Libia, sulla fornitura di armi ai miliziani il ministro degli Esteri saudita accusa Qatar ed Iran

Di Giusy Criscuolo

Tripoli. La risposta alla richiesta fatta dalla Brigata Al-Mahjoub di Misurata al Governo di riconciliazione di Tripoli guidato da Fayez Al Sarraj su chi abbia potuto fornire armi così sofisticate durante gli scontri è arrivata, secondo quanto riportano fonti internazionali e libiche, dal ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita Adil Al-Jubeir, che ha accusato l’Iran e il Qatar di sostenere il terrorismo in Libia.

Il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita Adil Al-Jubeir

Il ministro degli esteri saudita, durante il discorso al Council on Foreign Relations, a New York, a margine della 73^ sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha esordito: “Il Qatar sta usando le proprie piattaforme mediatiche per diffondere l’odio e inviare armi alle milizie legate ad al-Qaeda in Libia”.

Affermazione questa, che ha trovato conferma nelle dichiarazioni rilasciate poche settimane fa dal Feldmaresciallo Khalifa Haftar. Alla data dei fatti, in occasione di un’intervista che lo ha visto protagonista di una fantomatica minaccia di guerra nei confronti dell’Algeria, Haftar ha accusato il Qatar e la sua emittente televisiva Al-Jazeera di voler mettere la  Libia e la “gemella” Algeria una contro l’altra.

Proseguendo nel suo intervento, Al-Jubeir ha aggiunto che l’Arabia Saudita ed i suoi alleati sono determinati a buttare fuori, dal mondo arabo, il principale sponsor del terrorismo nel mondo. Se l’Iran, alleato con il suo vicino – il Qatar- dovesse continuare a sostenere il terrorismo in Libia, le soluzioni paventate sarebbero due: un’uscita spontanea dal mondo arabo o una forzata.

“Non c’è alcun ruolo per l’Iran nel mondo arabo se non quello di uscire da esso – ha aggiunto il ministro -. L’Iran ha passato gli ultimi quarant’anni a cercare di stabilirsi nel mondo arabo, insediandosi con la forza, attraverso milizie delegate come Hezbollah. Ma l’Arabia Saudita ed i suoi alleati li respingeranno e, io senza dubbio, credo nel nostro successo”.

Parole forti quelle di Al-Jubeir, che continuando nel suo intervento, ha sottolineato in modo perentorio: “L’Iran è il solo responsabile della devastazione della sua economia”. aggiungendo che “il modello di questo Paese è fondato sul settarismo e sul terrorismo ed è destinato al fallimento.”.

Il ministro degli Esteri saudita ha rimarcato che, il regno arabo ed i suoi alleati nel Golfo sono aperti al dialogo con il Qatar per ristabilire le relazioni. Ma prima che questo accada, Doha dovrà cambiare il suo comportamento pericoloso. “Non abbiamo alcuna ostilità nei confronti del Qatar – ha aggiunto – ma ci opponiamo fermamente al suo comportamento, che è molto pericoloso per noi, per i nostri cittadini e la nostra sicurezza”.

Ha poi continuato: “Il problema con il Qatar è che stanno ancora negando le loro colpe: dobbiamo spostarli dalla negazione all’introspezione, in modo che possano risolvere il problema”

L’Arabia Saudita, l’Egitto, il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti hanno tagliato i ponti con il Qatar nel giugno 2017, accusandolo di sostenere gruppi terroristici ed estremisti, un incarico che il Qatar respinge. Il Quartetto ha accusato, nello specifico, il Governo del Qatar di aver sponsorizzato i fondamentalisti e incitato alla sedizione, ed esser diventata una base per i Fratelli Musulmani, sin dalla metà degli anni ’90.

Il Kuwait, nel recente passato, ha cercato di mediare ed, il Quartetto contro il terrorismo ha ridotto a sei la sua richiesta di 13 punti. Alcuni dei quali erano questi: aderire ai principi sulla lotta all’estremismo ed al terrorismo e negoziare un piano di misure specifiche che possano essere attuate contro queste milizie. Tutto in cambio del ripristino delle relazioni con Doha.

Il Qatar ha respinto le richieste, ha optato per accettare le sanzioni imposte dall’Arabia Saudita, dall’Egitto, dal Bahrein e dagli Emirati Arabi Uniti e ha chiesto aiuto all’Iran e alla Turchia.

“Spero che i qatarini cambino, siamo persone pazienti e aspetteremo 10, 15, 20 e 50 anni”, ha concluso Al-Jubeir al forum.

Ma per capire, più a fondo, le accuse rivolte al Qatar e all’Iran, è fondamentale avere un quadro più chiaro su ciò che è stato affermato dal ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita.

Secondo molti media libici ed arabi, e secondo molti analisti arabi, il “binomio” del terrorismo, ha trovato terreno fertile all’inizio del conflitto libico, durante lo scoppio delle manifestazioni del 17 febbraio 2011. Da allora, Qatar e Iran, pare abbiano sostenuto, con denaro e armi, milizie e gruppi dei Fratelli Musulmani nel conflitto del Paese, fino a raggiungere con i loro finanziamenti, la cifra di 750 milioni di dollari.

L’Iran ed il Qatar hanno anche cercato di dividere i libici usando la carta etnica. Provando a trovare, fedeltà ed assenso nella regione del Monte Nafusa. Una regione berbera dove vivono molte tribù. In questa zona, l’Iran ha speso miliardi di dollari (cifre che è solita spendere in attività “caritatevoli” verso zone in difficoltà) per raggiungere questo scopo. Con tale investimento, ha anche cercato di reclutare alcune persone del posto, abbandonate alle preoccupazioni ed alle frustrazioni quotidiane.

L’obiettivo era quello di creare una nuova milizia, simile a quelle libanesi di Hezbollah o alle milizie Houthi nello Yemen. Ma l’amor patrio di cui vanno fieri i libici hanno reso vani gli sforzi dell’Iran. Sforzi che hanno fruttato ben poco, per ciò che è stato speso.

Il sostegno del Qatar a questi militanti terroristi, è stato supportato anche da personalità di alto rilievo: uomini di fede come l’amico del Qatar Ali al-Salabi, Abdul Hakim Belhadj, Abdulbaset Juwayla.

Da dopo l’uccisione del leader libico Muammar Gheddafi nell’ottobre 2011, il Qatar ha sostenuto il battaglione Rafallah al-Sahati di Ismail al-Salabi a Bengasi. Questo ha permesso la formazione del Consiglio Shura Rivoluzionario di Bengasi nel 2014. Il suo sostegno è andato anche al LIFG libico (organizzazione armata che porta l’ideologia del jihadismo salafita) a Derna, inviando bulldozer dal porto di Misurata ai Mujahideen di Derna o Darnah e sostenendo altri gruppi terroristici come l’Ansar al-Sharia o il Consiglio rivoluzionario della Shura di Bengasi.

Il grafico che abbiamo adattato spiega il movimento dell’organizzazione in Libia, dalla formazione al finanziamento

Il sostegno del Qatar ai gruppi terroristici si è esteso anche al Battaglione Abu Ubaidah al-Zawawi a Zawiya, nella Libia occidentale, il cui leader è uno dei più grandi alleati di Abdelhakim Belhadj. Belhadj ha anche fondato la Libyan Wings Company, che, secondo fonti libiche, utilizza fondi e mezzi di trasporto per muovere terroristi dalla Siria alla Libia.

Questa situazione incontrollata, ha creato una minaccia oggettiva nel Paese libico, dove è aumentato il contrabbando di armi, droghe, uomini, e dove si è creata una grande falla sulla sicurezza e la stabilità. Questi movimenti terroristici sono diventati anche una minaccia per i Paesi confinanti.

Il contrabbando di armi operato dai membri di Al-Qaeda e dalle “lobby terroristiche”, è diventato una vera minaccia per l’intera regione e non solo. Partendo dalla zona del Fezzan, ai Paesi sub-sahariani come il Niger, fino ad arrivare al Maghreb.

Anche durante gli scontri feroci degli ultimi giorni, che hanno visto l’aumento delle vittime e Tripoli sotto assedio, si è palesato il problema di armi pesanti e sofisticate. Armi come missili anti-aerei portatili (missili terra aria). Questa conferma è arrivata pochi giorni fa, dopo l’ultima tregua stipulata tra Tahrouna e Tripoli. La denuncia, è stata fatta dal Battaglione Al – Mahjoub di Misurata, che ha chiesto al Governo di riconciliazione, di assumersi la responsabilità dei fatti, con l’impegno di indagare sulla provenienza di tali armi.

La presenza di questi missili, è risultata particolarmente preoccupante, poiché il loro utilizzo, può essere rivolto, anche, all’attacco di aerei civili. Questo ha spinto AFRICOM e altri Paesi ad offrire assistenza per rintracciare le armi ed abbattere le basi operative jihadiste.

Al Qaeda ha colto l’opportunità della crisi libica, per lavorare e rafforzare la propria presenza nella regione. Imponendo i suoi programmi, basati sul linguaggio della forza, della violenza e del conflitto armato.

Su queste basi, si è creata un varco per creare confusione all’interno di un Paese già molto provato dalle guerre intestine e civili. A denunciare questa presenza, non solo l’Algeria, che ha lanciato l’allarme sul contrabbando di armi verso la Libia, ma anche la Tunisia, il Sudan e le Nazioni Unite, che avvertono di questo perenne pericolo, creatosi alla frontiera.

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