse la parte più complessa da sviluppare, e che senza di quello la capacità nucleare sarebbe stata annullata a causa dell’impraticabilitá fattuale . In sintesj, l’ambiguità dell’accordo ha permesso a Teheran di avere il coltello dalla parte del manico, poiché può continuare a svilupparsi militarmente senza correre il rischio politico che deriva da questa incessante corsa agli armamenti.

L’ambiguità di Teheran si allarga anche all’impegno nel cyber spazio, un dominio nel quale per eccellenza l’attribuzione certa é impossibile, e che garantisce al Paese un esercito del tutto invisibile col quale attaccare i rivali regionali.

L’espansione egemonica della Repubblica, iniziata con la lotta all’ISIS e proseguita con il sostegno economico e finanziario a milizie sciite e gruppi terroristici in tutto il Medio Oriente contribuiscono a questo senso di ambiguità.

Ad eccezione di Israele, che ha in passato attaccato diverse basi di armi iraniane in Siria, la comunità internazionale non riesce ad attribuire ufficialmente alla repubblica Islamica i tumulti che stanno portando migliaia di mercenari pakistani e afghani verso Siria e Libano.

Ambiguamente ma non a caso l’Iran sta investendo militarmente in Paesi al momento in pace, finanzia la popolazione locale cercando di colonizzare economicamente un’area in fase di ricostruzione, e diffonde propaganda capillarmente attirando importanti consensi nelle fila delle milizie che hanno combattuto l’ISIS.

Il risultato di questa politica é che Teheran dispone di due roccaforti insostituibili (addirittura chiamate “capitali” iraniane) dal punto di vista politico, ovvero Beirut e Damasco.

Non è stato necessario per le guardie rivoluzionare conquistare un territorio militarmente, ma é bastato creare un corridoio di armi e milizie che giungesse al mediterraneo per ridefinire ideologicamente il ruolo del Paese nella regione.

Teheran non ha mai pagato il prezzo politico e diplomatico che segue alla conquista militare di uno Stato o parte di esso, ne quello di aver costruito missili capaci di trasportare un’arma atomica mentre ancora parte integrante del trattato di non proliferazione.

anLa grand strategy del Paese è tanto più vittoriosa quanto più riesce a distaccarsi dall’ufficializzare le proprie conquiste di fronte alla comunità internazionale.

Questo trend é destinato a peggiorare, in particolare considerando l’escalation con l’Arabia Saudita, le ultime frizioni nello stretto di Hormuz, nonché le crescenti capacità cyber offensive del Paese.

Non c’é dubbio che Teheran presenti storicamente una percezione di accerchiamento che ha sempre spinto il Paese a promuovere una diffusione degli ideali rivoluzionari (quindi della sottomissione all’Ayatollah e all’Iran stesso) nella regione – con una particolare attenzione per le aree di maggiore crisi economica.

Tuttavia senza un nuovo negoziato internazionale che forzi l’élite clericale a rispondere della propria aggressività regionale, e a mitigarne i effetti (ad esempio interrompendo il flusso di armi e cedendo sull’influenza economica e culturale), la strategia di Teheran potrebbe presto condurre ad un conflitto asimmétrico sempre più duro in una regione già criticamente instabile.

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