Kosovo, padre Sava (abate di Decani): “No alla creazione di Stati etnici”

Decani (dal nostro inviato). Varchiamo il portone del monastero ortodosso di Visoki Decan, situato ai pendii delle montagne di Prokletije, nella parte occidentale del Kosovo.

Il check-point della KFOR prima di entrare al monastero ortodosso

Ed entriamo un luogo di pace, lasciando fuori da queste mura le uniformi dei soldati del contingente del Multinational Battle Group -West della KFOR (Kosovo Force) a guida italiana per ammirare la bellissima chiesa ricca di affreschi del 14° secolo e che custodisce, tra l’altro, il sarcofago intagliato del re Stefan Uros III Decanski, ovvero di Decani, considerato santo dai serbi che fede erigere il monastero del Cristo Salvatore.

L’esterno del monastero di Decani

 

Vi vivono una trentina di monaci dediti alla scultura, alla pittura delle icone, all’agricoltura. Nel 2004, l’UNESCO ha inserito il monastero nella lista dei monumenti dichiarati comune eredità universale, citando i suoi affreschi come uno degli esempi della cosiddetta rinascita dei Palaeologi della pittura bizantina e in un’annotazione un sito importante della vita del quattordicesimo secolo.

Reportdifesa.it, in esclusiva, ha intervistato padre Sava Janjic, abate del monastero, considerato a livello politico-diplomatico una delle figure più importanti nel rapporto tra serbi ed albanesi-kosovari.

Un momento dell’intervista con padre Sava

Padre Sava, a 18 anni dalla guerra cosa è cambiato nel rapporto tra serbi ed albanesi-kosovari?

La situazione non è stabile. Oggi non abbiamo siti serbi distrutti, mentre nel dopoguerra sono stati distrutti siti della chiesa ortodossa serba.

Anche il vostro monastero è stato attaccato?

Sì, è stato attaccato almeno quattro volte a colpi di razzi nel 2000. Nel 2004 sono state lanciate granate. Nel 2007, con un Rpg è stato colpito il muro di recinzione del monastero stesso. L’autore , un kosovaro-albanese è stato arrestato. Era un abitante di un villaggio di un paese limitrofo ed ha fatto due anni di carcere. Un altro incidente è accaduto nel gennaio del 2016, dove furono arrestate quattro persone che, secondo le notizie riportate, avevano legami con l’ISIS. Nella loro auto furono trovati testi islamici. Dalla missione delle Nazioni Unite, UNMIK (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo è l’amministrazione provvisoria da parte dell’ONU In Kosovo, decisa il 10 giugno 1999 dal consiglio di Sicurezza con la risoluzione 1244 ndr).

Abbiamo poi saputo che, il giorno dopo il loro arresto, sono stati rilasciati. Voglio darle un dato. Abbiamo oltre 200 mila kosovari non di etnia albanese che girano per la Serbia. Oltre alla comunità rom e ai gorani e ai bosniaci. Non sono riusciti a rientrare in Kosoov perchè non state poste le condizioni per il rientro. Secondo i nostri dati, tra i 4 ed i 5 mila serbi sono riusciti a rientrare.

Molte di queste persone non sono ritornate perchè le loro case sono state distrutte ed i terreni occupati. Oggi i serbi per lo più vivono nelle municipalità a maggioranza serba che fino a qualche tempo venivano chiamate enclavi serbe. Stimiamo che, nel sud del fiume Ibar, vivano circa 70 mila abitanti di etnia serbi. In parte nord ci sono circa 50 mila abitanti serbi. La maggior parte dei serbi vive nel sud del fiume Ibar. Altri vivono in molte altre zone del Paese. La situazione non è male rispetto al passato. Ma c’è il pericolo che si aggravi. Perciò la presenza della KFOR è molto importante, specialmente in questo monastero.

Cosa costituisce, per i monaci serbi, la missione KFOR?

Ripeto, siamo molto grati alla missione della KFOR. E ringrazio i militari italiani, per quello che ha fatto per il nostro monastero, da 18 anni. Qui si proteggono i valori civili e quelli religiosi e culturali. Quello che è stato fatto rimane nella nostra memoria.

Quanto potrebbe aiutare il contributo della comunità politica internazionale a trovare una soluzione?

A Bruxelles sono in corso trattative tra serbi e kosovaro-albanesi. La situazione politica è complicata perchè la Serbia considera il Kosovo come una sua parte (provincia ndr) visto che è stabilito dalla stessa Costituzione.

Il Kosovo ha proclamato l’indipendenza nel 2008 con l’appoggio della maggior parte degli Stati, anche europei, esclusi però Spagna, Romania, Grecia, Cipro e Slovacchia. In questo modo, la comunità europea non può prendere nessuna decisione. Ci sono poi altri Paesi come la Russia e la Cina che non hanno riconosciuto il Kosovo e che fanno in modo da impedirne l’adesione alle Nazioni Unite, anche come Stato osservatore.

Già in occasione della guerra del 1999, tutto fu fatto senza il rispetto delle Nazioni unite…

Esattamente. Non sono però sicuro che tutti i Paesi europei erano d’accordo. Quello che che fu fatto lo si deve alle scelte della NATO.

All’epoca, l’Italia era filoserba…

Vero. Prima della guerra con il mio vescovo abbiamo girato per il mondo. Siamo stati negli Stati Uniti, in Francia, in Italia ed altrove. Volevamo capire quale fosse la situazione. Il nostro messaggio era che il regime di Milosevic era autocratico e che lui non era disposto ad un compromesso con gli albanesi del Kosovo. Tra i politici kosovari l’idea della secessione risaliva a molto tempo prima.

Per la maggior parte degli albanesi dei Balcani c’è sempre l’idea che devono vivere in un unico Paese (la cosiddetta “Albania etnica). Di contro ci sono i serbi che pensano che tutti i serbi devono vivere in un unico Paese. E così i croati. Alla fine tutto questo discorso ha fatto aumentare il problema. La Serbia è stata bombardata perchè ha cercato di proteggere i serbi in Serbia ed in Croazia. Secondo me, la soluzione del problema non è la creazione di Stati etnici, perchè così le guerre non avranno mai fine. Ritengo che Belgrado e Pristina devono continuare le trattative, partendo da questioni pratiche per poi analizzare gli altri temi. La preoccupazione principale dei serbi del Kosovo nel riconoscere l’indipendenza del Kosovo è che lo vedovo ancora come uno Stato etnico.

Cosa intende per cose pratiche, quando parla della trattativa tra Belgrado e Pristina?

Penso alla gestione comune della frontiera, dal punto di vista amministrativo. Penso alle telecomunicazioni, alla soluzione per le targhe delle auto, a quelle per i titoli di studio, alla lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo. E’ vero che la Serbia non è disposta a parlare dello statuto del Kosovo perchè la maggior parte della popolazione serba è contraria ad esso. Un elemento molto importante nelle trattative è la creazione delle municipalità serbe in Kosovo.

Un conto è parlare di associazione, un conto è parlare di comunità (che ha uno statuto esecutivo ndr). La comunità serba vuole avere il suo futuro in Kosovo. Il voto non è stato possibile all’interno del Parlamento di Pristina perchè scoppiarono degli incidenti tra gli stessi parlamentari. Il problema è ora stato esaminato dalla stessa responsabile della politica estera europea, Federica Mogherini.

Padre Sava, a proposito del ruolo della diplomazia, quanto quella della Santa Sede può aiutare il dialogo?

La diplomazia vaticana è sempre importante. Qui era molto attiva la Comunità di Sant’Egidio con monsignor Paglia che ha provato a mediare sia prima della guerra che dopo tra Milosevic e Rugova. Ma dopo la guerra non c’è stata nessuna attività. Monsignor Paglia intende visitare il Kosovo ed io lo voglio incontrare. Il Vaticano vuole che i cristiani europei si avvicinino e che siano superate le differenze tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa. Ma i problemi persistono, basti pensare ai rapporti tra serbi e croati. Mentre con gli italiani non ci sono problemi, con i croati sì. Perchè durante la II Guerra mondiale il movimento nazionalista croato deportò i serbi e gli ebrei.

Attualmente la Chiesa cattolica vuole proclamare santo monsignor Alojzije Viktor Stepinac, arcivescovo e cardinale croato nella seconda guerra mondiale (una figura molto controversa nella storia balcanica ndr). Papa Francesco ha creato una commissione mista tra le due Chiese per trovare una soluzione. Negli ultimi anni il movimento nazionalista croato degli ustascia sta prendendo di nuovo piede. Il Governo croato, sfortunatamente, non trova soluzioni.

La pace nei Balcani ci può essere solo se non ci sono più nazionalismi?

Il nazionalismo è il primo nemico per la pace. I Balcani sono un intreccio di tante culture e di tante fedi. Sfortunatamente abbiamo perso molto dalle guerre degli anni ’90. L’unica via è l’integrazione nell’Unione europea. Gli stessi Stati Uniti sono involuti in se stessi. Per questo l’Europa deve rafforzarsi al fine di mantenere salda l’idea di un’Europa unita. Senza una presenza forte dell’Europa avremo sempre più interferenze della Turchia, dell’Arabia saudita e della Russia.

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