Libia, analisi in un quadro politico-strategico

Di Michela Mercuri* e Marco Pugliese**

Parte militare strategica

Tripoli. Per capire la questione libica è necessario fare un salto nel Golfo Persico. Gli Stati del Golfo sono in guerra contro l’Iran, questa guerra si svolge in Yemen e rappresenta lo scontro secolare tra sciiti e sunniti. Per i sauditi, infatti, la guerra all’IS (sunnita) è meno critica.

Questo scenario apparentemente banale insabbia anche gli occidentali, alla disperata ricerca d’alleati di “terra”. I Paesi del Golfo non possono creare Forze Armate bilanciate per questioni puramente demografiche, l’Iran conta ad esempio su 80 milioni d’abitanti e cresce di un milione l’anno. Nella strategia di Teheran vi è l’obiettivo d’arrivare a 280 milioni di persone nel 2050.

L’Arabia Saudita (principale avversario) conta su appena 28 milioni d’individui. A questo si aggiunga che l’Iran ha uomini in “età militare” in quantità, i Paesi del Golfo no. Inoltre, le poche forze terrestri presenti sono variegate e necessitano di battaglioni “politici” atti al controllo, dei pretoriani di regime.

In Yemen, infatti, i sauditi sono dovuti ricorrere a mercenari colombiani. Stati come l’Iraq invece fungono da “serbatoio” di mezzi per l’IS, nonostante la litania presente sui media italiani, lo “Stato Islamico” si rifornisce gratis d’armi e mezzi razziando l’Iraq.

Sul territorio iracheno infatti vi sono più di dieci miliardi di dollari “in armi”, frutto della politica d’addestramento americana, per lo più finite gratuitamente nelle fauci del Califfo (al resto ci pensa la Turchia). Gli Usa attualmente si stanno preparando per un conflitto ad alta intensità con la Cina e vogliono puntare tutto sulla tecnologia.

Inoltre, la “nuova guerra” avverrà nelle acque del Pacifico, motivo per cui l’amministrazione Obama ha finanziato un potenziamento marittimo senza precedenti. Motivo per cui in teatri per gli Usa secondari sono paesi come l’Italia a dover gestire la situazione.

Nel Libro Bianco delle nostre Forze Armate, infatti, l’aumento del tonnellaggio della flotta è all’ordine del giorno. Entro il 2020 la nostra flotta, che conta due portaerei attive, avrà una potenza pari alla francese e sarà dotata di ben sei navi da sbarco. Nel Mediterraneo, infatti, il disimpegno americano è totale, saranno l’Italia e la Francia ad occuparsi del Mare Nostrum (gli inglesi sono impegnati con gli Usa nel Pacifico). In questo contesto particolare è logico che i Paesi del Golfo, la Francia, la stessa Italia e molti Stati arabi puntino più sulle armi aeree che terrestri. I Paesi europei infatti, pur potendo contare su eserciti preparati e numerosi, sono restii nello schierare fanteria, causa fronte interno. Ma con gli Usa impegnati altrove e l’IS avvicinarsi minacciosamente alle nostre coste – i Governi libici sono incapaci di gestire il territorio, la missione Onu ha fallito l’obiettivo – l’opzione terrestre appare ormai più che probabile (New York Times). Mentre scriviamo Navy Seals, Delta Force e Berretti Verdi sono in Libia impegnati in missioni di ricognizione e studio del territorio. Di più non faranno, lo scarpone in Libia dovranno metterlo altri.

Gli inglesi hanno già dato la disponibilità logistica, le basi di Malta, Creta e Cipro sono a disposizione. Italia e Francia sono alla finestra, i francesi hanno il dito sul grilletto dal 13 novembre 2016 ed avrebbero l’opinione pubblica favorevole.

Gli altri Paesi europei sono ovviamente fuori dai giochi per i motivi più disparati, paesi come la Spagna non possiedono forze armate di livello, la Germania è in piena crisi e non intende esporsi a livello militare. Il resto d”Europa ha tanta valenza politica quanto poca militare. Rimane l’Italia, uno degli zoccoli duri della NATO, che gestisce i cieli del Nord Europa (con Putin non è facile), ancora dotata di buon credito tra i Paesi arabi – in Libano i nostri militari stanno svolgendo un lavoro certosino tra i plausi della popolazione – e con un potenziale militare di livello, truppe speciali al livello di quelle americane, Carabinieri addestrati per il controllo del territorio, istruttori militari preparatissimi, mezzi tecnologicamente avanzati.

Rimane un problema: l’Esercito italiano conta 160 mila uomini, per una tale missione ne servirebbero circa 430 mila. Oltre ad un richiamo obbligatorio dei congedati degli ultimi sei anni (uno studio della Difesa) bisognerebbe andare a ritroso fino a circa i congedati 2002-2006, che avrebbero compiti di logistica e mantenimento strutture sul suolo patrio. In Libia andrebbero più o meno 240 mila militari. Attualmente ci vorrebbero sei mesi per arrivare a questo obiettivo, l’Armée invece può contare da subito su 230 mila militari da impiegare in loco, i militari delle basi in Niger, Mali ed altre zone dell’Africa farebbero la parte del leone. Inglesi ed americani preferirebbero un impegno congiunto a comando italiano (come in Libano).

Gli italiani dovrebbero metterci da subito, flotta, copertura aerea e truppe speciali (con relativi elicotteri), i francesi aprirebbero per primi il fronte. In un secondo momento, però l’Armata diventerebbe italo-francese, l’Italia quindi schiererebbe truppe d’assalto terresti, mezzi corazzati, battaglioni di paracadutisti.

Secondo gli analisti questa campagna si risolverebbe velocemente e con perdite minime, l’IS non potrebbe contrastare tale intervento e si scioglierebbe come neve al sole. La seconda ipotesi invece, sempre secondo il New York Times è la seguente: Armata italiana in avanzamento dalla Tunisia (che ha già dato disponibilità logistica) ed Armata francese in partenza dall’Egitto (in un simile quadro la Turchia non oserebbe muovere dito verso stati NATO). In pratica una gigantesca tenaglia che “insaccherebbe “le forze del califfato, tagliando i ponti con la Siria.

Nello stesso momento un’offensiva in Sinai ed Armata russa in avanzata su Raqqa. In neanche un anno l’Is sarebbe sconfitto, sempre stando a fonti militari strategiche americane. Roma però è titubante, il piano militare è nel cassetto da agosto 2015, manca la volontà politica, il fronte interno appare in stallo.

Il premier italiano, infatti, è attanagliato da parecchi dubbi e preferirebbe una via diplomatica, via difficilissima visto che è ormai noto che con IS non si possa trattare. Hollande e tutta la Francia invece spingono per l’intervento, a Parigi e dintorni, infatti, non vedono l’ora di menare le mani con lo Stato islamico, vendicando l’attentato novembrino. Anche gli intellettuali francesi più pacifisti ammettono, senza tante perifrasi, che qualcosa si deve fare, anche da soli. Senza Roma però è tutto molto complesso, anche se il peso specifico post intervento sarebbe significativo, i Paesi impegnati in prima linea avrebbero mano libera su parecchie questioni, anche europee. Si andrebbe a ridisegnare una politica mediterranea con l’Italia come baricentro, gli Stati africani costieri avrebbero nel nostro Paese un nuovo interlocutore politico ed economico.

I risvolti potrebbero portare ad un periodo di stabilità, le rotte commerciali mediterranee tornerebbero ad essere sicure e praticabili e fiorirebbero nuovi mercati e cooperazioni internazionali con paesi che avrebbero modo di svilupparsi con intelligenza. La stabilità politica e la conseguente fioritura economica sono l’arma più potente contro i fanatismi, che non troverebbero il terreno fertile d’oggi. Trattandosi di cooperazione non vi sarebbe nemmeno più il problema “colonialista”, sempre al centro di rivincite più o meno secolari. Questo ruolo calzerebbe a pennello ad un paese mediterraneo come l’Italia, ma il tempo stringe ed a Parigi hanno già allacciato gli scarponi.

Parte politica

Risulta, dunque, evidente come una stabilizzazione politica e di sicurezza della Libia, che però non può prescindere dalla ripresa economica – che nel rentier State è legata a doppio filo al rilancio della produzione del greggio – sia un obiettivo non più rinviabile. Per capire la gravità della situazione è necessario fare un passo indietro e ripercorrere, sia pur brevemente, le tappe di un fallimento annunciato che ha avuto inizio nel 2011 con l’intervento della coalizione internazionale per rovesciare la Jamahiriya di Gheddafi.

L’azione militare anglo-francese, con il sostegno degli Stati Uniti e quello riluttante dell’Italia, ha innescato il riemergere di tribalismi e divisioni regionali e della violenza settaria di numerose milizie armate rivali, affiliate a regioni, città e tribù, mai contrastate dal debole governo centrale, fino all’esplosione di una seconda guerra civile nel 2014 che ha avuto il suo triste epilogo nella frammentazione politica del Paese. Il vuoto di potere, creato dal crollo del regime e dai conflitti tribali, ha risvegliato gli interessi di altre potenze, dall’Egitto del maresciallo al-Sisi alla Russia di Vladimir Putin. Il caos ha avuto altri effetti: ha offerto alle organizzazioni del fanatismo islamico un terreno ricco di petrolio in cui reclutare nuovi fedeli. Oggi quando si parla di Libia si distingue spesso tra Tripoli e Tobruk. Non serve averne studiato troppo la storia per capire che la Libia, così come l’abbiamo conosciuta fino a qualche anno fa, non esiste più.

Esistono due realtà diverse, con due centri di potere distinti. Con un po’ di approssimazione potremmo dire che la Cirenaica è controllata dal generale Khalifa Haftar, sostenuto dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk (chiamata anche House of Representatives, Hor) un organo prima legittimato e oggi, invece, in parte disconosciuto dalle istituzioni internazionali.

Nella Tripolitania, invece, c’è tutt’altro assetto. Qui, nel marzo del 2015, si è insediato il Governo di accordo nazionale (Gna) guidato da Fayez al-Sarraj. Il premier, però, al momento non controlla neppure la capitale ed è sotto al gioco delle numerose fazioni armate.

In mezzo, nella città di Sirte, fino a poco tempo fa c’era la roccaforte dello Stato islamico, espunto dalle milizie islamiste di Misurata fedeli al Governo unitario ma non scomparso dal Paese. A fare da cassa di risonanza a questa frammentazione ci sono state – e ci sono ancora – le guerre per procura delle potenze regionali e internazionali che hanno visto nel Risiko libico l’occasione ideale per realizzare i propri interessi nazionali. D’altra parte non è un segreto che l’intervento militare del 2011 sia stato voluto dalla Francia dell’allora presidente Sarkozy e dal Regno Unito per mettere le mani sulle risorse del Paese.

Davanti all’evidente fallimento, tutti hanno poi cercato di salvare il salvabile alleandosi con gli attori più favorevoli sul terreno, nonostante l’apparente unità di intenti mostrata nel sostenere gli accordi di Skhirat del 2015 per l’insediamento del Governo di accordo nazionale di Sarraj. Solo per fare qualche esempio, la Francia, che nelle sedi istituzionali ha mostrato la faccia presentabile supportando il piano ONU, ha disatteso i buoni propositi stringendo accordi con Haftar.

La Russia, estromessa nella partita per il bottino libico perché contraria ai bombardamenti, ha poi voluto dire la sua e lo ha fatto vendendo armi al generale, spesso sfruttando la sponda egiziana e le garanzie dei sauditi, sponsor regionali dell’Est.

L’Italia, evidentemente isolata e altamente esposta per i suoi “intessi nell’Ovest” è rimasta fedele al piano di Skhirat e a Sarraj. D’altra parte dalle coste tripoline parte il 90% dei migranti che arrivano in Italia. Il nostro Paese è il maggior importatore di petrolio e l’unico destinatario del gas libico attraverso il Greenstream. Il terminal Eni di Mellitah è a tutt’oggi uno dei pochi ancora funzionanti e sono italiane molte delle attività estrattive offshore realizzate a largo delle coste tripoline. La scelta, con po’ di sano pragmatismo, sembrava quasi obbligata.

Non resta ora da chiedersi a cosa abbia portato questo gioco al massacro. La risposta è semplice: al disfacimento della Libia. Un paese in preda a una crisi economica senza precedenti, dilaniato da faide interne, santuario di organizzazioni criminali e terroristiche, IS compreso: in altre parole uno Stato fallito. Oggi l’ex Jamahiriya, un tempo piuttosto benestante a causa degli introiti petroliferi è un Paese sull’orlo della bancarotta; la ripresa della produzione di greggio, necessaria a dare una boccata di ossigeno all’economia, è resa impossibile dall’endemica insicurezza in cui versano i principali giacimenti, specie quelli della mezzaluna petrolifera – che produce il 70% del petrolio libico, oggetto privilegiato delle incursioni delle varie milizie che li utilizzano come merce di scambio per avere vari benefici o rivendicare il proprio potere.

I risultati sono evidenti: il prodotto interno lordo, che nel 2010 era pari a circa 75 miliardi di dollari, oggi è più che dimezzato in conseguenza del calo della produzione del greggio cui il Pil libico è legato quasi totalmente. Ma non è solo l’economia a preoccupare. La guerra civile del 2011, e l’instabilità che ne è conseguita, ha reso i confini libici estremamente porosi, manna dal cielo per i gruppi jihadisti, sempre alla ricerca di un santuario in cui edificare le proprie basi. E così nel sud del Paese, nel desertico Fezzan, luogo di passaggio delle migliaia di migranti che transitano dal Niger, e da lì tentano l’arrivo sulle coste libiche, si è rafforzato il comando operativo di al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), supportato dall’arrivo, di combattenti di ritorno da altri scenari operativi del Nord Africa e del Medio Oriente.

Al momento pare in “buona compagnia”. I combattenti dell’Is, presenti a Sirte, circa 3 mila secondo la più parte delle stime, non sono tutti morti. Molti sono fuggiti soprattutto verso il Sud libico, andando a ingrossare le fila dei gruppi terroristici che pullulano in questa zona che sfugge totalmente al controllo dei due “Governi libici” ed in cui, al momento, è in corso una vera e propria guerra civile che vede coinvolti gruppi dell’Esercito nazionale libico del generale Haftar e alcune milizie islamiste.

Il quadro pare abbastanza a tinte fosche. E lo è ancor di più davanti al “silenzio assordante” dell’Europa del minimo comun denominatore, incapace, nonostante i proclami e le buone intenzioni, di mediare una soluzione condivisa per stabilizzare il Paese, con tutto ciò che di positivo ne potrebbe conseguire anche in termini di strategie per il contenimento dei migranti; tema che, inutile dirlo, ci riguarda da vicino e che siamo stati fin qui costretti ad affrontare da soli, al massimo elemosinando qualche obolo alle riluttanti istituzioni europee.

Cosa fare allora? In primo luogo è necessario continuare a spingere sull’Europa e sui suoi “traini” Francia e Germania che, negli ultimi tempi, a parole – ma solo a parole – hanno garantito maggiore impegno in termini politici ma anche e soprattutto economici. Questo potrebbe non bastare. L’Italia avrebbe allora una sola change: sfruttare il suo capitale di fiducia con alcuni attori tripolini per mediare un accordo intra-libico con gli alleati dell’Est, Russia su tutti, anche sfruttando la carta energetica. Un esempio utile: nel dicembre del 2016 l’Eni ha concordato il passaggio al gigante petrolifero russo Rosneft di una quota del 30% della concessione di Shorouk, nell’offshore dell’Egitto, nella quale si trova il giacimento di Zohr.

Il Fondo sovrano qatariota Qatar Investment Authority (Qia) ha acquisito, poco più di un mese dopo, il 19,5% del capitale di Rosneft – detenuto in quote simili anche dalla British petroleum – grazie al sostegno economico di Intesa san Paolo. Sempre la Rosneft il 21 febbraio 2017 ha siglato un accordo di cooperazione con la Noc, la compagnia petrolifera nazionale libica. Il quadro potrebbe sembrare confuso. Cerchiamo di fare chiarezza. Italia e Qatar, per motivazioni e con modalità diverse, sono vicine a Tripoli, l’Egitto e la Russia ad Haftar. Tutti hanno più o meno interesse a che le loro “manovre” producano risultati tangibili. D’altra parte il Cane a sei zampe fa affari con la sua omologa russa Rosneft che, tanto quanto l’Eni, va d’amore e d’accordo con la Noc. Il discorso potrebbe iniziare anche da qui.

*Docente Università di Macerata, ha curato la parte politica

**Analista Desk Mediterraneo. ha curato la parte militare strategica

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