Libia, è guerra aperta ai mercenari del terrore. La Procura Generale ordina 37 arresti di persone coinvolte negli attacchi alle strutture petrolifere del Paese

Di Giusy Criscuolo

Tripoli. La lotta contro il terrorismo non si ferma. A fianco della nuova missione nel Sud, lanciata dal Feldmaresciallo Khalifa Haftar, c’è la decisione del Procuratore Generale della Libia di arrestare il capo del gruppo di combattenti libici, l’emiro ed ex leader di Al- Qaeda, Abdel Hakim Belhadj e Ibrahim Jadran per aver guidato gruppi armati nel Paese e per il loro coinvolgimento in numerosi attacchi e crimini in Libia.

Una copia del mandato di arresto

E’ stato spiccato un mandato di arresto per 37 persone, coinvolte negli attacchi alle strutture petrolifere del Paese nord africano.

Il Procuratore Generale, di concerto con il capo del Servizio di Intelligence e con il capo del Dipartimento Investigativo della Procura Generale, ha ordinato l’arresto di sei cittadini libici e di 31 stranieri per il coinvolgimento di alcune persone, nell’attacco ai porti petroliferi, alla base del Tamanhant in Sabha, per l’uso di forze straniere negli scontri, per alcuni omicidi e per alcuni rapimenti nel Sud del Paese.

Tra i 37 di cui la magistratura ha richiesto l’arresto insieme all’emiro Belhadj, l’ex braccio destro Ibrahim Jazran, il capo delle Guardie rivoluzionarie libiche Shabaan Hida, nonché 31 membri dell’opposizione sudanese e ciadiana.

Secondo quanto riportato dalla stampa libica, il portavoce ufficiale dell’Esercito nazionale, il Generale di Brigata Ahmad al-Mismari, in una conferenza stampa, si è rivolto ai media parlando di questa iniziativa: “E’ stato fatto un passo importante e positivo, che si apre a nuove modalità per eliminare dalla Libia i sostenitori del terrorismo ed i terroristi che hanno commesso atti di corruzione e crimini nel Paese”.

Il Generale di Brigata al-Mismari nel corso della conferenza stampa

“Questa decisione – ha aggiunto – avrà indubbiamente ripercussioni sulla scena pubblica libica, perché è un messaggio per tutti i signori della guerra e per tutte le organizzazioni politiche islamiche, in particolare i Fratelli Musulmani, al-Qaeda e il resto delle milizie. E’ iniziata l’ora del loro autunno. Saranno colpiti tutti coloro che hanno contribuito alla distruzione della Libia”.

Abd al-Hakim Belhadj,

leader del gruppo dei combattenti libici e capo del Partito Nazionale libico, è in cima alla lista. Il Partito nazionale appartiene al gruppo dei Partiti islamici del Paese.

Tuttavia, i leader del Partito si rifiutano di chiamarlo Partito Islamico ed insistono sul fatto che si tratta di un’organizzazione civica nazionale con un riferimento a l’Islam, anche se mondo arabo è conosciuto appunto come Partito Islamico.

La bandiera del Partito islamico accanto a quella della Libia

Il gruppo politico include una serie di attivisti politici, tra cui ex membri del LIFG (Libyan Islamic Fighting Group – Fratelli Musulmani e altri che non sono noti per le loro affiliazioni politiche o ideologiche passate).

Belhadj, tornato in Libia nel 1994, ha iniziato a riorganizzare il Gruppo di combattimento libico, ad addestrarlo a Jabal al-Akhdar per costruire e definire quello che ha chiamato “Emirato islamico”. Nel 1995 le autorità di Tripoli hanno preso di mira il centro di addestramento e hanno lasciato la Libia per concentrarsi sull’Afghanistan.

L’uomo, ex leader del Libyan Islamic Fighting Group (LIFG) ed ex leader di Al-Qaeda, è stato arrestato dal Servizio di Intelligence americano in Malesia nel 2004 e deportato a Bangkok per essere interrogato dalla CIA prima di essere consegnato al regime di Gheddafi nel marzo dello stesso anno. E’ stato detenuto nella prigione di Abu Salim per quasi sette anni, prima di essere rilasciato dopo aver annunciato il suo ritiro dalle attività terroristiche.

Durante gli eventi del 2011 che lo hanno visto tra i protagonisti che hanno rovesciato l’ex leader Gheddafi, è apparso in Bab al-Aziziyah e si è presentato come comandante della Giunta militare di Tripoli, per poi fondare il Partito Nazionale.

Il portavoce libico, Bassem al-Sol ha dichiarato: “Il sistema giudiziario libico ha iniziato a lavorare senza pregiudizi. Belhadj ha sostenuto gruppi terroristici armati in Libia, in particolare a Tripoli, assediata da gruppi armati, responsabili di ave provocato caos e panico nella città. Credeva che molti sostenitori della cosiddetta rivoluzione di febbraio si erano convinti che il ritorno del precedente regime sarebbe stato l’unica via d’uscita dalla crisi libica. Dopo quasi 8 anni di distruzione e la mancanza di una soluzione politica, finalmente si può liberare il Paese dalla morsa del caos e dei gruppi armati”.

Ma a quanto pare, la notizia del mandato di arresto, non resta impunita e secondo quanto riportato da Erm News, la Fratellanza Musulmana libica ha deciso di reagire.

La conferenza libica nazionale, che dovrebbe tenersi questo mese, è a rischio. Alla luce dei recenti accadimenti, la stessa è stata messa sotto accusa, diffondendo tra i sostenitori della Fratellanza Libica un concreto scetticismo. Una mossa descritta dagli osservatori come una campagna votata ad abortire il forum che porterebbe al raggiungimento della riconciliazione nazionale.

Sempre secondo quanto riportato dall’analista politico libico Kamel Abdulla ad Erm News: “La Fratellanza ha paura delle elezioni, perché sa che sta crescendo la rabbia popolare contro di loro. Questo poiché il popolo li ritiene responsabili delle condizioni sociali e di sicurezza che hanno afflitto il Paese da quando hanno preso il controllo e sono arrivati al governo nel 2011.”.

Secondo lo studioso, la rabbia di alcune forze, sulla falsariga della Fratellanza Musulmana e del flusso politico dell’Islam, pare sia il risultato della decisione di voler arrestare il leader del Gruppo della Lotta Libica, Abd al-Hakim Belhadj, che stava cercando di accreditarsi alla stessa.

Ma vi è anche un’altra voce, quella dell’attivista libico Yacoub al-Misrati, che ha dichiarato sempre ad Erm News: “La Fratellanza in Libia è fortemente contraria all’organizzazione di elezioni, alla conduzione di dialoghi politici o alla riconciliazione nazionale, perché queste forze non vogliono stabilità e sicurezza. Queste forze prosperano nell’insicurezza e nel caos politico.”.

Al-Misrati ha aggiunto che la Fratellanza Musulmana sta cercando di distruggere tutti i tentativi di riavvicinamento tra le parti. Ha detto: “Finché la conferenza libica cerca di riunire le parti intorno a un tavolo per trovare una soluzione, questa sarà nell’occhio del ciclone, assediata e ‘bombardata’ da parte dei Fratelli Musulmani”.

“La missione delle Nazioni Unite desiderava che le elezioni avvenissero nel 2018 in Libia – ha detto il Mufti della Libia al-Sadiq al-Gharyani -. Siamo all’inizio dell’anno e torniamo al punto di partenza. Parleremo della conferenza e le elezioni ci saranno alla fine del 2019”.

Per quanto riguarda le forze che parteciperanno al summit, Gharyani ha detto, che il 90% di coloro che ha descritto come “sostenitori della controrivoluzione”, a suo avviso, sono stati esclusi.

Il Mufti della Libia, Sadiq al-Gharyani, è stato inserito nell’elenco dei “terroristi”. La lista è stata annunciata dall’Arabia Saudita, dall’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein, dove sono compresi soggetti e gruppi supportati dal Qatar.

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