Libia, il racconto di un rapimento nel villaggio di Tazbro e la liberazione da parte degli uomini dell’Esercito nazionale

Di Giusy Criscuolo

Tripoli. L’Esercito Nazionale Libico e le forze di Sicurezza, lavorano incessantemente, riportando risultati più che soddisfacenti. Subito dopo la liberazione degli ostaggi nella zona di Ghadwa, il Battaglione Khalid Bin Al Waleed di Al Karama, che ha partecipato all’operazione di messa in salvo dei rapiti, ha annunciato la scoperta di una fabbrica di esplosivi appartenente all’organizzazione di DAESH, situata vicino all’area agricola, dove erano detenuti gli ostaggi.

Un momento della liberazione degli ostaggi

L’ufficio informazioni del battaglione, sabato scorso, ha annunciato la scoperta di un deposito dove sono state rinvenute sostanze chimiche per la fabbricazione di esplosivi. All’interno dello stesso, sono stati trovati dispositivi esplosivi improvvisati pronti all’uso. Le truppe del Battaglione che dal 1° gennaio hanno intensificato le ricerche nella zona di Ghadwa, stanno ancora rastrellando l’intera area, alla continua ricerca di eventuali depositi di DAESH.

Grazie al racconto, di uno dei prigionieri liberati lo scorso 1° gennaio e catturato nella città di Tazrbo il 23 novembre dell’anno passato, le Forze a difesa della Libia stanno riuscendo a definire alcuni dei profili dei terroristi attivi, soprattutto, nel Sud del Paese.

Mohammed Hasan Khairallah, uno degli ostaggi liberati, sindaco di Tazbro, ha raccontato i giorni difficili e le interminabili ore vissute dai prigionieri nelle mani dei terroristi fino al momento della loro liberazione, operata dalla X Brigata e dal Battaglione Khalid Bin Al Waleed. Il recentissimi ricordi, hanno dato una panoramica chiara su cosa si possa vivere in momenti del genere, aiutando nel contempo all’identificazione dei profili delle cellule terroristiche attive.

Il primo cittadino di Tazrbo, ha parlato di torture, di violenze e dell’impossibilità di movimento a causa di mani e piedi legati. Ha raccontato della paura incessante di essere uccisi con armi bianche e delle continue torture subite durante la prigionia.

Hasan Khairallah ha anche ricordato che gli uomini dell’IS sono riusciti a non destare sospetti, perché indossavano le uniformi delle truppe dell’Esercito nazionale libico. Questa tattica ha permesso loro di entrare nelle case dei cittadini, sfruttandone accoglienza e buona fede.

Il primo cittadino di Tazbro, davanti ai canali di “Libia News24” e di “218Tv” ha dichiarato: “I gruppi terroristici mi hanno fermato. Mi sono identificato come sindaco del villaggio ed immediatamente mi hanno catturato e portato fuori dall’auto. Sono stato preso da un tunisino e congiunto ai prigionieri tenuti fuori da Tazrbo. Ho camminato per due giorni per raggiungere le montagne di Haruj, dove i gruppi ci hanno tenuto per altre 5 albe.”.

Il racconto del primo cittadino è concitato e vivo: “Prima di essere liberati, l’altro giorno sono venuti i rapitori, mi hanno bendato gli occhi e mi hanno portato in una casa dove una persona mi parlava in dialetto yemenita e ha iniziato ad interrogarmi. Mi ha accusato di apostasia e di aver mangiato con il denaro proibito perché lavoravo per lo Stato”.

“Dopo cinque giorni di detenzione – ha aggiunto il sindaco – siamo stati trasferiti in una fattoria nella zona di Ghadwa ed imprigionati in un container di ferro, nel quale abbiamo trovato un certo numero di prigionieri provenienti dall’area di Fuqaha”.

I prigionieri, ha proseguito Khairallah, sono rimasti quasi due mesi in un container da trasporto merci. In questo periodo il numero dei rapiti è salito a 22 persone, compresi bambini ed anziani. “DAESH – ha evidenziato il sindaco di Tazbro -, ogni due giorni, portava rapiti dalla montagna al container (zona montuosa dove avevano il timore di essere uccisi con armi bianche)”.

Il gruppo sequestrato a  Tazrbo era composto da 14 persone, In 13 si sono salvati. L’ultimo è stato ucciso in montagna, dopo essere stato torturato.

La forza di volontà e la voglia di vivere, ha salvato la vita di questi uomini, i quali seppur pieni di paura hanno avuto il coraggio di reagire, organizzando la fuga per alcuni di loro per la liberazione di tutti.

“Abbiamo osservato i movimenti dei terroristi – ha continuato nel racconto il sindacai – e la gestione dell’approvvigionamento del cibo, il tutto attraverso una fessura nel container. Questo ci ha permesso di individuare una decina di uomini di origine yemenita, tunisina ed africana. Abbiamo così deciso di organizzare un piano di fuga per qualcuno di noi, con lo scopo di avvisare la sicurezza e l’Esercito sulla posizione di noi prigionieri”.

Questo particolare punto del racconto è diventato, per le Forze di difesa libiche, un elemento di analisi molto importante per delineare i profili di jihadistii operativi nel Paese.

“Abbiamo accettato di scambiare due dei prigionieri per conoscere l’area – ha concluso  Khairallah, – per poi farli fuggire attraverso la stessa fessura utilizzata per darci da mangiare ed attraverso la quale i terroristi ci facevano prendere aria per una decina di minuti ogni giorno”.

La sera prima del rilascio,c’è stata  una fuga dei prigionieri che sono riusciti ad informare i militari del Battaglione Khalid Bin Al Waleed e della X Brigata che hanno successivamente attaccato il gruppo terrorista, salvando tutti.

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