Kosovo, l’eterna lotta tra serbi ed albanesi-kosovari

Pristina (dal nostro inviato). I libri di storia hanno sempre definito i Balcani una “polveriera”. Lo scoppio della I Guerra mondiale, grazie ai notissimi fatti di Sarajevo dell’epoca (28 giugno 1914) quando  il nazionalista serbo Gavrilo Princip assassinò l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austro-ungarico e sua moglie ed il successivo lungo conflitto ha mutato, geopoliticamente, l’area. Con Stati dissolti e altri creati, si può dire, a tavolino.

L’attentato di Sarajevo (28 giugno 1914)

I fatti successivi alla seconda Guerra mondiale, la nascita della Repubblica socialista di Jugoslavia, il comunismo in Albania, la caduta delle dittature, le guerre balcaniche degli anni ’90 hanno tramandato alla storia contemporanea una serie di questioni ancora aperte.

Il viaggio in Kosovo, embedded con la missione KFOR (Kosovo Force) della NATO, è stato utile per  conoscere questo Paese per capire se 18 anni dalla fine della guerra ci siano stati cambiamenti.

La strada che dal moderno aeroporto di Pristina conduce a Villaggio Italia, dove ha sede la base del MNBG-W (Multinational Battle Group-West) di KFOR a guida italiana su base del 32° Reggimento Carri di Tauriano (Pordenone) comandato dal colonnello Stefano Imperia è un susseguirsi di supermercati, centri commerciali, officine di auto di marche per lo più tedesche, autolavaggi, pompe di benzina, banche e tanti monumenti dedicati ai combattenti albanesi-kosovari contro i serbi della recente guerra. Oltre ai piccoli cimiteri “di villaggio”.

Lo sviluppo effimero si scontra con il 65% dei senza lavoro di età tra i 25 ed i 35 anni. E la domanda, dunque, sorge spontanea: di cosa vivono gli albanesi-kosovari? Di molte rimesse dei tantissimi migranti in Europa e fuori del Vecchio continente. Nell’aereo che da Verona ci portava a Pristina ce ne erano moltissimi che tornavano nel loro Paese per periodi di vacanza. E poi, come accade in varie aree italiane, il lavoro nero la fa da padrone.

Ed i giovani sognano di fuggire dal Paese balcanico per raggiungere chi lo ha fatto prima, allontanandosi dalla guerra. Mete? Germania, Svizzera, Italia, Usa. Ma c’è il problema dei visti per uscire dal Paese che non ha trovato ancora alcuna soluzione.

Mentre l”Unione europea e la comunità internazionale vedono nel Kosovo un interessante luogo dove far investire le imprese.

Ma si deve prima stabilizzate le relazioni politiche con i serbi. E questo non è facile se basta la minaccia di far entrare al Nord del Kosovo un treno con i colori serbi rossoblù per far intervenire la Polizia locale al confine per contrastare eventuali superamento non autorizzato dei confini.

Così come la querelle giuridico-diplomatica che vede contro la Serbia ed il Kosovo per Ramush Haradinaj, esponente di spicco del Governo kosovaro, ex combattente dell’UCK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës , nome albanese dell’Esercito di liberazione del Kosovo).

Ramush Haradinaj, esponente di spicco del Governo kosovaro

Haradinaj è stato arrestato dalla Polizia francese il 4 gennaio all’aeroporto di Basilea-Mulhouse (zona francese) in base di un mandato di arresto internazionale emesso dalla Serbia nel 2004. E’ accusato di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità, nel 1998, quando era un comandante dell’UCK. Il Tribunale de L’Aja lo ha però assolto. Ma la Serbia non ci sta e chiede che l’ex militare sia estradato a Belgrado. La decisione spetta alla Corte d’appello di Colmar. In questa città di oltre 60 mila abitanti, capoluogo del dipartimento dell’Alto Reno nella regione Grand Est, Haradinaj è stato detenuto in custodia cautelare per una settimana e poi rilasciato su cauzione fin quando il tribunale non deciderà se estradarlo o meno. Se ciò avvenisse non sono esclusi scontri tra le due comunità, anche se molti sostengono che questo non accadrà perché la gente è stanca di conflitti. Vuole solo vivere in pace e progredire per far sì che il Kosovo possa, prima o poi, divenire uno Stato europeo in tutto.

Intanto, i serbi con il loro ministro degli Esteri di Belgrado, Ivica Dacic insistono, definendo Haradinaj “un criminale di guerra”.

Il ministro degli Esteri di Belgrado, Ivica Daci

Ma le questioni tra serbi ed albanesi-kosovari non finiscono qui. C’è aperta quella costituire le Forze Armate del Kosovo. Dacic ha detto che non si possono prendere decisioni senza i voti della lista filoserba del Kosovo (Srpska) che rappresenta al Parlamento di Pristina la minoranza etnico-culturale presente nel Paese. Per il ministro degli Esteri la costituzione delle Forze armate kosovare sarebbe illegale perché violerebbe la risoluzione 1244 del 1999, in quanto il controllo militare, per l’uomo politico, è affidato a KFOR. “Combatteremo – ha detto – contro questo, usando tutte le misure politiche”.

Un altro elemento di scontro politico è l’istituzione delle comunità municipali serbe. Un tema che viene passato ai raggi X della politica e della sicurezza nazionale ed internazionale. Perché, in Kosovo, sotto la cenere cd’è sempre un po’ di fuoco che potrebbe, malauguratamente, far incendiare la situazione.

LA MISSIONE KFOR DELLA NATO ED IL RUOLO DELL’ITALIA

A garantire la pace, oggi, nella parte occidentale del Paese ci sono i soldati italiani, austriaci, sloveni e moldavi guidati dal colonnello Stefano Imperia, comandante del 32° Reggimento Carri di Tauriano (Pordenone) che ha preso il posto del colonnello Giovanni Giagheddu. I reparti operano nell’ambito del Kosovo Force (KFOR).

Il 32° Reggimento, inquadrato nella Brigata Ariete, ed il 2° Reggimento Trasmissioni di Bolzano ha dato il cambio, lo scorso 9 dicembre, agli uomini e alle donne del 62° Reggimento Fanteria “Sicilia” di Catania e del 232° Reggimento Trasmissioni di Avellino.

Il passaggio della bandiera dei contingenti italiani

Nel periodo di permanenza in teatro operativo, i militari del 62° Reggimento Fanteria “Sicilia” hanno effettuato 1.111 pattuglie appiedate, 3.725 posti di osservazione e 1.457 pattuglie motorizzate, per un totale di circa 172 chilometri percorsi. Il Multinational Battle Group-West (NBG-W) ha realizzato nel corso del mandato anche numerosi progetti di cooperazione civile-militare, volti a supportare e contribuire a migliorare le condizioni di vita della popolazione locale. Oltre 115 sono stati i meeting con le autorità civili e religiose locali ed circa 20 le donazioni di materiale vario tra cui abbigliamento sportivo, attrezzature scolastiche e materiali informatici in collaborazione di alcuni “donors” italiani, operando in tal modo in tutte le 12 municipalità presenti nell’area.
Lo Stendardo del 32° Reggimento Carri torna così per la quarta volta in territorio balcanico, dopo aver partecipato per la prima volta all’Operazione “Joint Guardian” nel 2000.

La garanzia della pace è stata stabilita nel 1999 con la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ( http://www.nato.int/kosovo/docu/u990610a.htm) che autorizzò la presenza di una forza internazionale e di sicurezza a guida NATO con il compito di stabilire un ambiente sicuro (SASE) e la libertà di movimento (FOM) svolgendo una funzione di deferenza e conducendo allo stesso tempo il monitoraggio dei confini.

Il compito della KFOR è di continuare, in stretta coordinazione con le autorità locali e le le altre organizzazioni internazionali a garantire in tutto il Paese quanto stabilito dalla risoluzione, assistendo anche lo sviluppo delle capacità locali e supportando, con i propri mezzi e le proprie capacità, la comunità internazionale.

Il MNBG-W invece deve garantire la sicurezza del monastero ortodosso di Decane (in qualità di primo responsabile), mantenere un’adeguata situational awareness (Sa), deve supportare le organizzazioni di sicurezza del Kosovo come terzo responsabile ed assistere le istituzioni del Kosovo per mantenere un ambiente sicuro e garantire la libertà di movimento. In particolare, il MNBG-W ha la piena responsabilità di mantenere una presenza permanente al monastero per proteggerlo, rispondendo a qualsiasi violenza nell’area di Decane per mantenere un ambiente sicuro e la liberà di movimento, vicino al luogo sacro.

Decani. Il monastero serbo di notte

Decani, check point KFOR

Tra gli altri compiti del MNBG-W c’è anche la guardia alla base di Camp Villaggio Italia che viene garantita, a rotazione, dai quattro contingenti presenti: italiani, austriaci, sloveni e moldavi, il pattugliamento con i propri mezzi (SA patrols) per controllare i siti religiosi, i resettlements serbi ed i siti sensibili, e le pattuglie combinate con l’Esercito serbo al confine nord del Paese balcanico (cosiddette pattuglie Synchro ABL) per contrastare attività illegali e supporto un ambiente sicuro.

Ci sono poi le pattuglie joint operate con la Kosovo Border Police.

Pattuglie miste forze KFOR e Polizia kosovara

Inoltre, il MNBG-W deve garantire una forza di reazione rapida (QRF) e l’addestramento come quello di ordine pubblico per incrementare le capacità operative e l’interoperabilità con tutte le unità di KFOR.

Esercitazione KFOR antisommossa

 

In base agli accordi con le autorità locali, molti monasteri serbi sono passati sotto il controllo della Polizia kosovara, anche se i militari italiani nei loro giri di pattuglia verificano che i poliziotti controllino i luoghi assegnati e che non siano segnalati problemi né di ordine pubblico né di danneggiamento dei siti stessi.

Il Comando italiano del MNBG-W su base del 32° Reggimento Carri costituisce il framework del comando multinazionale che ingloba al suo interno militari di altri reggimenti dell’Esercito, dell’Aeronautica militare e dell’Arma dei Carabinieri. Inoltre, dispiega una compagnia di manovra italiana tratta dal 32° Reggimento Carri, alle cui dipendenze operano con un plotone militari moldavi. Inquadra poi un gruppo di aderenza per il sostegno logistico, tratto dal Reggimento logistico Pinerolo, di stanza a Bari.

 

Infine, inquadra una compagnia delle trasmissioni per il supporto specifico alla missione, proveniente dal 2° Reggimento trasmissioni alpino di stanza a Bolzano.

 

Infine, il Multinational Battle Group-Ovest inquadra una cellula Cimic che si occupa di coordinare e di svolgere attività di cooperazione tra il comandante e la popolazione, le autorità locali, le organizzazioni internazionali, quelle governative e non governative (Ong). Il tutto per creare e sostenere le condizioni che facilitano l’assolvimento della missione militare che deve essere inserita nel più ampio contesto del comprensive approach ovvero del sistema Paese. Tra le tante attività c’è da segnalare la donazione di medicine. In particolare, i militari italiani della missione Joint Enterprise insieme all’onlus italiana Perigeo hanno donato alle farmacie ospedaliere kosovare, consegnando 2800 contenzioni di farmaci per curare la psoriasi. La distribuzione ha interessato gli ospedali di Pristina, Gjakova, Peja, Prozren e Mitrovica.

LA PRESENZA DI JIHADISTI

La lotta della Polizia kosovara al jihadismo è iniziata nel 2009. Fino a pochissimi anni fa non c’erano leggi specifiche, oggi sì. E per chi è riconosciuto colpevole la pena prevista è quella dell’ergastolo. Lo scorso 8 febbraio il quotidiano kosovaro “GazetaExpress” ha pubblicato un articolo nel quale ha difuso la notizia della morte del kosovaro Ridvan Haqifi, nato a Dobercan nel 1990.

Dal luglio 2014 Haqifi era impegnato nella guerra in Siria ed Iraq . Il suo viso è stato mostrato in un video agli inizi del giugno 2015, nel quale annunciava attacchi futuri nei Balcani per “vendicare l’umiliazione subita dai musulmani in Kosovo, in Albania e in Macedonia).

Haqifi in Siria ed in Iraq avrebbe comandato alcuni albanesi per sostituire Lavdrim Muhaxheri nato a  Kacanik nel 1989 alla guida di quella che è stata chiamata la Brigata balcanica dell’Isis.

E, grazie ad una azione svolta in stretto coordinamento fra i militari italiani del Multination BattleGroup West (MNBG-W) e la Polizia kosovara è stato sequestrato a Pec-Peja un considerevole quantitativo di armi e munizioni.

La tempestiva segnalazione deimilitari italiani dell’Esercito di guardia alla base di Villaggio Italia ed il successivo intervento del nucleo Carabinieri di Polizia Militare del MNBG-W ha consentito di fermare, nei pressi della istallazione militare, due kosovari chesi aggiravano con fare sospetto. A seguito di successivi controlli effettuati dalla Polizia kosovara sono stati sequestrati diversi fucili fra cui AK-47, fucili semiautomatici Caliber, fucili Sovarc, alcune pistole, baionette, coltelli, serbatoi e colpi di diverso calibro. Nel corso delle indagini sono state deferite alla locale Autorità giudiziaria sette persone, di cui cinque arrestate e due dichiarate in stato di libertà.

 

 

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