Libia: i bambini jihadisti dell’ISIS. I “Califfi del Califfato” ovvero la costruzione di una nuova generazione di combattenti

Di Giusy Criscuolo

Tripoli. Il terrorismo è solitamente legato alla mascolinità, alla forza bruta, alla violenza ed all’essere adulti, raramente si pensa che i bambini possono avere a che fare con realtà del genere. Quando si parla di loro, si pensa a creature innocenti, pure ed inconsapevoli. Purtroppo, il tentativo di plasmare i cuori delle prossime generazioni e le loro menti, sembra stia diventando, sempre di più, uno dei punti focali delle frange terroriste di DAESH.

Un momento della fase di indottrinamento

E’ giusto conoscere ciò che accade alle anime bianche di quei bambini che non hanno chiesto di nascere in realtà così violente e non adatte ai loro sogni. Come fogli bianchi, attendono che la vita inizi a porre le prime parole. I colori, quello che verrà scritto e disegnato cambierà il corso delle loro esistenze, a volte spezzandole prima del tempo.

Ad oggi, il fenomeno del reclutamento e dell’indottrinamento dei bambini nell’ISIS, sta diventando una realtà anche in Libia. Il reclutamento dei piccoli e degli adolescenti nei ranghi di DAESH è sempre stato un grande mistero per le autorità libiche e per le organizzazioni umanitarie che strenuamente ed a spada tratta ne difendono i diritti, sempre più violati.

Questo pericolo nascente, ha fatto sì che numerosi studiosi e analisti, si interessassero al nuovo tema. Una ricerca portata avanti da un team di studiosi di cui non è dato sapere i nomi. Non si è limitata alla raccolta ed all’analisi dei dati ma subito dopo l’acquisizione delle informazioni, si è provveduto a creare squadre di intelligence libica per l’infiltrazione all’interno dei gruppi stessi.

Lo scopo, mettere in salvo i bambini, sviluppando piani volti ad eliminare questa nuova diffusione del male in Libia. Parola d’ordine: abolire tutto ciò che riguarda l’organizzazione.

La nascita di questo problema nel Paese nord africano, non ha solo catturato l’attenzione di molti ricercatori e di analisti ma ha spinto anche le organizzazioni per i diritti umani, a muoversi nel tentativo di studiare e comprendere quali siano le regole di vita all’interno dell’organizzazione terroristica, per debellare il cancro dalla radice.

A quanto si legge nei vari report, l’organizzazione terroristica ha preso tutte le misure del caso, elaborato nuovi concetti di morte che si adattano alla necessità distruttiva e criminale della folle causa dell’IS.

I mercenari della morte, non solo lavano le menti di uomini e giovani, che alla fine vengono controllati come automi da una sorta di “gerarchia militare interna” ma costruiscono una nuova generazione di combattenti, per plasmarli sulle basi della causa terroristica. Insegnano ai piccoli ciò che vogliono e ritengono propedeutico alla causa, manipolandone i caratteri, indottrinandoli con concetti basati sull’estremismo e sul fondamentalismo, facendoli diventare terroristi già in tenera età. Piccoli che saranno poi chiamati a portare il nome dell’organizzazione, ovunque vadano.

Secondo quanto riportato dai media libici, la ricerca è durata più di sei mesi. Periodo durante il quale i team sono stati in grado di scoprire, che l’organizzazione utilizza i bambini come soldati, scudi umani, messaggeri, spie ed osservatori.

Dalle ricerche si evince che il processo per plasmare un bambino soldato, per l’organizzazione, inizia in classe. Il contenuto estremo all’interno del sistema educativo è uno strumento inevitabile e quotidiano, utilizzato dall’organizzazione per indottrinare i bambini e modellare i cuori e le menti delle generazioni future.

Nel caso dei bambini della jihad libica, il caso del reclutamento è diverso da altri Paesi.

I piccoli arrivati in Libia, sono senza volerlo, figli di combattenti e o ragazzini che hanno avuto oppure hanno la sfortuna di abitare nelle città o nelle zone occupate dall’ISIS.

I bambini oltre ad essere libici, sono di nazionalità sudanese, egiziana ed in gran parte tunisina. La presenza quotidiana sul territorio di questi mercenari della morte, gli rende il compito del reclutamento più facile. A Sirte prima che venissero allontanati dall’LNA (Libyan Nationali Army) del Generale Khalifa Haftar, l’organizzazione dello stato islamico costrinse centinaia di giovani tra i 15 ed i 20 anni ad unirsi ai campi di addestramento. Questi furono chiamati i “Califfi del Califfato”, combattenti e kamikaze che non hanno nessun precedente storico.

I Califfi del Califfato

I bambini vengono costretti (assieme ai genitori, causa la morte) ad arruolarsi, senza neppure conoscere il significato della parola stessa. Da quel momento non sono più liberi di scegliere e di fuggire. I militanti di DAESH si impongono all’interno delle scuole, dove le porte vengono serrate e dove il materiale didattico viene sostituito con quello propagandistico, ingannevole e violento portato dai jihadisti.

A quanto appreso da questi studi, l’organizzazione ha trasformato l’educazione fisica in una formazione jihadista ed ha incluso all’interno della formazione, le metodologie di combattimento, l’insegnamento pratico su come appiccare incendi e piccoli esplosivi e su come usare, pulire e custodire armi leggere.

Viene imposto loro di indossare il copricapo nero dell’ISIS ed una tuta militare, iniziando così il lavaggio del cervello. Superata la fase di vestizione, parte l’insegnamento dell’odio contro il diverso, contro coloro che non condividono la causa e si insegna loro a non avere paura del sangue. Sempre secondo gli analisti, i bambini, vengono monitorati quotidianamente per valutare la loro capacità di apprendimento e devozione.

Durante l’indottrinamento ed il lavaggio del cervello, per il predicatore, i bambini devono diventare i cloni l’uno dell’altro. Nessuno può esprimersi o manifestare il proprio carattere.

La remissività è elemento fondamentale dell’insegnamento. Giunta la fase in cui i piccoli militanti diventano automi, in loro si ingenera la perdita della paura, che crea confusione generando piccoli jihadisti pronti a sacrificarsi incoscientemente per la bandiera del Califfato. “Il loro sguardo diventa vuoto, si spegne e perdono il contatto con la realtà”, racconta uno di loro.

Per quanto riguarda l’indottrinamento sul Corano, perseverano nell’insegnare loro versi a memoria. I bambini sono costretti a cantarne i versi senza conoscerne il significato. Solo in questo modo, la jihad diventa per i piccoli militanti, l’obiettivo delle loro vite.

Gli studiosi, sottolineano come nessuna organizzazione terroristica o estremista in passato è stata capace di sfruttare i bambini su così vasta scala, addirittura in atti volti a sacrificarli.

Ma perché DAESH ricorre al reclutamento di bambini?

Secondo gli analisti i motivi sono diversi. In primis, per la mancanza di combattenti sulle linee di scontro tra l’organizzazione e i suoi avversari. L’aumento della lotta contro l’ISIS, ha causato molte perdite, con la conseguente necessità di rimpiazzare i combattenti. Per questo i bambini sono preparati allo stesso modo dei combattenti adulti.

Per i jihadisti è fondamentale l’indottrinamento psicologico e militare

I nuovi bambini di oggi sono i giovani di domani. Il Califfato scommette su di loro, addestrandoli come combattenti di alto livello.

In secondo luogo, i bambini forniscono ai comandanti sul campo l’opportunità di camuffare l’attacco ingannando i nemici. È facile usare i giovani in certi tipi di azione suicide senza attirare l’attenzione e sollevare dubbi. Ma questa mimetizzazione potrebbe non durare a lungo.

A volte il bambino, usato come kamikaze si trova alla ricerca di un vero e proprio ingaggio, facendo saltare la copertura, aprendo il fuoco senza preavviso. Per gli uomini di DAESH il tutto è calcolato, perfino la morte prematura del piccolo combattente.

Sempre secondo gli analisti, vi è anche una connessione tra le famiglie dei bambini e l’organizzazione. Molti componenti si sono trasferiti con mogli e figli. Altri si sono sposati dopo il loro arrivo ed hanno avuto dei figli in loco. Infatti, per alcuni di questi bambini, l’addestramento militare non è forzato.

Le loro famiglie sono d’accordo con l’organizzazione per l’adesione alla milizia jihadista. Alcune famiglie mandano i loro figli a morire, con orgoglio, perché credono che questa sia una jihad per amore di Allah.

Nel caso in cui alcuni bambini siano costretti ad unirsi a DAESH, l’organizzazione li ricatta, prendendo in ostaggio i genitori e minacciandone la morte. Pratica questa, da secoli in uso che nello Yemen e che ancora oggi è fortemente utilizzata.

Vi è anche un’analisi ulteriore, che prevede l’impiego di giovani durante le operazioni sul campo di battaglia. Coinvolgere i piccoli kamikaze durante lo scontro, non necessariamente muniti di cinture esplosive, offre l’opportunità all’organizzazione di sfruttare mediaticamente alcune delle vittime che vengono utilizzate per screditare i loro oppositori.

I bambini che nascono in queste realtà, non hanno scampo. Crescono respirando, vivendo e vedendo violenza in ogni dove. Separati dalle loro famiglie, perdono il loro diritto di essere bambini e vengono definiti adulti, così come è stato comandato da Abu Bakr al-Baghdadi, Abu Hamza al-Masri e Abu Muhammad al-Maqdisi.

I ragazzi, sono quindi divisi in tre livelli di istruzione e formazione: quella religiosa, incentrata sul processo di obbedienza alla jihad, quella bellica, dove sono informati e formati su diversi tipi di armi, e in fine, quella pratica, dove viene testata la loro obbedienza e militarizzazione nei mercati, nelle strade, in luoghi pubblici e nelle zone di periferia.

Ciò crea una nuova generazione, che ha il compito di portare avanti le idee del terrorismo. Trasformando questi bambini in una potenziale minaccia, soprattutto se di ritorno nei loro paesi di origine. Ma, fortunatamente, il cuore dei bambini non può essere trasformato completamente in un cuore nero e molte volte i tentativi di attentato falliscono miseramente, con la presa in carico del minore che viene salvato dal folle gesto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Autore