Libia, in crisi le aziende dell’indotto petrolifero. Richiamato il personale dai siti più a rischio

Tripoli. Ai tempi d’oro dell’estrazione petrolifera in Libia, ovvero prima della caduta di Muhammar Gheddafi la produzione giornaliera era di 1,8 milioni di barili al giorno. Nel 2017 si è scesi a circa 500 mila barili al giorno.

In fote calo la produzione di petrolio in Libia

Un colpo diretto al cuore dell’economia, anche italiana. La quale non è solo il colosso ENI ma da tante, tantissime aziende dell’indotto che oggi, in un Paese privo di sicurezza rischiano di fallire.

Non si può dare una cifra certa di quante siano queste imprese ma basta immaginare come avviene l’estrazione di petrolio e di gas per capire l’attività economica collegata. Logistica, trasporti, progettazione e manutenzione dei pozzi, estrazione  sono solo alcuni dei capitoli di un ipotetico grande volume intitolato “L’Italia petrolifera in Libia”.

Il nostro Paese è in Libia già dal 1939, quando fu scoperto il petrolio e l’’AGIP  in partnership con l’ENI creò l’operazione Petrolibia per ricavare benzina dalla sintesi chimica.

Occorre poi attendere 20 anni dopo, quando viene sottoscritto un accordo che vede la Compagnia ricerca idrocarburi (CORI), al 90% di proprietà AGIP e per il 10% di SNAM Progetti – ricevere il permesso dal Governo libico di avviare sondaggi in Cirenaica.

Vengono così gettate le basi di collaborazione italiana con Tripoli nel campo energetico. E l’ENI crebbe in prestigio e soldi. E con lei anche il nostro Paese.

Ai tempi che furono molti imprenditori dell’indotto hanno fatto notevoli investimenti, indebitandosi con le banche. E questo, vista la situazione di crisi politica perenne, sta rischiando i metterne molti in ginocchio. Con le lettere degli istituti di credito che chiedono di riavere, al più presto, i soldi prestati.

Dal suo ufficio a Padova il presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia. è estremamente chiaro: “In Libia ci sono in pratica tre Governi – dice a Report Difesa- , con chi dobbiamo dialogare? Ci sono aziende che hanno bisogno di sicurezza per andare avanti con il loro lavoro, ma i costi per quella privata sono notevoli”.

Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia

C’è stata scarsa attenzione, in tanti anni, al settore dell’indotto petrolifero da parte dei Governi italiani che si sono alternati. Nessun aiuto né da quelli di centro sinistra né oggi con quello a guida gialloverde, sostengono gli imprenditori del settore.

Intanto il lavoro è fermo. I rischi sono molti alti. La Libia, dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico, è un “Eden” . C’è ancora un 60% di risorse energetiche da esplorare. Ma la situazione politica ha, da anni, impedito che il Paese facesse un salto di qualità.

Libia, l’Eden del petrolio

Marsiglia evidenzia come non sia “più possibile, almeno al momento, continuare a trattare per proseguire gli investimenti e le attività economiche petrolifere nel Paese”.

Siamo, infatti, davanti ad una “situazione non è più controllabile, principalmente per incontri e meeting a Tripoli”.
“Da circa un anno – ricorda il presidente di FederPetroli Italia –  abbiamo iniziato una fase di recupero economico per le aziende che sono rimaste danneggiate dal mancato incasso delle attività svolte su alcuni giacimenti”.

Dalla caduta di Gheddafi (2011) ad oggi si è registrato un effetto domino che ha creato “una fase di criticità alle aziende che hanno contribuito alla realizzazione di infrastrutture per l’estrazione di olio e gas. Definiamo la nostra operatività di massima allerta e non possiamo esporre a rischio risorse umane, attività e le stesse aziende di settore”.
L’impatto per l’indotto internazionale dell’Oil & Gas non è da poco, visto che sono già in ritardo diversi progetti e lontani i livelli produttivi di anni fa.
“Al momento – conclude Marsiglia – abbiamo riscontro che alcune strutture petrolifere hanno richiamato il personale su alcuni siti di elevato rischio, attendiamo nelle prossime ore di conoscere l’evolversi della situazione per avere informazioni più chiare e delineate ed organizzarsi sui piani di azione da seguire”.

Intanto, il capo della sicurezza della National Oil Corporation, Khalid Abu Teeq, ha affermato che gli scontri armati vicino ai siti petroliferi di Tripoli hanno causato gravi perdite alla società. “Ci vorrà molto tempo per riparare i danni – ha detto Teeq – il lavoro sarà eccessivamente costoso, ma c’è la necessità di mantenerli in vita”.

Teeq ha spiegato che i recenti scontri nella capitale libica hanno portato direttamente al “serbatoio 122” del prodotto diesel nel magazzino della strada dell’aeroporto. Sono andati persi oltre due milioni di litri di combustibile.

Il responsabile della Sicurezza ha poi precisato che “questo serbatoio fornisce alla compagnia elettrica forniture di combustibile liquido”.

La National Oil Corporation (NOC) è la Compagnia petrolifera nazionale libica. Predomina nell’industria petrolifera del Paese un certo numero di piccole filiali. Possiede metà del petrolio libico.

La più grande produttrice di petrolio tra le sue filiali è la Waha Oil Company (WOC) seguita dalla Arabian Gulf Oil Company (Agoco), Zueitina Oil Company (ZOC), e Sirte Oil Company (SOC)

I partner stranieri hanno iniziato quella che viene chiamata una “rivalutazione della sicurezza” dopo gli scontri e stanno iniziando a prendere misure precauzionali per ridurre la loro presenza all’interno della Libia, il che rende difficile convincere le Compagnie di manutenzione straniere a riprendere il proprio lavoro.

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