Libia, la strategia dei contractors. Il Cremlino dietro RSB-Group?

Di Denise Serangelo*

La Russia sembra aver avviato le pratiche per chiudere entro tempistiche relativamente brevi, il capitolo siriano.

Quello che però rimane tutt’altro che chiuso è il capitolo circa l’influenza del gigante russo nell’area mediterranea, che ora vorrebbe rafforzare la sua presenza nella regione approdando nel processo di stabilizzazione avviato in Libia.

Il Cremlino utilizza già la base di Tartus, in Siria, che gli permette di proiettare l’assetto strategico nel Mediterraneo, tuttavia lo specchio d’acqua salata più conteso della storia, non può limitarsi ad avere un solo accesso strategico e per questo la Russia punta alla creazione di un nuovo hub proprio in Libia.
Diventata ormai piena antagonista della politica americana in Medio Oriente, quella di Vladimir Putin, è una strategia che si scontra pericolosamente con la linea politica intrapresa dall’Italia. Una rotta di collisione strategica che rischia di mandare in frantumi anni di impegno politico e diplomatico di Roma. Per il momento la presenza militare italiana, con gli assetti operativi della Folgore e dell’Aeronautica militare a Misurata, non interferiscono con i piani del Cremlino ma, con il supporto ad Haftar rischia di diventare un punto di escalation importante.

L’Italia al di là di tutto è un punto di riferimento imprescindibile ed importante nel Mediterraneo e nella sua geopolitica ma l sola forza diplomatica, soprattutto in questi tempi di grave crisi regionale, non bastano a sostenere l’influenza di Roma come leader.
Perché vi sia una reale presa, bisogna tenere conto che un controllo militare è importante e deve essere uno strumento fruibile come fosse un normale elemento della politica estera. Con queste precisazioni, Mosca deve tenere un controllo nel Mediterraneo, attraverso una flotta che ne garantisca la credibilità contro minacce e soprattutto traffici irregolari.
La flotta russa però consta di un solo gruppo da battaglia e, nonostante le modifiche continue al suo arsenale, non ne permettono una proiezione efficace.  La strategia russa parrebbe avere delle difficoltà di attuabilità, ma la vera innovazione nella sua politica rimane la sua continua mutazione.

La dimensione energetica diventa l’elemento che può portare ad un nuovo asset per il Mediterraneo a firma russa, una strategia che in realtà ricorda molto quella italiana proprio in Libia.
La partecipata di Stato, Rosneft, il cui capo nella figura di Igor Sechin, rientra nelle grazie politiche del presidente Putin, ha chiuso accordi fondamentali con ENI (sua speculare sul fronte italiano) sul grande giacimento di gas Zohr.

Rosneft ha da poco annunciato anche un accordo con la NOC, la società statale libica che si occupa di petrolio, la Libia ha una capacità produttiva di petrolio in crescita, ha già un gasdotto costruito con l’Italia e poi ha sul piatto vari impegni del fondo sovrano Lia.
La partecipata russa, può muoversi più agilmente di un qualsiasi membro del Governo di Mosca con maggiore influenza rispetto ad un rappresentante politico, il petrolio ed i suoi interessi non sono più solo motivo di interessa ma ne diventano vettore per l’apertura di un canale comunicativo con il Paese.

La Russia ed il trittico Serraj-ONU-Haftar.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, non ha mai nascosto la vicinanza di Mosca al comandante Khalifa Belqasim Haftar con cui la Russia, ha iniziato le trattative per un supporto militare e politico già nell’ottobre del 2016.

L’Italia e le Nazioni Unite, supportano però, l’antagonista politico di Haftar, il presidente riconosciuto Fayez Al Serraj.
Ora Mosca dovrà risolvere un’ambiguità importante, perché non può tessere trame dal lato est del Paese, facendo da sponsor all’opposizione del governo che l’ONU sta cercando di sostenere. Il Cremlino non può dimenticarsi di essere membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed, in questo caso, entra in gioco la strategia a maglia larga che vede la società Rosneft come vettore per la costruzione di un intreccio economico e petrolifero con cui Mosca potrà entrare nel Paese.

Da questa doppia linea intrapresa potrebbero scaturire gravi minacce alla già instabile sicurezza del Paese, intraprendendo la via di una guerriglia sempre più serrata per il controllo territoriale tra le due parti contrapposte.
L’ondata di violenza che potrebbe investire la Libia, sarebbe alimentata da un riversamento sullo scenario, di carichi di armami che a vario titolo e sotto varie forme raggiungono le milizie in lotta.
La Russia sta portando avanti una politica di riarmo dei Paesi in cui stringe accordi, siano essi militari o politici, non è sbagliato affermare che lo stesso potrebbe accadere con le milizie del generale Haftar soprattutto non potendo le truppe regolari intervenire fisicamente al fianco dei miliziani.

Agli occhi della stampa, l’interessamento della Russia alle questioni libiche, rimane legato a mere questioni di lotta al terrorismo internazionale. La Libia, rimane ad oggi, uno dei centri nevralgici del traffico internazionale, in particolar modo la Libia del sud, dove l’Italia ha puntato tutta la sua influenza al fine di arginare la tratta di esseri umani che lambisce le coste della Sicilia e della Calabria.

Sulla carta, la Russia, propone un piano molto simile a quello dell’Italia; entrambe puntano ad essere leader di un processo di stabilizzazione politica al fine di identificare una figura di riferimento per avviare un dialogo che porti ad un controllo territoriale effettivo, elemento quest’ultimo che sfugge a tutte le parti in causa. Sul medio-lungo periodo, la probabilità che la Russia riesca a realizzare concretamente il suo progetto politico in Libia è piuttosto complesso, anche se non impossibile.
L’Italia dovrebbe sfruttare il non potersi schierare apertamente dalla parte di Haftar, legata ai vincoli internazionali di Mosca, per accentuare la sua presenza sul territorio e tessere una trama sempre più fitta di accordi energetici e commerciali. Il colosso petrolifero italiano ENI parte sicuramente avvantaggiato rispetto a quello russo, considerato che ha già una presa economica in loco e che si è dimostrato un vettore positivo per l’economia ma anche per la crescita del tessuto sociale.
Le autorità russe, supportando il generale Haftar, intendono procedere in modo parallelo alle Nazioni Unite, garantendo copertura economica e militare alla campagna militare del distretto di Bengasi e nella mezzaluna petrolifera.

Qualora Haftar riuscisse effettivamente a ricoprire una carica istituzionale riconosciuta, avrebbe come unico vantaggio strategico il supporto di un Paese come la Russia, che dispone di una fiorente ed innovativa industria della Difesa che potrebbe agire in autonomia rispetto alle posizioni politiche del Cremlino.


RSB-Gruop: una PMC in Libia non è strano

Non dovrebbe stupire, per quanto fin qua detto, la dichiarazione rilasciata in un’intervista a “Reuters” del titolare della compagnia privata russa RSB-gruop, Oleg Krinitsyn, il quale sostiene che alcuni uomini della sua società sono stati impiegati in un’opera di bonifica da ordigni di un impianto industriale vicino alla città di Bengasi.
La dichiarazione è stata smentita dal portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, ma compagnie di sicurezza privata spesso composte da reduci delle forze speciali, possono rappresentare interessi nazionali del Paese d’origine anche meglio delle truppe regolari.

Inoltre, l’area di Bengasi, è una di quelle dove il generale Haftar ha avuto maggior difficoltà ad imporre la sua presenza liberandola dalle brigate islamiste, un lavoro che è costato uomini e mezzi e da cui dipendeva e dipenderà il ruolo politico del leader dell’Est.

Uno dei più classici metodi per impedire l’uscita o l’entrata in una città o in una piccola regione circoscritta, usata dagli uomini dell’IS, sembra essere il posizionamento di ordigni artigianali disseminati sulle vie di comunicazione principali.
Con l’esperienza maturata in Siria, nel distretto di Palmira ed in altre zone dove questa tecnica è stata ampiamente utilizzata, il Cremlino ha compreso come il simbolo di liberare fisicamente una città da ordigni esplosivi praticamente invisibili, aumenti il favore della popolazione locale nei confronti della presenza militare straniera.

L’imprenditore russo, Oleg Krinitsyn, non ha però voluto rivelare di quale tipo di impianto industriale si trattasse e nemmeno se l’esecutivo di Tripoli sapesse dell’operazione dei suoi uomini sul suolo libico. Nonostante lo scarso controllo territoriale sulla Libia, Al Serraj rimane a tutti gli effetti il presidente del Paese, un’eventuale ruolo attivo del Cremlino nell’invio di truppe irregolari su suolo libico a supporto della controparte “ribelle” potrebbe scatenare un caso diplomatico non facilmente risolvibile.
Per il momento tutte le parti chiamate in causa, dal Governo di Tobruk fino ai vertici politici russi, smentiscono di sapere della presenza di personale militare nella regione. Un non sapere che si rende necessario per evitare che di fronte all’opinione pubblica internazionale vengano assunte posizioni politiche scomode e deleteree.

Conclusioni

In poco meno di sei mesi, la Russia del presidente Vladimir Putin ha centrato un nuovo obbiettivo strategico con la Libia, attivando colloqui e canali privilegiati con il Generale Haftar ma lasciando aperto uno spiraglio anche al Governo di Unità Nazionale di Al Serraj.
Un impegno che certo non è gratuito, ma che porterà alla Russia, un nuovo hub strategico sul Mediterraneo, forse il più importante in assoluto dal cui ruolo potrebbero dipendere anche le relazioni con l’Europa dei prossimi anni.
L’Italia che in Libia ha investito credibilità politica ed investimenti ingenti, dovrebbe spingere sull’acceleratore per ottenere un ruolo di primo piano nel processo di stabilizzazione del Paese al fine di garantirsi una leadership efficace ed efficiente per le industrie che investono ed investiranno in una futura economia libica.

*Analista Militare Alpha Institute

 

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