Libia, l’annuncio della sconfitta dello Stato islamico in Siria preoccupa il Paese nord africano. Riflettori accesi sulle attuali evoluzioni dell’IS nella regione

Di Giusy Criscuolo

Tripoli. L’annuncio della sconfitta dello Stato Islamico in Siria, preoccupa molti Paesi del Nord Africa. Tra questi, a risentire particolare tensione per la notizia, la Libia. Paese, che nonostante la continua lotta, condotta dal LNA per estirpare i combattenti, rimane nel mirino dei reduci e delle cellule nascoste del Califfato.

La presenza di milizie jihadiste continua a preoccupare la Libia

L’annuncio della vittoria sulle ultime sacche di DAESH, nel villaggio siriano di Baguoz, inizia a far smuovere gli animi. Non tutti festeggiano l’ipotesi di una sconfitta del Califfato, perché gli oltre 3 mila combattenti dell’IS, che si sono arresi, adesso aspettano silenziosi, di essere rimpatriati per ricostituirsi al meglio.

Per gli studiosi del fenomeno terroristico, questa sconfitta, subita dall’organizzazione in Siria, non significa la fine della stessa, anche se il colpo inferto ai combattenti non lascia molte speranze ai seguaci.

A spaventare, è la presenza di molte cellule, che si sono infiltrate in tutto il mondo, diventando una minaccia per la sicurezza dei Paesi in cui si sono nascosti. Inoltre, sembrerebbe che l’IS, abbia mantenuto alcune delle piccole sacche nel deserto tra Siria e Iraq.

In Libia, dove l’organizzazione ha subito un duro colpo tra Bengasi, Sirte e Derna nel 2016, i militanti hanno iniziato a confinarsi e a riunirsi nel Sud del Paese, sotto il nome di “Esercito del deserto”, alleandosi con le bande di contrabbando del Ciad e provocando una ferita nella regione.

Anche dopo, che le truppe dell’Esercito Nazionale, nel processo di liberazione del Sud, hanno ucciso molti dei suoi sostenitori e li hanno espulsi, le preoccupazioni non sembrano essere diminuite.

Preoccupazioni legittimate da un terrore, dettato da un’organizzazione i cui militanti, sono fuggiti da uno Stato all’altro, infiltrandosi nelle aree morbide e scoperte e che hanno permesso loro, di disporre di un ambiente di incubazione.

Questo gli ha permesso di iniziare ad attuare i loro piani, adottando una struttura formata da combattenti ben addestrati e collegati a leader sparsi in diverse aree geografiche dell’Asia orientale, dell’Africa settentrionale come la Libia, il Sinai e il Ciad.

Il DAESH si è allargato a macchia d’olio

A sostenere questa teoria e ad alimentare i timori, il recente dossier statunitense, del Centro antiterrorismo di West Point, che ha pubblicato nei giorni scorsi, un rapporto sull’ “attivazione dell’organizzazione dello Stato islamico in Libia e sulla guerra di logoramento scoppiata dopo il 2016”.

Stando a quanto pubblicato, l’organizzazione terroristica di DAESH in Libia è passata da una fase di presunto stato ad una di organizzazione di guerriglia.

Il gruppo terroristico ha adottato nuovi metodi di reclutamento ed ha avuto accesso a finanziamenti provenienti principalmente dalla zona sub-sahariana. Zona che starebbe rifornendo, in modo cospicuo, i gruppi presenti nel territorio, specialmente dopo le sconfitte subite dal Califfato in Iraq e in Siria.

Sempre secondo l’analisi condotta dal Centro, la sconfitta di DAESH a Sirte e le continue vittorie raggiunte dall’Esercito Nazionale nel Sud, hanno paralizzato il movimenti dei gruppi e la loro capacità di operare e diffondersi nel Fezzan.

Dopo un’attenta analisi e uno studio approfondito, condotto sulla specificità del tema, sembrerebbe che l’organizzazione abbia iniziato ad adottare la strategia del logoramento, che risulta essere ad alto impatto e a basso costo. Questo minaccerebbe la stabilità del processo di pace in Libia e contribuirebbe a non riconoscere il futuro lavoro delle istituzioni statali.

Questa conclusione è stata raggiunta dopo aver analizzato e osservato, che gli attacchi terroristici operati da DAESH tra il 2017 e 2018, hanno preso di mira le principali istituzioni statali.

Attacchi questi, che hanno creato ulteriore disagio in una realtà già ampiamente provata e hanno messo a nudo alcune lacune sulla sicurezza delle istituzioni. Questo ha permesso ai terroristi, di manifestare la propria esistenza sul territorio, facendo nascere il timore e la consapevolezza di un pericolo costante. Questo, nonostante le entrate e i finanziamenti limitati.

Nell’analisi, si evince che il gruppo di DAESH, eliminato dalla città di Sirte, nel dicembre del 2016, ha lasciato dietro di se degli strascichi, che hanno portato ad una silente e strisciante guerra di logoramento, attraverso la quale è stato possibile, fino ad oggi, bloccare la costruzione dello stato libico.

Mappa dell’IS in Libya nel 2016

Negli ultimi due anni, il gruppo è stato in grado di “trasferirsi” e passare alle fasi del recupero per ricostruirsi più forte all’interno di una nuova organizzazione terroristica.

Come abbiamo già affrontato in un altro articolo, pubblicato il 5 novembre 2018, http://www.reportdifesa.it/libia-lisis-starebbe-cambiando-la-sua-tattica-di-attacco-per-riconquistare-terreno-nel-paese-nord-africano/, l’IS sta adottando nuove tecniche, prediligendo gli attacchi alle istituzioni statali e nelle zone del deserto sud occidentale.

Nel rapporto, si sottolinea come le due campagne di attacco, costituiscano una minaccia significativa per qualsiasi progresso futuro utile alla costruzione dello Stato Libico.

A quanto si apprende nel report, nonostante il riposizionamento dell’organizzazione in Libia, i gruppi terroristici devono affrontare molti ostacoli.  Il più imponente è quello creato dall’Operazione “Karama”, condotta dal Feldmaresciallo Khalifa Haftar, per liberare la Libia meridionale, operazione questa, che ha permesso la riapertura dei giacimenti petroliferi.

Sulla scia creata dagli interventi del LNA (Libya National Army), l’organizzazione si trova davanti ad un bivio. Le strade da percorrere sarebbero due: Estirpazione definitiva delle cellule terroristiche o nuovo rinvigorimento, dovuto alle stesse operazioni condotte dal LNA nel sud.

Mappa dell’IS in Libya nel 2017

Ad oggi è ormai appurato, che l’organizzazione di DAESH, sta affrontando delle gravi perdite nel Fezzan, ma questi attacchi, condotti dai militari di Haftar, secondo il report, potrebbero fornire all’organizzazione, l’opportunità di sfruttare lo scisma sociale e perpetuare l’instabilità.

Negli ultimi due anni, lo Stato islamico in Libia è gradualmente emerso come una formidabile forza ribelle, dopo aver perso a Sirte nel 2016, il gruppo ha adottato nuovi metodi di reclutamento e finanziamento.

L’organizzazione ha iniziato così a contare su individui provenienti dall’Africa subsahariana e allo stesso tempo ha approfondito le sue relazioni con le reti di contrabbando nel deserto libico, che collega il Nord Africa alla costa. Nel rapporto si legge che la struttura di Daesh è passata da “state-like” a “guerrilla warfare”.

Tutti questi cambiamenti confermano che lo “Stato islamico” in Libia è diventato una realtà effettiva ed ha una grande capacità di adattamento. Queste caratteristiche mettono in discussione la capacità e la flessibilità delle istituzioni di sicurezza esistenti nel Paese Nord Africano.

Nel rapporto, non sono mancati i riferimenti ai tre importanti attacchi alle istituzioni statali nel 2018 e alle campagne condotte e intensificate nel deserto.

La strategia del logoramento, adottata dall’IS in Libia, minaccia l’emergente stato di progresso verso la pace e la prosperità del Paese.

Nella prima parte del rapporto, vi è una panoramica generale sull’emergenza dell’Organizzazione dello Stato islamico in Libia dal 2014, e di come il gruppo si sia evoluto e sia diventato più stabile a causa delle dinamiche politiche del Paese, soprattutto dopo il rovesciamento del regime di Gheddafi nel 2011. L’obiettivo pratico dell’organizzazione dopo il 2016 è stato quello di impedire la creazione di uno Stato libico sovrano.

Mappa dell’IS in Libya nel 2018

Nella seconda parte del rapporto, vengono trattate le due campagne terroristiche simultanee, svolte dall’organizzazione dopo la sua partenza da Sirte nel 2016. Da un lato gli attacchi contro le istituzioni statali e dall’altro le campagne del terrore condotte nel deserto. “Dall’inizio del 2017, lo Stato Islamico in Libia ha intrapreso una strategia di nikayah o “guerra di logoramento”, come suo nuovo principio militare. Arrivando a dichiararlo esplicitamente nel 2018. Ciò rispecchia gli sviluppi strategici dell’organizzazione nel Levante, dopo che lo Stato islamico ha perso la sua territorialità. Nel 2018-2019, lo Stato Islamico, attraverso le azioni e attraverso le dichiarazioni della Libia stessa, ha lasciato intuire che per il momento, non mira più a conquistare o mantenere il territorio. Piuttosto, sembra aver deliberatamente fatto ritorno alla prima fase di attività insurrezionale dello Stato Islamico, definita “Vex and Exhaust” dal teorico jihadista Abu Bakr Naji…”.

Nella terza parte, viene chiarito come, queste campagne, necessitano di denaro e risorse umane e di una struttura organizzativa appropriata. In precedenza, secondo quanto appreso nel report, il gruppo ha speso la maggior parte delle sue risorse per governare e terrorizzare, portandolo alla conseguente perdita di Sirte. Pertanto, per comprendere come lo Stato islamico in Libia, sia potuto risorgere, si sono analizzate le sue nuove fonti di finanziamento e di reclutamento.

Attacchi violenti operati dall’IS in Libya tra il 2017 e il 2018

Lo sguardo degli studiosi, si è concentrato su come, lo Stato Islamico Libico, si sia sforzato di reclutare e comporre un nuovo gruppo, e di come si sia progressivamente dissociato dalla sua organizzazione madre nel Levante. Gli analisti, hanno compreso come, il suo organigramma, apparentemente, si sia spostato dalle strutture “statuali” a quelle di “guerriglia”, mentre si è trovata a condurre una guerra di logorio a basso costo e ad alto impatto. Nel report si legge:

“Le due campagne dello Stato Islamico in Libia applicano tattiche diverse, ma condividono una caratteristica comune. Entrambi sono eseguibili da un numero limitato di combattenti, mentre continuano a fornire risultati di grande impatto. Utilizzando la propria struttura, ha impiegato attacchi con scariche a basso costo (nel deserto) e attacchi spettacolari (sulla costa). Lo Stato islamico in Libia è stato in grado di mantenere la sua presenza in Libia e indebolire i suoi nemici, nonostante il suo numero limitato, le entrate autofinanziate e la perdita delle sue precedenti ricchezze.

Finanziamento

Sebbene non sia più in possesso delle sue decine di milioni di dollari reperiti da rapine in banche, né in grado di finanziare il suo preventivo budget di milioni di dollari al mese in salari, attraverso la tassazione dei territori controllati durante il 2015-2016, lo Stato Islamico in Libia continua ad monetizzare, attraverso l’estorsione operata su civili, attraverso posti di blocco temporanei,  rapimenti a scopo di estorsione, raid su avamposti di sicurezza locali, e di intraprendere attività di contrabbando illegali. Il gruppo probabilmente conserva una parte minoritaria delle somme accumulate a Sirte ed elaborati dal suo Dar al-Muhasaba (contabilità), anche se l’importo esatto rimane sconosciuto. L’organizzazione continua inoltre a partecipare al contrabbando di migranti e ad altri tipi di contrabbando. La sua presenza al sud della Libia, ha contribuito a facilitare l’aumento del traffico di migranti, il tutto per compensare le perdite economiche.

La dipendenza dai combattenti stranieri

Impiegando tattiche militari che richiedono solo piccole unità, lo Stato islamico in Libia dopo Sirte, è stato in grado di massimizzare il suo impatto nonostante l’adesione limitata. Alla conclusione del 2018, secondo AFRICOM, lo Stato islamico contava ben 750 membri in Libia. Non c’è stato un notevole afflusso, come si temeva una volta, di jihadisti esperti che fuggivano dal Levante dopo la caduta di Mosul e Raqqa. Infatti, nel corso degli ultimi due anni, lo Stato Islamico in Libia sembra essere diventato quasi autonomo. Sia per la tipologia dei combattenti, sia per una prospettiva di comando e controllo più decentrata dall’ Islamic State. In parte, ciò potrebbe essere dovuto all’esaurimento – attraverso la morte o l’arresto – di figure di spicco del gruppo, che avevano legami consolidati con il Levante. Un esempio potrebbe essere, quello di Abdelhakim al-Mashout, che aveva precedentemente combattuto con lo Stato islamico in Siria prima di tornare in Libia …”.

Nella quarta ed ultima parte della relazione, viene trattato il futuro dello Stato islamico nel Paese nord africano. Nonostante i recenti successi operati dalle forze della “Karama” nel Sud e che minacciano la capacità dell’organizzazione dello Stato islamico, di operare nella regione di Fezzan, le forze di DAESH potrebbero costituire, nel 2019, una minaccia maggiore per la costruzione dello Stato libico. Minaccia, questa, ancora più pericolosa di quella del 2016 su Sirte. All’interno del report si evince come l’IS, durante il suo picco di potere nel 2016 sia stata in grado di controllare il 5% del territorio libico rispetto al governo di accordo guidato da Al-Sarraj.

Anche se, durante il suo apice, l’organizzazione non è stata in grado di lanciare attacchi di grandi dimensioni come quelli lanciati nel 2018, rappresentati da tre attacchi principali a Tripoli, oltre a una serie di attacchi volti a contrastare l’emergere dello stato e dei servizi di sicurezza nel sud.

لا داعش – No Daesh

Il rapporto si conclude con la dichiarazione, che l’organizzazione terroristica sta minacciando seriamente il percorso della Libia verso la pace e la prosperità.

Va sottolineato che sarebbe un errore imperdonabile se, la comunità internazionale, continuasse a spingere verso la riconciliazione politica senza prestare sufficiente attenzione ai “nuovi combattenti” intrecciati all’economia illegale della Libia e alla minaccia di un satellite dello Stato islamico in ripresa.

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