Israele, i palestinesi confidano nella visita di Trump per una nuova stagione di pace

Gerusalemme. E’ stata denominato “Scudo azzurro” il dispositivo di sicurezza israeliano messo su in occasione della prima visita del Presidente americano, Donald Trump. Un sistema che è stato messo a dura prova, visti i suoi repentini cambiamenti di itinerario.

Due sono gli appuntamenti fondamentali dove Trump cercherà di ricucire gli strappi tra Israele e Palestina, dopo tre anni di stop. Nell’incontro con il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, a Gerusalemme e con il Presidente palestinese Abu Mazen a Betlemme, Trump dovrà lavorare di diplomazia. Ma lui ha già definito questo incontri importanti per un New Deal del Medio Oriente.

Prima dell’arrivo di Trump, Netanyahu ha approvato misure come la creazione di nuovi parchi industriali palestinesi e permessi per l’Autorità Nazionale palestinese per costruire nella zona C (sotto controllo militare e civile di Israele) in Cisgiordania.

Trump a colloquio con ll premier israeliano, Netanyahu

Il Presidente americano, dopo essersi riconciliato con il mondo musulmano nel suo viaggio in Arabia saudita, questa volta in Israele vuole fare la stessa cosa. Ed ecco, quindi, in agenda la visita al Muro del Pianto e al Santo Sepolcro.

Per Trump lo Stato israeliano è il migliore alleato nella regione. E insieme si dovrà far fronte comune contro “il terrore dell’Islam radicale e l’Iran”.  Una preghiera nei due luoghi sacri per ebrei e cristiani va bene, se si vuole tenere unita una terra in perenne conflitto.

Tra tutti i presidenti americani che hanno visitato Israele da Richard Nixon (1974), Trump è quello che ha atteso meno tempo per organizzare il viaggio e partire. Il suo predecessore, Barack Obama, come prima visita di Stato preferì l’Egitto. Facendo non poco arrabbiare l’alleato israeliano. In quest’area il simbolismo conta più di mille bei discorsi.

Da vedere quale sarà poi l’atteggiamento che avrà la destra israeliana con Trump a proposito della costruzione di nuovi insediamenti nei Territori occupati 50 anni fa (con la guerra dei Sei Giorni; il 5 giugno ricorre l’anniversario). Il Presidente americano, rispetto ad Obama non esige una “congelamento assoluto” delle costruzioni. Trump, come si sa, aveva promesso di trasferire l’Ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ma ancora non l’ha fatto.

E sempre riguardo i rapporti tra Trump e la destra israeliana, il ministro Naftali Bennett accusa Netanyahu di non avere rimproverato a Trump le sue prime dichiarazioni post elezione di creare uno Stato Palestinese. Una scelta che il ministro considera “suicida” per il suo Paese. Netanyahu ha risposto con un messaggio nazionalista in modo da tenere unito il suo elettorato. Parole scelte bene per non far arrabbiare Trump.

Un altro ministro, Yuval Steinitz ha, invece, aggiunto che la vendita di 110 miliardi di dollari in armi all’Arabia saudita, rischia di mettere in pericolo la “superiorità militare” di Israele.

Sul fronte palestinese, l’Autorità Nazionale palestinese (ANP) confida in Trump per creare uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est. Prima i palestinesi tifavano Hillary Clinton perchè Trump lanciava proclami filo israeliani e la promessa di trasferire l’Ambasciata a Gerusalemme. Ma poi quando Abu Mazen si recò in visita alla Casa Bianca si lasciò andare a queste parole verso Trump: “Presidente, con te abbiamo una speranza”.

Il Presidente palestinese, Abu Mazen a colloquio con Trump. Confida molto nell’intervento Usa

La maggior parte dei palestinesi, però, non crede che Trump riuscirà nella sua opera di mediazione. Abu Mazen si è buttato nelle braccia americane. Ritenendo che solo Washington può fare pressing sul Governo israeliano.

Autore