Islamismo convinto o propaganda elettorale? Incognite e dubbi sul futuro della Turchia di Erdogan. Domani si vota per le amministrative

Di Alberto Gasparetto

Ankara. La campagna elettorale di Erdogan in vista delle elezioni per il rinnovo delle amministrazioni locali che si tengono domani ha assunto tinte fortemente nazionaliste e islamiste.

Il Presidente Erdogan saluta i suoi sostenitori

In un contesto fortemente caratterizzato dalla securizzazione della politica interna dopo il fallito colpo di stato del 15-16 luglio 2016, il discorso pubblico del Presidente è altamente condito da una retorica “populista” e teso a riprodurre la sindrome da criminalizzazione dell’avversario politico fondata sulla contrapposizione manichea “noi” contro “loro”.

Un’immagine del golpe in Turchia nel luglio 2016

Una delle proposte più clamorose avanzate da Erdogan negli ultimi giorni riguarda la possibilità di trasformare il museo di Hagia Sofia in una moschea.

Hagia Sofia è considerato un patrimonio culturale e artistico dell’umanità. Costruita in epoca bizantina (nel VI secolo) come chiesa ortodossa, venne trasformata in moschea dopo l’istituzione dell’Impero ottomano nel 1453 e rimase tale fino al 1935, quando Mustafa Kemal Ataturk ne decise la riconversione in museo, in linea con il programma secolarizzatore delle istituzioni repubblicane e dei costumi sociali.

Santa Sofia

Il ricorso ad una retorica che pesca nell’armamentario simbolico della religione islamica è stato preponderante anche nel modo in cui Erdogan ha maneggiato l’attentato della moschea di Christchurch in Nuova Zelanda.

La polizia controlla i veicoli dopo l’attentato

E’ evidente, però, che si tratti di una strategia difensiva con cui il Presidente tenta di correre ai ripari per distogliere l’attenzione dei suoi concittadini dalle pessime performance economiche che il Paese sta registrando da tempo, con l’inflazione a doppia cifra, il crollo della valuta nazionale e la contrazione del potere d’acquisto delle persone, il Paese in recessione, la cui crescita economica nel 2018 ha visto un forte calo rispetto al 7,6% registrato nel 2017 e che sta sperimentando una fuga di capitali e quindi di aumento della sfiducia degli investitori internazionali.

Le partite più importanti nelle imminenti elezioni si giocano nei grandi centri come Istanbul e Ankara dove i sondaggi danno in vantaggio i candidati dell’opposizione tenuta insieme nell’eterogeneo contenitore dell’Alleanza della Nazione (che comprende CHP, İYİ Parti, Saadet Partisi e Demokrat Parti).

L’AK Parti, invece, ha ormai quale naturale alleato il Partito nazionalista MHP di Devlet Bahceli con cui nelle recenti tornate elettorali (compresa quella referendaria) ha siglato un’alleanza (cosiddetto “del Popolo”) che risale alla svolta nazionalista, operata già nel 2015.

Il futuro della Turchia non dipenderà dall’esito di queste elezioni, poiché la direzione verso il presidenzialismo e l’autoritarismo è già stata tracciata da un pezzo (formalmente dal 2017, in seguito al referendum costituzionale confermativo).

Tuttavia, a prescindere dall’esito, sarà interessante capire come d’ora in avanti intenderà muoversi l’Unione Europea rispetto ad alcuni capitoli congelati ma su cui chi scrive ritiene ancora possibile esercitare una pressione esterna. Il riferimento è alle questioni del rispetto dei diritti umani, della minoranza curda e quella, per noi europei estremamente rilevante, relativa all’intesa sui migranti.

Allo stato attuale delle cose, prefigurare l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea è quanto meno azzardato. Nessuno dei due attori ha mai realmente fatto sul serio sinora.

Il Parlamento europeo ha addirittura approvato una risoluzione per il congelamento del processo di entrata. E’ una mossa inutile e più che altro simbolica poiché i negoziati sono, di fatto, sospesi dal 2006.

La sede del Parlamento europeo

Tuttavia, il Paese è profondamente spaccato. Da un lato occorre smorzare i toni apocalittici di chi vede nelle attuali tendenze della politica interna turca il pericolo della reislamizzazione o, addirittura, di approdo a modelli teocratici fondati sulla shari’a. Piuttosto, andrebbero puntati i riflettori sulla ben più evidente tendenza verso il pieno autoritarismo.

Dall’altro lato, è necessario non dimenticare che vi è una Turchia profondamente ostile alla retorica e allo stile della leadership di Erdogan. E’ proprio il grido di disperazione lanciato da questa consistente parte del Paese (compreso chi rappresenta politicamente i curdi) che le istituzioni europee sono chiamate ad ascoltare. La politica di Erdogan è, ormai da anni, quella della doppia faccia: strizzare l’occhiolino ad altri attori, come la Russia, ma allo stesso tempo tenere il piede dentro la NATO e blandire l’Unione Europea a intermittenza.

Eppure, per un Paese geopoliticamente “in bilico qual è la Turchia, perseguire l’autonomia strategica in un contesto internazionale sempre più fluido si sta rivelando sempre più una mossa azzardata.

L’UE è chiamata a tentare di riaprire una negoziazione che possa al limite invertire il trend verso il totale assoggettamento delle istituzioni nelle mani di una sola persona. Non perché Erdogan sia brutto e cattivo in quanto “islamista” (una interpretazione semplicistica ed esiziale allo stesso tempo) ma perché, Erdogan o meno, la Turchia ha bisogno dell’UE tanto quanto Bruxelles, per quanto accennato sopra, ha bisogno di Ankara.

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