Israele, una NATO araba contro l’Iran sciita? Nuove strategie in Medio Oriente

di Viviana Passalacqua

Tel Aviv. Il regime iraniano degli ayatollah è sempre presente nei giochi di potere della polveriera siriana. La sua strategia rischia di minacciare gli israeliani da vicino, tanto da fare dire al premier israeliano, Benjamin Netanyahu che il suo Paese è “vicino ad un’alleanza con i sauditi”.

“L’Iran sta usando la guerra civile in Siria per prepararsi ad aggredire Israele”, accusa Netanyahu commentando lo schieramento di truppe iraniane ai confini del Golan.

Israele esprime preoccupazione per la presenza troppo ravvicinata di truppe iraniane nel Golan.

E a conferma di questo timore, Tel Aviv si apre a una sinergia inedita con quella che da più parti comincia da essere definita la “NATO Araba”, diretta da una cabina di regia a stelle e strisce firmata Donald Trump. Perché «per la prima volta dal 1948 il mondo arabo moderato –  ha dichiarato il ministro israeliano della Difesa Avigdor Lieberman nell’ultima Conferenza annuale sulla Sicurezza a Monaco – ha capito che la più grande minaccia non è Israele né il sionismo, ma l’Iran e i suoi simpatizzanti libanesi di Hezbollah e yemeniti dello Houti”.

Il ministro della Difesa israeliana, Avigdor Lieberman.

Stessa tesi ribadita alla Casa Bianca da Netanyahu, che ha parlato al presidente americano Donald Trump della necessità di una coalizione araba favorita dall’apertura dei sauditi verso il polo israeliano.

Il premier israeliano, Netanyahu ed imprevidente Usa, Trump.

La strategia di controllo verso la minaccia iraniana in Iraq e Siria starebbe quindi assumendo i contorni di un’asse rivoluzionaria che –  sebbene ad oggi solo ipotizzata – polarizza il dibattito negli Emirati, in Giordania, in Arabia saudita e in Egitto, con diversi toni ma medesima concitazione.

La convinzione ostentata di Netanyahu va di pari passo alla netta opposizione del Cairo “unito ai Fratelli arabi per il contenimento dell’Iran ma contrario in ogni caso ad un’alleanza sionista”, passando per la più “morbida” posizione saudita, che non esclude eventuali cooperazioni con Israele ma ne minimizza di molto il peso, descrivendola nei toni di “una collaborazione segreta e di retrovia”.

Al di là delle speculazioni possibilistiche e dell’attuabilità effettiva di una simile alleanza, resta concreta la sfida lanciata al mondo da Teheran, che finanzia Hezbollah e supporta il regime di Bashar al-Assad con la milizia Basij e con le Guardie Rivoluzionarie (IRGC), più conosciuti come Pasdaran.

Pasdaran iraniani in esercitazione.

Particolarmente invisi agli USA, proprio questi ultimi sarebbero entrati nel mirino di Washington come probabile organizzazione terroristica, a riprova dell’ostilità crescente nei confronti del Governo Rouhani.

La loro presenza lungo i confini presidiati da Israele e la formazione della “Golan Liberation Brigade” ad opera di un gruppo paramilitare sciita potrebbe far definitivamente precipitare la situazione, col contributo di Harakat al-Hezbollah Nujaba, una forza irachena sostenuta dall’Iran, pronta ad agire per liberare Golan dall’occupazione israeliana.

Sullo scacchiere incandescente della Siria troppi Paesi muovono le rispettive pedine, questo l’Iran lo sa, e s’intromette nei colloqui per il cessate il fuoco tra Russia e Turchia a rivendicare ingerenze e potere.

Raggiunto il presidente russo, Vladimir Putin al Cremlino, Netanyahu ha sostenuto la necessità assoluta di una diminuzione delle forze di Rouhani in Siria, per evitare che il terrorismo islamico sciita guidato dall’Iran sostituisca quello sunnita.

Il presidente russo, Putin ed il premier israeliano, Netanyahu

Stando a una nota ufficiale di Mosca, Putin ha discusso di sforzi comuni per combattere il terrorismo internazionale e di cooperazione bilaterale, sulla scìa degli accordi presi due anni fa per il coordinamento delle azioni militari in Siria contro il rischio di nuovi scontri.

Resta da capire quali siano le reali intenzioni di America e Russia nel disegno degli equilibri mediorientali. Se alla prima spetta la decisione di mettere all’indice i Pasdaran e dichiarare praticamente guerra agli Ayatollah, alla seconda tocca il compito di chiarire i suoi rapporti con il regime di Rouhani, attualmente suo alleato ad Aleppo insieme alla Turchia per il monitoraggio della tregua nel Paese.

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