Libia, nel marasma del Mediterraneo il Paese rischia il collasso

Di Giusy Criscuolo

Tripoli. Nella mattinata di venerdì, è avvenuta una telefonata importante tra il Presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi.

Entrambi i leader hanno convenuto che la lotta al terrorismo è e sarà uno degli elementi focali da affrontare nel prossimo futuro.

Il Presidente russo Vladimir Putin e quello egiziano Abdel Fattah al-Sisi

Dopo un’attenta esamina sugli sviluppi della situazione libica è stato trovato un punto di convergenza sulla necessità di combattere le milizie e le organizzazioni terroristiche. Nel corso della telefonata è emersa l’importanza di intensificare gli sforzi congiunti tra i due Paesi, al fine di risolvere la crisi che attanaglia la Libia.

Il tutto con lo scopo di porre termine alle interferenze straniere ed “illegali” del Paese nord africano. Questa telefonata è avvenuta proprio durante l’incontro del Presidente russo Vladimir Putin, con i suoi uomini del Consiglio di sicurezza federale, dove si è discusso della situazione in Libia e in Siria.

Secondo il portavoce del Cremlino, Dimitry Peskov, durante il summit, Putin avrebbe contattato alcune delle sue controparti straniere e attraverso delle telefonate, avrebbe affrontato il tema scottante sulla situazione libica.

Nel quadro attuale, il bacino del Mediterraneo e la comunità internazionale vivono in acque agitate da quando il patto “illegittimo” tra Turchia e Al Wefaq è stato firmato.

Erdogan e Sarraj si stringono la mano in occasione di un incontro in Turchia

L’Algeria si sta mobilitando per difendere i propri confini e la Tunisia, recentemente visitata dal Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato (a differenza di quanto affermato dal Presidente turco) che non sarà parte schierata, rifiutando l’invito della Turchia di affiancarsi ad Ankara nel prossimo ed illegittimo intervento militare nel Paese nord africano.

A quanto pare, secondo i progetti del “sedicente” califfo, la Tunisia dovrebbe diventare una stazione militare di appoggio, dove aerei e mezzi possano arrivare indisturbati.

Tweet: Egyptian Air Force sul Mar Egeo lo scorso 25 dicembre

Questa ipotesi, sembrerebbe ancora più avvallata, non solo dopo le recenti dichiarazioni rilasciate dal vice ministro degli Esteri greco, Miltiadis Varvitsiotis, che accusa Erdogan di “giocare con il fuoco”, provocando enormi reazioni da tutti i player del sistema internazionale e secondo il quale: “questa mossa dovrebbe aprire gli occhi alla comunità internazionale, isolando la Turchia. In quanto l’espansionismo neo-ottomano è proiettato su tutte le lunghezze e larghezze della terra”.

Ma soprattutto dopo le notizie circolate sui media greci ed arabi riguardo ad un lavoro militare congiunto e preventivo operato in sinergia tra Egitto e Atene.

Secondo un report pubblicato dal quotidiano greco “Pentapostagma” sembrerebbe che Grecia ed Egitto si stiano attivando per prevenire l’arrivo di navi turche sulle coste libiche.

Tweet :Mahmoud Gamal: aerei egiziani sull’Egeo il 26 dicembre scorso

Il programma militare greco-egiziano prevedrebbe un attacco aereo e marittimo all’interno dei confini del Mar Egeo e del Mediterraneo circostante le aree interessate dal possibile passaggio turco.

Secondo il report in quest’area sarà possibile accerchiare i turchi sia per via aerea che per via marittima, impedendo il loro intervento militare in Libia.

Nel rapporto sono addirittura indicati dei movimenti marittimi legati a sottomarini egiziani tra l’isola di Creta e la Libia, specificando che la loro presenza non è per scopo addestrativo, ma che si trovano in quell’area per monitorare eventuali movimenti turchi verso la Libia.

Secondo un analista greco che si occupa di difesa militare, Babak Tagvai, prima che Egitto e Grecia decidessero di chiudere il loro spazio aereo bloccando i piani di Erdogan, la Turchia era pronta a colpire i siti militari appartenenti al LNA, con F16C e precisamente le basi di Watiyah, Benina e Tobruk.

Sempre secondo il rapporto negli ultimi giorni, vi sono state numerose violazioni aeree turche nel nord-est dell’Egeo, che sono state affrontate in modo egregio da Egitto e Grecia.


Tweet: aerei turchi pronti a colpire il 26 dicembre le basi del LNA ma bloccati nel loro intento

Nel frattempo gli occhi del mondo sono puntati sulla Turchia che aumenta le sue capacità “operative” attraverso il reclutamento indiscriminato di jihadisti provenienti dalla Siria.

A darne conferma, l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, che ha denunciato Ankara per l’apertura di 4 nuovi centri per arruolare militanti che vogliono andare in Libia e combattere accanto alle milizie di Al-Wefaq.

L’Osservatorio siriano, ha inoltre rivelato la posizione dei centri turchi, che sono stati aperti nella regione di Afrin a nord della città di Aleppo, confermando che centinaia di militanti si recano presso questi centri, controllati da fazioni pro-turche, per registrare i loro nomi.

L’aereo di pattugliamento marittimo CN-235-100M della Marina turca sorvola il Mediterraneo orientale il 26 dicembre scorso

A quanto pare, la Turchia incoraggia i militanti a unirsi ai gruppi diretti in Libia per i combattimenti, dietro la promessa di grandi ricompense. Secondo la conferma dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, la cifra si aggirerebbe tra i 1.800 e i 2.000 dollari al mese.

Ma da dove vengono alcuni dei cospicui proventi utilizzati dalla Turchia per foraggiare i terroristi in fuga dalla Siria e diretti in Libia?

Presto detto. Sembra, da documenti trapelati da Al-Wefaq e accompagnati da dati ufficiali, che oltre mezzo miliardo di euro è stato trasferito dal bilancio dello Stato libico ai conti di alcune grosse società turche.

La spiegazione sta dietro al fatto, che per un grosso spostamento di armi e militanti dalla Turchia e dalla Siria è stato necessario “investire” con i soldi del popolo libico.

E va anche aggiunto che senza i militanti e le armi turche, Al-Wefaq sarebbe già sconfitto.

I documenti sulle transazioni del valore di mezzo milione di euro a società turche

Quali sono le zone di reclutamento in Siria?

Il 7 dicembre, l’organizzazione per i diritti umani di Afrin ha confermato che le fazioni armate siriane fedeli alla Turchia hanno assediato una serie di strutture istituzionali, in particolare carceri e sedi militari nella regione di Afrin.

Stando a quanto riportato dalle fonti ufficiali dell’organizzazione dei diritti umani di Afrin, i ribelli sono entrati in possesso di documenti sensibili, come documenti militari, di sicurezza e archivi sulle armi detenute, che verranno utilizzate probabilmente per un’arbitraria “autogestione” delle regione. A queste informazioni si aggiunge la notizia che 11 prigionieri appartenenti alle fila dell’IS siano riusciti a “fuggire”, dal carcere della stessa cittadina, senza alcun problema.

L’organizzazione umanitaria sembra aver confermato alcuni nomi delle Istituzioni Statali usurpate dai filo turchi. Si parla della prigione di Maratah gestita dalla polizia militare e di alcune sessioni del Ministero della Difesa, che pare siano ad ora gestite da elementi dell’intelligence turca.

Inoltre, i combattenti stanno adottando la tecnica usata dall’IS per recuperare finanziamenti, come rapimenti casuali per ottenere riscatti, corruzione, estorsioni.

Soldati turchi

Come se non bastasse dalle dichiarazioni si legge: “Vi è una seconda prigione che si chiama Maarat, gestita dalla polizia civile appartenente al Ministero degli Interni del governo provvisorio siriano, che attualmente si trova sotto la supervisione delle forze di occupazione turche”.

A detta dell’Organizzazione, si tratterebbe di un edificio nuovo costruito con proventi illeciti derivati da estorsioni, rapimenti, tasse, dazi doganali e royalties di famiglie facoltose che appoggiano il combattenti.

La denuncia sottolinea la corruzione di queste fazioni filo turche, strettamente legate al regime siriano, ai trafficanti di armi, droghe e di antichità. Viene inoltre denunciato il sostegno che questi ribelli ricevono dalla Turchia. Combattenti filo turchi che si scagliano contro coloro che si oppongono alle tendenze estremiste islamiche turche (Takfiri).

Quanti jihadisti sono pronti a partire per la Libia?

Secondo quanto dichiarato dall’Agenzia siriana “Step”, una fonte confidenziale ha fatto trapelare che il 25 dicembre scorso un aereo militare turco si è diretto, nonostante le restrizioni di sicurezza dall’aeroporto civile di Gaziantep, nel sud della Turchia, verso il territorio libico.

La stessa fonte ha parlato di oltre 300 elementi provenienti dalle frange legionarie dell’Esercito nazionale siriano fedele alla Turchia” e guidati dal Comandante della Sultan Murad Brigade, Fahim Al-Issa.

L’agenzia ha anche aggiunto che i combattenti, guidati da Al-Issa in Libia, sono tutti combattenti della “seconda legione”, appartenenti alle fazioni di Falcons e Sultan Murad, alla Brigata Al-Mu’tasim e alla Divisione di Hamza: “Gli elementi si stanno spostando dietro congruo compenso. Gli stipendi variano tra i 1800/2000 dollari al mese per uomo e 3000 dollari per i comandanti e gli ufficiali che li accompagnano, oltre al vettovagliamento e al munizionamento quotidiano”.

Legionari siriani fedeli alla Turchia

Fonti informate hanno riferito che i voli sono stati effettuati con aerei libici di cui uno appartenente alla Libyan Airlines e l’altro dall’African Air Lines.

La fonte, che ha rifiutato di essere identificata, ha aggiunto che per entrambi i voli intrapresi dalla Libyan Airlines e dalla African Airlines è stato chiesto dai rispettivi uffici di Istanbul l’itinerario e i nomi dei passeggeri come di consueto. Ma alla richiesta della documentazione la risposta è stata negativa: “… per motivi di sicurezza … il servizio di intelligence turco, non vuole condividere il numero di passeggeri”.

Il briefing del Generale Haftar nel Quartier generale con i suoi ufficiali

E nell’applicazione di “Flight Radar”, specializzata nel seguire il traffico aereo globale, il volo non è stato incluso nell’elenco dei voli effettuati durante il giorno.

Il tutto mentre il popolo libico si prepara al peggio e si schiera dalla parte del Feldmaresciallo Khalifa Haftar per difendere la propria terra ed i propri confini…

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