Le conclusioni del XI Regional Seapower Symposium di Venezia

Venezia (dalla nostra inviata). Le sfide da affrontare sono chiare e la parola d’ordine è stata “cooperazione”. Dopo tre giornate di intenso dibattito, si è conclusa, nella Sala Squadratori dell’Antico Arsenale di Venezia, l’undicesima edizione del “Regional Seapower Symposium of the Mediterranean and Black Sea”. Il tema di quest’anno “Le Marine oltre i ruoli tradizionali: proiettare stabilità e sicurezza dal mare con impegni coesi, coordinati e condivisi” ha consentito di analizzare, secondo un approccio comprensivo e collaborativo, il ruolo delle marine moderne all’interno dello scenario che caratterizza le aree marittime di interesse strategico. Un’occasione di importante confronto internazionale che si è posta l’obiettivo di fornire risposte adeguate alle nuove sfide che provengono dal mare, o dalla terraferma si proiettano su di esso. Sfide i cui effetti influiscono sulla sicurezza e sul benessere collettivo in quello che viene definito il “Blue Century”, il secolo della crescita blu e dell’economia correlata alle risorse del mare.

 

L’Antico Arsenale di Venezia

Quest’anno il Simposio ha visto la partecipazione di 47 marine, di cui 29 sono state rappresentate dai rispettivi Capi di Stato Maggiore, e di 11 organizzazioni nazionali e internazionali. Da sottolineare l’adesione di Australia, Canada, Iran, Indonesia, Kuwait, Sri Lanka, Pakistan e Arabia Saudita, presenti per la prima volta al Simposio. Un’estensione dell’interesse per questo forum internazionale, oltre i tradizionali confini, che riflette la dimensione sempre più globale assunta dalla sicurezza marittima in questo periodo storico. La presenza allargata anche a paesi non proprio amici ha costituito, così, una preziosa occasione di scambio e confronto che, al di là delle tematiche discusse nelle diverse sessioni, ha lasciato spazio a incontri informali volti a rafforzare o, in alcuni casi, a porre le basi di una fiducia reciproca.

Nell’ambito delle attività collaterali al Simposio sono da sottolineare: l’ingresso ufficiale del Cile nel progetto Trans-Regional Maritime Network, la revisione strategica delle attività collegate all’Iniziativa Adriatico-Ionica (IAI) e la prima riunione dei Capi delle marine dei Paesi del G7. Un incontro, avvenuto a bordo del Vespucci, organizzato in occasione della presidenza italiana del Simposio che, come ha affermato il Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio di Squadra Valter Girardelli, «ha visto l’attenzione focalizzarsi sulla sicurezza marittima» e le cui risultanze saranno presentate a novembre nell’ambito del gruppo di indirizzo ad alto livello diretto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

«Unire le capacità, proiettandole su scala sempre più ampia», «investire sulla fiducia reciproca» e «adottare un approccio congiunto tra diverse forze armate». È questa, nelle parole dell’Ammiraglio Girardelli, la ricetta per «affrontare le sfide della blue dimension». A conclusione del Simposio, il Capo di Stato maggiore della Marina ha posto l’accento sulle criticità dello scenario in cui ci si trova ad operare. La prima è la connotazione multidisciplinare che assunto il mare dove «ci sono molti operatori, a partire dalle Ong, che spingono nella stessa direzione» e questo comporta «il rischio di sovrapposizione di attività ed aree grigie» per affrontare le quali «sono necessarie sinergie, che possono essere risolte da un coordinamento delle Marine». Un altro tema da affrontare, per Girardelli, è poi il fenomeno «delle diverse legislazioni, riguardo al quale è necessario adeguare lo scenario legislativo internazionale a quello marittimo attuale».

 

«Defence capacity building e cultura joint», il messaggio del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Claudio Graziano

«In un mondo globalizzato singole nazioni e singole organizzazioni da sole non possono risolvere i problemi». Un concetto ormai chiaro, secondo il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Claudio Graziano, a tutte le forze armate.

Dal palco dell’Antico Arsenale, Graziano, ha ricordato l’abilità di Venezia che in passato è stata in grado di
«proiettare un sistema Paese fatto di economia mercantile, diplomazia avanzata e di capacità di negoziare politicamente e diplomaticamente con il mondo. Una proiettabilità, espressa in termini marittimi, che riusciva a travalicare le dimensioni geografiche portando cultura, arte e commercio, arrivando, per un certo periodo della storia, a dominare il Mediterraneo».

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«Se in quel momento le Repubbliche marinare italiane si fossero unite avrebbero potuto cambiare la storia» ha affermato Graziano. Un esempio per sottolinearl’importanza che, soprattutto oggi, rivestono la «cultura joint» e la «cooperazione internazionale» che all’epoca mancavano.

Oggi che i problemi internazionali sono globali, per il Capo di Stato Maggiore della Difesa, «si rendono necessarie una maggiore cooperazione joint e combined e la realizzazione di un più efficace sistema di relazioni internazionali». È questo, per Graziano, l’unico modo per combattere anche la stessa «espansione dei fenomeni terroristici e degli estremismi violenti che dalla Filippine attraversano, in una sorta di arco virtuale, il mondo per spingersi ai Caraibi».

L’area euro-atlantica e mediterranea è, senza dubbio, quella in cui confluiscono le maggiori crisi dell’attuale scenario geopolitico. «Crisi che vanno dal Golfo di Aden alle tensioni della Corea e che – continua Graziano – nel settore euro-mediterraneo si traducono in fenomeni criminali, guerre civili, radicamento del terrorismo, dell’insurrezione trans-nazionale e proselitismo militare. Fenomeni che, in tutto il sud dell’Europa, si trasformano nell’immigrazione clandestina». Su questo tema, Graziano, ha citato i risultati ottenuti grazie agli sforzi volti al contenimento di tali flussi che hanno visto «una risposta collettiva e coordinata del sistema Paese in ambito marittimo, la cooperazione tra ministeri, l’addestramento e la formazione della Guardia costiera». Ma non basta. Per il Capo di Stato Maggiore della Difesa «oltre a Sophia ci sono molte altre missioni bilaterali e multilaterali che noi vorremmo venissero meglio coordinate perché crescano in efficacia e in sistema positivo ma soprattutto devono essere coordinate come risposta globale nelle diverse forme». «Anche se si sono ridotti i flussi – ha aggiunto Graziano – sappiamo che le migrazioni clandestine possono essere probabilmente controllate ma non arrestate». Alla loro origine, oltre alla fragilità economica di molti stati, vi sono problematiche che derivano dalla «fascia terrrestre», in modo particolare, dalla «fascia del Sahel dove tutti i paesi stanno guardando per individuare una risposta globale».

Tra le minacce al sud, Graziano ha citato «terrorismo, criminalità organizzata e traffici illegali che vanno dagli essere umani al narcotraffico» ricordando che «la stessa guerra in Afghanistan al 50 percento è prodotta dal traffico illegale di stupefacenti». Per contrastare e controllare questi fenomeni l’unico modo, secondo Graziano, è «un progetto che in ambito nato si chiama Defence Capacity Building, che vuol dire assistenza, vuol dire cooperare con le forze armate e con i sistemi di sicurezza di quei paesi per metterli nelle condizioni di affrontare le operazioni. Non vuol dire solo andare e addestrare ma andare e far sì che le loro forze diventino in grado di operare». «È quello che stiamo facendo in Iraq e stiamo cercando di fare in Libia – ha detto Graziano – andando lì per far sì che le loro forze siano in grado di operare». «In tutto questo – ha concluso – è importante la migliore coordinazione, perché le minacce che contrastiamo sono multiformi e richiedono una risposta generale interforze che sia efficace. Perché c’è stata una crescita e un miglioramento, ma va costruito un sistema efficace di risposta per i prossimi vent’anni».

 

«C’è volontà politica per la cooperazione», l’intervento del ministro Roberta Pinotti a Venezia

«Credo che tutti noi dobbiamo sentirci chiamati in causa con una sola identità, un’unica visione, una prospettiva comune, nella gestione del nostro mare Mediterraneo, in modo che esso possa continuare a essere “cerniera” per relazioni cooperative e non “barriera” per distruttive». È questo il messaggio che il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha rivolto, in particolare, ai Capi delle Marine presenti al Simposio invitandoli come rappresentanti dei loro Paesi a «sensibilizzare le comunità e le istituzioni nazionali sull’importanza del confine meridionale» del loro, del nostro, Continente.

«Solo quando avremo avvicinato l’Africa all’Europa e spento gli incendi che divampano nella sponda sud potremo dirci veramente sicuri. Solo quando avremo ridotto la faglia politica apertasi nel Mediterraneo che alimenta intolleranza, discriminazione e altri fattori di rischio per la stessa tenuta dell’Europa potremmo ritenerci soddisfatti», ha affermato il Ministro. Ricordando le sfide che presenta il Mediterraneo, la Pinotti ha sottolineato l’azione dell’Italia «fortemente impegnata sia attraverso iniziative politiche e diplomatiche, sia mettendo a disposizione risorse militari, umane e finanziarie». Il ministro della Difesa ha parlato del ruolo dell’Italia in Libia, dove il nostro Paese «si sta assumendo crescenti responsabilità con il parallelo obiettivo della stabilizzazione politica del Paese e del contenimento dell’immigrazione clandestina». Un impegno che l’Italia ha assunto «perché riteniamo che la stabilità di questo Paese sia una delle chiavi della sicurezza dell’area del Mediterraneo e perché riteniamo che una fragilità delle istituzioni libiche possa avere un impatto anche sugli stati confinanti». «Il nostro Paese – ha aggiunto il Ministro – sta utilizzando tutti gli strumenti a disposizione per orientare anche la Nato verso il sud e per sostenere con determinazione il progetto di difesa comune europea».

Parlando con i giornalisti ha poi affermato che «oggi la sicurezza ha minacce globali e la costruzione di sicurezza può avvenire soltanto se riusciamo a rispondere globalmente a queste minacce. Esistono ovviamente crisi regionali, ma sono crisi che sono interconnesse a situazioni che si creano in altre aree. Pensiamo ad esempio all’Africa, il problema non è certamente soltanto la sponda sud del Mediterraneo, i problemi sono in tutto il continente ma si riversano poi su quella sponda. Per le Marine di tutto il mondo lavorare insieme significa scambiarsi livelli di conoscenza per costruire una sicurezza condivisa. Nel mare gli interessi nazionali possono essere colpiti ovunque pensiamo alla lotta alla pirateria, avviene lontano da noi ma per mantenere gli interessi nazionali, la possibilità per le nostre navi di andare liberamente in mare. Quindi diciamo che nella dimensione marittima questa interconnessione è ancora più evidente». Su questi temi le abbiamo chiesto un commento a margine del Simposio.

 

 

Ministro, in questi giorni la parola d’ordine al Simposio è stata cooperazione, le Marine militari sono convinte che sia essenziale per affrontare le nuove sfide. Ma da parte dell’Italia e, soprattutto, degli altri Stati, c’è la volontà politica di metterla in atto?

«Sì, c’è una rinnovata volontà di cooperazione. Lo vediamo soprattutto per quanto riguarda il tema della difesa europea che era un tema che, comunque, era fermo ai convegni da molti anni. Ora si è rimesso in moto e molto probabilmente il lavoro che stiamo facendo, in particolare insieme alla Francia, alla Germania e alla Spagna porterà a dicembre, quando ci sarà il Consiglio europeo con i capi di Stato a prendere delle decisioni importanti sulla Pesco. Decisioni che saranno precedute a novembre da una riunione dei ministri della Difesa e degli Esteri che dovranno mettere a punto dei documenti congiunti».

Che rilevanza ha la Pesco (Permanent Structured Cooperation on defence ndr) ?

«La Pesco è la cooperazione rafforzata, cioè il fatto che le Nazioni comincino a lavorare immaginando assetti capacitivi e sistemi d’arma in modo condiviso e facilitato dal fatto che per la prima volta si può utilizzare a livello europeo un fondo per la Difesa. Non esisteva prima, e questo significa che non era possibile finanziare programmi congiunti europei della Difesa. Oggi c’è, il che significa che si sono messi in moto meccanismi che io penso siano molto positivi per riuscire ad avere quell’integrazione utile e necessaria che può portare più sicurezza a tutti e rendere tutti più efficaci ed efficienti»

Superando i nazionalismi che abbiamo visto emergere in questo ultimo periodo, soprattutto su alcune tematiche comuni…

«Sì è vero, ma devo dire che la Difesa è uno di quei temi dove forse è più facile comprendere come integrarsi sia una vittoria per tutti e non una diminutio di ciascuno».

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